Litblog di Poesia contemporanea, Autori Inediti, Poeti senza tempo, Musica e poesia.
Poetarum Silva é un blog collettivo
la cui redazione libera e svincolata
da ordini di pubblicazione per generi,
temi, tempi e scelte é attualmente formata da:
Alessandro Assiri
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Francesco Balsamo
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Isabella Verdiana Di Tomassi
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Natà lia Castaldi
ogni membro é pertanto direttamente responsabile
delle proprie scelte di pubblicazione.
Il presente blog, inoltre, non é da ritenersi
testata giornalistica, fondando la sua attivitÃ
solo sulla libertà d'espressione creativa
che da sempre ha animato il progredire
del pensiero universale.
la redazione. __________
Il Suonatore Jones - Fabrizio De André


Nulla é 'mai' sepolto. Nulla é sepolto se non il cadavere di un essere umano che abbia finito la sua vita. Ciò che vive é sempre vitale anche se apparentemente privato dell’energia che gli appartiene.
Ciò che presumiamo sepolto é solo apparenza di sonno e morte, qualcosa che sembra dimenticato e pungola e tormenta e tende a risvegliare.
Suono di una piuma che si posò sul cuore,
una voce allora, nell’orecchio, sussurrò …
sembrò che di cose feroci volesse raccontare
e non per curiosità
io son rimasta …. ad ascoltare ….
Mi parlò di umani a cui strapparono le ali
in luoghi dove non era possibile volare,
mi parlò d’amore, di quando era fragile e acerbo
e che temprato s’era fatto forte e certo,
poi, ascoltai ancora mentre diceva :
d’esperienza non si deve sugger solo astuzia,
e nemmeno sibili che danno strano sonno ….
e nonostante così non fosse mai andata,
le suole delle scarpe s’attaccarono alla pece della vita.
La gran folla di giudizi e di parole
cominciò ad urlare e ad impedire al sole
di trovar la strada per il cuore del suo amore
e ancora e ancora e ancora, senza sosta.
Continuai ad ascoltare imbarazzata
dalla densa sostanza che si era avviluppata
dalle suole alle mie gambe,
per trattenermi a terra dove le miserie sono tante.
Fu allora che sentii il dolore delle ali
mentre ad altri venivano strappate,
scarnificate dalla sede, sanguinanti nella presa,
senza pietas assassinate dove non c’era resa.
A terra, ormai schiacciata non da gravità
bensì da quell’offesa,
afferrai con lesta mossa conoscenza
dal primo sussurro alla comprensione
… ed ero me, ero vera ….
non attendevo immobile la sera.
Compresi che non offendendo l’insolenza ottusa
evitavo di assassinare il tempo a mia disposizione
e lo usai a ricucir le ali ad ogni schiena
e con caparbietà arpionata alla vita
risanavo così un po’ la mia ferita …
Ancora oggi ascolto tutte le stagioni della ragionevolezza e, tutte … da quando ho vita, … tutte le ricordo ...
Ragionevolezza, seme gettato nella terra, calpestato e schiacciato dalla cecità che crede di vedere …
Un giorno, all’improvviso, dopo che le lacrime si erano trasformate in pioggia senza che ad alcuno ne fosse venuto un seppur minimo raffreddore, mentre viaggiavo attraverso la vita, piegai la testa all’indietro, chiusi gli occhi e immaginai come sarebbe stato essere viva.
Dolore era il nome e tal che fosse non se ne dava pace.
Guardai la ragione mentre riapriva gli occhi e mi disse che percepivano un colore.
Fame.
Era fame di vita e Ragione voluttuosa la nutriva con nera rabbia dalla sua ferita.
Isabella Verdiana Di Tomassi

Francesco Balsamo - Paesaggio con specchio
BIOGRAFIA DI UN ARTISTA POSTUMO
Nacque su una barella prima di entrare in sala parto, raggiunta ormai a cose fatte, il 27 Gennaio del 1963. Fu così che Luigi (Gino) Di Costanzo, secondo di tre figli maschi, da quell’errore di tempistica dell’ostetrica, si rese conto di non essere nato in Svizzera ma in una clinica di Mergellina.
La cara mamma era ed è casalinga, il papà era operaio (poi quadro) dell’Italsider, nota acciaieria del gruppo IRI che dava da vivere a circa novemila famiglie, minando nel contempo la salute degli abitanti del quartiere di Bagnoli dove la famiglia Di Costanzo risiedeva, accanto alla suddetta puzzolente fabbrica.
All’età di quattro anni sviluppò un precoce anticlericalismo, allorquando la sua mammina ebbe la brillante idea di iscriverlo all’asilo dalle suore. Dalle cape di pezza apprese i primi rudimenti dell’arte della bestemmia, cosa nella quale le pie donnine erano molto versate.
Si innamorò per la prima volta, ma non riuscì a dirlo a lei, anche perché non ci capiva nulla.
Alle elementari si distinse per il notevole profitto negli studi, ma all’esame di quinta un suo compagnetto, da sempre surclassato, vantò voti migliori dei suoi: era il figlio di un maestro che insegnava nella stessa scuola. Conobbe così la raccomandazione.
Si innamorò un’altra volta, ma continuava a non capirci nulla.
Alle medie quel compagnetto capitò ancora in classe con lui, la carogna, ma stavolta non ci fu storia. Il nostro divenne il primo della classe e la giustizia trionfò.
In quegli anni ebbe i primi proficui contatti con lo sport, il calcio, che praticava con piccoli delinquenti del quartiere dopo aver superato il trauma di sei mesi di nuoto in quinta elementare, interrotti da una provvidenziale otite purulenta corredata da un esaurimento nervoso, causato dai metodi nazisti del suo allenatore.
In breve divenne un ottimo difensore, prima stopper, poi terzino fluidificante, infine libero “all’olandese”.
Nella fenomenologia antropologica del “primo della classe”, Luigi “Ginetto” Di Costanzo rappresentò uno spartiacque: egli fu il primo dei primi della classe a non essere un secchione imbranato e deriso, ma un ricercato compagno di partite con scommessa (chi perde paga il campo) e anche di qualche scazzottata, che però avrebbe volentieri evitato, essendo di indole mite.
Vinse con la mitica A.C. Bagnoli il campionato di quartiere, battendo in finale per tre a zero la altrettanto mitica Real, zeppa di mini calciatori che sarebbero poi diventati killer della camorra, tossici, rapinatori, sieropositivi, galeotti abusivi e idraulici avventizi.
Naturalmente superò l’esame di terza media col massimo dei voti, essendo bravo anche in disegno: suo padre era pittore dilettante e i misteri della genetica non li conosceva ancora nessuno.
Si innamorò un altro paio di volte, in terza media, ma con modesti risultati pratici, pur capendoci di più: quelle cagavano quelli più grandi, che ci capivano ancora meglio.
Scelse nel 1976 il liceo scientifico - il glorioso “Arturo Labriola” - lo stesso del fratello maggiore, dove se non eri più a sinistra del PCI rischiavi grosso. Partecipò sporadicamente alle prime assemblee studentesche dove decise di non parlare mai. Raramente frequentava manifestazioni di piazza e cortei vari, ma quando accadeva non si intruppava fra i militanti del suo liceo, vi partecipava da cane sciolto, pur non facendo la cacca sui marciapiedi.
Capitò in una classe piena zeppa di primi della classe, cosa alla quale si abituò subito, perché, in fondo, non gliene fregava niente di essere l’unico, e in condominio si mimetizzava meglio. Continuò a praticare tutti gli sport più diffusi tranne il “sottomuro”, arrivando ad allenarsi contemporaneamente nel karate, pallavolo, tennis e calcio.
All’età di 17 anni, era Agosto, un grave infortunio pregiudicò per sempre la sua carriera di calciatore mai cominciata, proprio alla vigilia di un provino settembrino con la squadra “primavera” del Napoli. Per la disperazione si diede alla lotta libera che praticò presso il circolo sportivo aziendale Italsider.
Vinse però un torneo di tennis in Sicilia, specialità del doppio, in una località balneare nei pressi di Taormina, sconosciuta ai più.
Si innamorò per ben quattro volte durante gli anni liceali, riportando una vittoria, un pareggio e due sconfitte, ma evitò la serie B.
Di lui si ricordano la prima vera trombata, all’età di 16 anni, con una ragazzona olandese coetanea, che negli anni successivi pare sarebbe ingrassata come una lanciatrice del peso bulgara.
Nell’1981 si iscrisse alla facoltà di architettura dove avrebbe sofferto per dieci lunghi anni per una vilipesa laurea, la cui pergamena ritirò dopo 16 anni dalla discussione della tesi. In quegli anni studiò molto, lavorò – perché la famiglia era umile ma onesta – e continuò ad allenarsi, ma anche ad allenare giovani virgulti di una squadra juniores di handball, che è meglio che dire pallamano, ché non suona bene e potrebbe essere male interpretato.
Lavorò inoltre come cameriere, uomo di fatica (scaricatore di mobilia), commesso, secondo-vice-aiuto-apprendista architetto e consimili.
Odiò con rara intensità i colleghi di università, i professori, i loro assistenti, gli addetti di segreteria e quelli dei dipartimenti, auspicando un olocausto di uomini e cose all’interno dell’edificio universitario.
Si laureò con lode (e che te lo dico affà?) nel 1992, prendendo a male parole un professore della commissione - che fortunatamente non udì - durante la seduta di laurea, ricevendo per questo una dolorosa gomitata nel fianco da una sua collega che conferiva accanto a lui – la tesi era di gruppo.
Nei primi anni universitari si convinse di aver compreso appieno le donne, per questo, in seguito, le evitò per anni.
Dopo la laurea e fino ai giorni nostri, una volta inteso che gli architetti non li cagava quasi più nessuno, e che seppur cagati poi dopo non li pagavano, cominciò a sbarcare il lunario in tutti i modi, lavorando nell’ordine come: architetto progettista a Napoli, operaio elettricista alla Fincantieri di Ancona; cameriere, uomo di fatica, barman, wine-waiter, architetto “caddista” a Londra; architetto progettista, operaio giardiniere a Napoli; capocantiere a Ferrara; capocantiere a Napoli, direttore tecnico a Napoli in una società di costruzioni, ruolo che riveste tutt’oggi.
Dipinge e scrive ma non ha mai tentato di pubblicare nulla, cosa di cui tutti gli editori italiani e stranieri ancora lo ringraziano. Si rimarca inoltre che i migliori pezzi della sua produzione pittorica risultano tutti venduti – incredibile! – mentre le tele invendute, delle croste immonde, sono ancora accatastate in casa del poeta, poiché nessuno è in grado di definire la categoria di rifiuto nella quale vadano smaltite.
Da un anno e mezzo circa cura la redazione di un blog individuale, dove culla il suo ego beandosi dei numerosi complimenti che riceve.
Nuota attivamente da quattro anni - anche a delfino, eh - causa infortunio all’anca che gli impedisce di correre.
Non è sposato e nemmeno ci ha mai provato, ma ama le donne e ne è a volte riamato, anche se, si sa, non è sempre natale. Risulta tutt’ora di nuovo sul mercato.
Mente razionale e scientifica ma anche dotato di rara sensibilità, il Di Costanzo ha sempre coltivato la passione per le umane lettere, che tutt’ora maltratta con profitto.
*Il sottoscritto Luigi Di Costanzo, nel pieno possesso delle sue opinabili facoltà mentali, autocertifica la veridicità della biografia in oggetto: diploma, laurea, attività lavorativa, attività sportiva e approcci amorosi corrispondono a totale verità; anzi, causa precoce Alzheimer, molte delle cose che hanno caratterizzato la sua singolare esistenza non sono state inserite fra le note essenziali.
Sarà per un'altra volta. :-)))
Gino Di Costanzo
***
L'ALBA
Uno spiffero di luce
intruso
la polvere della notte
sorprende a mezz’aria.
Occhi di preda
nel buio agonizzante
di sogni mutilati
suppongono il finale.
NOTTE VENEZIANA
Liquidi fiori di pietra
vagano insonni
per ponti e canali
chiedendo tempo e senso per sé.
Mi rifugio nella notte stinta
ebbro del dolore
che non s’avverte
poiché la nebbia complice
non dissemina che sogni
e rumore di passi.
IN METROPOLITANA
Il fragore corre nel buio
dove uno sguardo
sordo a quel ritmo
come ad altri richiami
(è il silenzio la grammatica)
lambisce un ricordo
in nero di seppia
scia di natante
che schiuma e dissolverà
alla prossima fermata.
NON
Non disegnano spazio
le nostre forme non lo fanno.
I nostri corpi (singolari)
non avverano tempo
la tua essenza non libera profumo.
Il tuo respiro – impassibile –
non vedrà la mia primavera.
SENSO (senza?)
Senso virgola
significato punto
concetto due punti
oggetto virgola
oggetto virgola
oggetto punto
Sì virgola occorre il punto punto
Questa è senza titolo
Stamani circospetto
raggiungo la mia madia
deposito illegale
che può ben acquietare
un trafficante di cacao.

Nascersi
come prima istanza
in odor di feto
e portarsi dietro
reminescenze di placenta
-dura madre in me inconclusa-
*
Bruciami donami
l’ignavo gesto deietto
per osceni lidi guastati
dall’incedere lento
del non più dico
e sono solo residuo
di cose ataviche
che mi hanno preceduto
e segnato.
Lavami dannami
l’ardito arto inconcluso
di luce in nuce
differito stremato
come pervaso
dall’incalzante dilemma
dell’animula astante
in su la soglia
del divenir regresso.
*
Pascersi
come seconda istanza
in odor d’isteria
e tendersi nel gesto
se mai represso
-fluido padre da me reiterato-
*
Non solo lavico liquido
a fluire d’intorno
ma fin’anche
desideri maniacali
di sdoppiarsi da sé
svuotandosi della metà
di un’empietà
da immolare alla luce.
Altro scopo.
Altro frantumarsi.
Altro forsennarsi.
Chi dice il chi?
Cosa dice il cosa?
Ecco il centro
che bascula stremandosi.
Prima l’unghia, poi l’alluce,
la caviglia, il ginocchio, la coscia,
l’inguine, l’ombelico, il seno,
il collo, il cranio:
sono nato rovesciato!
E da allora cado in piedi.
*
Morirsi
come terza istanza
in odor di decomposizione
rimpiangendo
l’incompiuto che ci ha forgiato
-evanescente figlio con me oltraggiato-
*
M’arresi al fato
alle frecce acuminate
in cui soffrire l’ignoto
e patii
il riverbero
di quella luce nera
che ancora infligge
la punizione
per il mio gesto efferato
di dare petali di rosa
in pasto
alle fameliche labbra
dell’umida vulva
in cui riposavo il mio livore.
Mi dipinsi il cranio
d’un viola inarrivabile
e dettai
il segno irriverente
di un geroglifico
nel quale vanificare
lo sguardo del simulacro
che pretendeva
di deflorare
il mio ombelico
per cibarsi
della linfa esautorata
che ancora rifluisce
nelle pieghe
tra il midollo
e la pietra nera della follia
che più non ritrova
il sentiero
per risalire
la china al capo
e produrre
la disconoscenza.
*
Paventato
come soffio salvifico
al forcluso ècrit
m’irradio fluisco
ed esondo
in canto d’astro precipitato.
Impura allegoria
di siffatta inevitabile moria.
*
Costi quel che costi
un atavico ghirigoro notturno
magari affastellato
a non più laviche vocali
sfinite finite incolonnate
a claudicare l’ingenuo ingegno
del nulla sia più e no
non vedo altro
che curve arabescate
in bello stilo
in forma di silenzi
in urla taciute e
in vero
estese a tutto tondo.
*
Come preso a nolo
per copulare
col taciuto récit
m’invado pervado
e mi demando
in canto d’arto smembrato
Pura aporia
d’intatta incoercibile moria.
*
Implosesplosa carta canta
nel mancato corpo a corpo
che più non si dà
nemmeno il colpo
del rintocco
che suona a morto e
in fine
dico e sono
soma
da portare a tutto peso
per meglio differirmi
al verbo
che offre il collo
alla lama della posterità
*
di punto in punto
raggomitolato
e pure esteso
di soppiatto s’offre
al forse son io
ecce
disteso sul piatto di portata
escotto
e in bella vista
homo
annichilito e consunto
stracotto
e privato dello sguardo
*
Si allarga a spettro
dilaga e s’allaga
rischiando l’asfissia
del così sia e niente più
e solo poco ancora
il passo s’inalbera
contro il masso
che reclude il transito
senza che lingue arcane
babelino labbro a labbro
l’inestinto fuoco
che ritorna e dilaga
nel verbo che verrà
e si dissolverà
*
di nodo in nodo
riallacciato
e pure sciolto
di soppiatto si nega
al forse son io
ecce
fugge dal piatto di portata
crudo
e in bella vista
homo
esasperato ed emaciato
nudo
e privato dello sguardo
*
S’appoggia al dettato
mancando il contatto
l’ictus non favorisce
la presa
e il canto
si fa prendere
dall’ansia crescente
del non è mai stato altro
che questo o quello
entrambi inani e forclusi
parimente immani
nelle permutazioni
verso un corpo sventrato
smembrato
che svendere può
solo orpelli e menzogne
*
compulso convulso
resiste al forcipe
in aspre ligature
blocco a blocco
indivise e difese
per glorificare i fasti
della rorida caverna
in cui vorrebbe
continuare a pascersi
non espulso quindi
letteralmente estirpato
se mai divelto
a forza
urla lo sdegno
versando la lacrima vitrea
che lo riconduce
all’umore dell’antro
da cui è stato escluso
*
Ei fu iperbolico
e fluente
dispiegato
piaga su piaga
rifratto ancora
in cocci di silenzio
a sollecitare
l’innato vizio
di destra in manca
variegato
e inseminato
Ei fu ripetuto
e castrato
dispiagato
piega su piega
ritratto ancora
in punta di pennello
a mortificare
l’inconosciuta virtù
di fulcro in centro
arabescata
e disseminata
*
Di legno pregno
esonda accantonandosi
Diverge
schivando la verga
scrivendosi inconcluso
e altero
*
Ei fu
e lo è ancora
prodigo disilluso
e circospetto
s’aggira
arando l’intero intorno
rovesciando
la guaina
per meglio scoprire
la dissoluzione
del feticcio
a cui immolarsi
in nomea d’esecrazione
Ei fu
e lo è ancora
inebetito disconcluso
disguainato
foglia a foglia
dispaiato in uno e solo
disabitato in fine
dall’umore
a cui ancora oggi
tende la mano
nella supplica di una grazia
che fomenti
l’eterno ritorno a sé
*
Di ferro flesso
inonda risuonandosi
Converge
all’iniquo virgulto
ritraendosi dispaiato
e dopato
*
Mi
rimangio la parola
che masticarla ancora
prima di risputarla
è perversa mania
che mi folgora e mi svela Di
colpo in colpo
a glottide usurata
si profila
lo squarcio del fulmine
che dispare
impari
in pari nembi appaiati e franti Si
dà il dettato
se pur impastato
inchiostro simpatico
che fa il verso
a la saetta inconclusa E no
non risuona a morto
se pur allettato
dritto stinco
a svangare la bara
dai vermi brulicanti E fila
si sfila come flutto
in miriadi di schiume
bava a bava eluse
escluse
dalla magna chora
consegnata all’ora
in cui il ridirsi ancora
è prece ignava
al non più riconoscersi Di
scena in scena
piccolo uomo escremento
che incrementa
la saturazione della gola
Ancora una ferita
la mano nel costato s’apre
la via
al solo differirsi
in pari altri dissapaiati e anonimi Mi
rimangio la parola
per meglio deglutirla
e custodirla
senza più sputarla
e dettarla
Nessun luogo
da tracimare
nessuna sinfonia da evacuare
solo crudità
da fibrillare
sulla graticola
ove escuoce
il senso ultimo
e mai definitivo
che soffre
il riflesso de la imago
da cui estromettere
il nome
vago
e
vacuo



la purezza dell'eros
Quando si parla di poesia erotica e di letteratura erotica in genere, ci si spinge entro una sfera emotiva e sentimentale di “confine”. Varcando la soglia dell’erotismo l’arte della parola scritta (come l’arte figurativa: pittura, fotografia, cinema, …) si plasma in forme e colori fondendo onirismo, reale e surreale in magica esplosione sensuale … la difficoltà sta nel non oltrepassare quella sottile linea di demarcazione del buon gusto e della delicatezza dell’arte se-duttiva, mantenendo sempre alta la tensione del desiderium anche nella sua più esplicita descrizione, demarcando quindi il territorio della ricerca e dell’aspirazione al piacere come massima espressione estetica dell’eros, inteso come mutuo dono di sé all’altro e nell’altro, ben diverso dalla gratuita esposizione d’un atto meccanico e rispondente ad un bisogno individuale di "svuotamento" ripetitivo e tipico della produzione pornografica, troppo spesso erroneamente confusa con l’erotismo in senso lato.
La produzione erotica nell’arte è la massima espressione dell’amore che vive consapevolmente, pienamente – talora con gioia, altre volte con struggimento – la maturità del proprio istinto e della propria aspirazione all’incarnarsi in un unicum pisco-fisico nell’altro, in modo assolutamente scevro dalla mera sessualità che – a dirla Freudianamente – risponderebbe alla necessità, all’impulso strettamente fisiologico di “scaricamento” – ma che altresì si nutre del desiderium nel suo senso più originale, ovvero quale “mancanza” e, quindi, anelito alla fusione completa della materia-corpo e spirito nel e con l’amato/a, visto come soggetto-oggetto erotico com-partecipe dell’atto amoroso che si concretizza ed esplicita nell’amplexus o nel desiderio d’esso ed ad esso legato.
Goethe: “sol chi strugge segreta ansia d’amore, sa tutto il mio dolore” …
Ed è spesso l’amato/a irraggiungibile che fa bramare, accendendo il desiderio, alimentando idealmente l’aspirazione del non fruibile, del non godibile … ed in questo estendersi senza fine, nell’allungare le braccia all’ “oltre”, riscopriamo il dono intimo dell’Io all’altro da ed in Sé, e l’amore, il suo soggiogarci come “entità superiore” e a noi determinante, sembra ricondurci all’antica leggenda della mela, della creatura originaria, unico essere plasmato di due metà, una maschile e l’altra femminile. Così gli amanti sono l’unità spezzata, divisa, che si cerca, si allunga in passione, ossessione, brama, desiderio e, anche, gelosia.

Ana Rossetti
Ana Rossetti
Ana Rossetti nasce nel 1950 a San Fernando, Cadice, scrittrice ed attrice d’opere teatrali, é una degli autori contemporanei più amati di Spagna. Sin da giovanissima partecipò e diede vita al movimento culturale studentesco “la movida” di cui è considerata ispiratrice per la natura dissacrante dei suoi disinibiti testi, in netta opposizione agli strascichi culturali del franchismo e dell’Opus Dei. Considerata musa ispiratrice da Pedro Almodovar nel suo cinema di colori, passioni, odori di “movida”, la Rossetti si è distinta per la grande varietà di stili e per l’accurata ricerca creativa, affermandosi come poeta, narratrice e saggista. Tra le sue raccolte poetiche spiccano Los devaneos de Erato (1980), Indicios vehementes (1985), Yesterday (1988) e Punto Umbrío (1996). Per Devozionario (1985) ha ricevuto il Premio Internacional de Poesía Rey Juan Carlos I. Suo ultimo libro é La ordenación (raccolta retrospettiva, 1980-2004). Autrice di altrettanta prosa, vale la pena ricordare Plumas de España (1988), Alevosías (1991, che le valse il premio La Sonrisa Vertical per la letteratura erotica), Una mano de santos (1997), El antagonista (1999). Nel 2001 ha riunito in un unica raccolta tutti i suoi racconti nell’opera Recuento. Cuentos Completos. E’ stata di recente insignita della Medaglia d’argento d’Andalusia quale riconoscimento per la vasta e variegata produzione artistica.
La Poesia di Ana Rossetti dissacra l’immagine passiva della donna amata-amante, conferendole un ruolo primario e di regia nella se-duzione e nell’atto d’amore. In lei, erotismo, estetismo e ricerca linguistica si fondono dando vita ad una poetica aperta, chiara, narrativa e lirica al contempo, in cui la parola vuole essere pennellata descrittiva che dice senza suggerire. I principali temi da lei trattati sono la ricerca estetica del piacere sensuale da un lato, ed il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza dall’altro, con una vena di nostalgia ed attenzione alle sensazioni che il ricordo di quegli anni di scoperta di sé nel mondo, ed attraverso il mondo delle cose e degli adulti, opera nella formazione dell’individuo. Ed il suo occhio cade e si rivolge, con una vena forte e nello stesso tempo malinconica, verso l’età della curiosità e della metamorfosi adolescenziale che raccoglie e fonde armonicamente malizia ed ingenuità nel mistero di sé, da svelare con occhi attenti e curiosi sempre sorretti e sospinti dal magico soffio della fantasia.
“El cuento no sirve para apartar a los niños de la realidad,
sino que es un arma para interpretar la realidad”
“Le favole non servono ad allontanare i bambini dalla realtà,
bensì per dar loro un’arma perché la possano interpretare”
Ana Rossetti.
Inconfesiones, Ana Rossetti
Es tan adorable introducirme
en su lecho, y que mi mano viajera
descanse, entre sus piernas, descuidada,
y al desenvainar la columna tersa
-su cimera encarnada y jugosa
tendrá el sabor de las fresas, picante-
presenciar la inesperada expresión
de su anatomía que no sabe usar,
mostrarle el sonrosado engarce
al indeciso dedo, mientras en pérfidas
y precisas dosis se le administra audacia.
Es adorable pervertir
a un muchacho, extraerle del vientre
virginal esa rugiente ternura
tan parecida al estertor final
de un agonizante, que es imposible
no irlo matando mientras eyacula.
Inconfessabile
È talmente delizioso introdurmi
nel suo letto, mentre la mia mano errante
riposa, abbandonata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa
- il suo cimiero rosso e sugoso
avrà il sapore delle fragole, piccante -
presenziare all’inaspettata espressione
dell’anatomia che ancora non sa usare,
mostrargli l’arrossata incastonatura
all’indeciso dito, mentre in perfide
e precise dosi gli si somministra audacia.
È delizioso iniziare
un ragazzo, estrargli dal ventre
verginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale
di un agonizzante, che è impossibile
non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.
Trad. n.c., 2008
*
Incitación, Ana Rossetti
Escapémonos, huyamos a los cómplices
días de la niñez. Perdámonos inermes
por los intensos vértigos de la piel insabida.
Confundidos, al no encontrar los nombres
para tanto esplendor, inventaremos fórmulas
de un idioma secreto : como antes.
Extraviémonos por la gran pesadilla
de la noche. En los negros pasillos
del horror insistamos hasta que el fiel desmayo
- dobladas las rodillas- nos socorra.
Ven. Miremos por toda bocallave
que enciende algo prohibido,
gravemente matemos mariposas vidriadas,
pisoteemos seda, desgarremos la gasa
que nubla las magnolias,
y la desobediencia sea privilegio nuestro.
Istigazione
Scappiamo, fuggiamo verso i complici
giorni dell’infanzia. Perdiamoci inermi
nelle intense vertigini della pelle ancora incerta.
Confusi, non trovando parole
per tanto stupore, daremo alle cose nuovi nomi
in una lingua segreta: come allora.
Perdiamoci nel grande incubo
della notte. Nei neri corridoi
dell’orrore proseguiamo fino a che non ci colga
-piegati sulle ginocchia- il fedele svenimento.
Vieni. Guardiamo in ogni serratura
che si apra a qualcosa di proibito,
con rito solenne uccidiamo le farfalle di vetro,
imbrattiamo la seta, strappiamo il tulle
che vela le magnolie,
e la disobbedienza sia nostro privilegio.
Trad. n.c., 2009
.
G. Klimt, il bacio
ROSSANA (affacciandosi): Siete voi? Parlavamo di… di un…
CIRANO: Bacio. E’ una parola dolce. Non capisco perché voi non osiate pronunciarla. Se già questo vi fa bruciare tutta, che accadrà poi più avanti? Non abbiate paura. Non avete poco fa, quasi senza accorgervene, rinunciato a giocare? Non siete passata senza traumi dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto? Andate avanti, ancora un poco, senza farci caso, e vedrete: dalle lacrime al bacio non c’è che un brivido.
ROSSANA: Tacete!
CIRANO: Un bacio – ma che cos’è poi un bacio? Un giuramento un po’ più da vicino, una promessa più precisa, una confessione che cerca una conferma, un punto rosa sulla “i” di “ti amo”, un segreto soffiato in bocca invece che all’orecchio, un frammento d’eternità che ronza come l’ali d’un’ape, una comunione che sa di fiore, un modo di respirarsi il cuore e di scambiarsi sulle labbra il sapore dell’anima! …
Cyrano de Bergerac, Edmond Rostand, atto 3 scena 10
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È il primo bacio, quel magico contatto di labbra a dare le risposte all’attesa amorosa: un gesto semplice, carico d’aspettative, denso di delizie, ma anche naturale, arcano, intimamente istintivo …
Ed ecco che le labbra si sfiorano, assaporano la pelle dell’amato/a parlano e rispondono al mistero della passione, della fame e dell’amore.
Freud diceva che “il bacio è, per animali ed esseri umani, portatore di cibo: se non baciamo chi amiamo, a livello simbolico gli togliamo un nutrimento fondamentale, il nutrimento dell’anima”. Secondo la sua teoria impariamo l’arte del bacio appena nati, al primo contatto col seno materno, alla prima suzione e quest’arte si affina, si arricchisce nell’esperienza del nutrimento. Per quanto poco poetico possa apparire, anche gli uomini svezzavano i loro cuccioli nutrendoli attraverso il contatto delle loro bocche. Quando non esistevano pappette preconfezionate, omogeneizzati e liofilizzati, le mamme svezzavano i pargoli passando loro il cibo da bocca a bocca, così come nella migliore tradizione animale.
L’atto della “suzione” e del “tastare” con la lingua il capezzolo materno durante l’allattamento corrispondono dunque esattamente al reciproco nutrirsi degli amanti nell’atto di baciarsi.
Il bacio acquista quindi un ulteriore senso carico di ancestrali valenze: esso è “nutrimento” di cui fruire e da donare all’altro, offrendosi nella morbidezza delle labbra congiunte, ma anche abbandonandosi consapevolmente vulnerabili ai denti ed alle fauci dell’altro in segno di fiducia e reciproco scambio.
G. Klimt, Dancer
Gustav Klimt esplora la psiche femminile nella vasta complessità delle sue pulsioni recondite, le donne di Klimt sono sensuali, morbide, dominatrici soggiogate dal proprio stesso istinto.
Gli occhi spesso semichiusi, le labbra rosse semiaperte al respiro, al sospiro … sono icone conturbanti, dall’aspetto pienamente e maturamente pronto al piacere dell’eros, ma ancora cariche di un’aura adolescenziale: eros e purezza commiste in uno sguardo, nella piega del collo ricurvo, nell’atteggiamento d’attesa ed offerta espresso dal linguaggio del corpo …
Nel Bacio, Klimt, descrive l’abbandono e la dedizione della donna verso il proprio uomo e le due figure appaiono fondersi in abbraccio.
L’uomo è proteso in avanti, virile nell’atteggiamento protettivo e teneramente possessivo nei confronti della donna che gli si offre totalmente. La loro unione acquista una valenza spirituale quasi mistica: l’atto fisico trascende in totale corresponsione, sublime unione.
La donna qui non è rappresentata come solitaria e ammaliante seduttrice quasi irraggiungibile, icona di passione e desiderio, al contrario è essa stessa attrice compartecipe d’uno scambio di sensi sinuosamente intessuto, condiviso.
I corpi degli amanti sono uniti in un tutt’uno privo di dettagli realistici, le loro vesti sono tuniche geometricamente “intagliate” secondo quel gusto tipicamente Klimtiano per i costumi ed i decori della tradizione giapponese: gli unici dettagli fisici pienamente definiti sono il volto degli amanti e le loro braccia.
I decori geometrici delle vesti sono allusivamente simbolici, con chiari richiami alle caratteristiche sessuali degli attori: la veste maschile appare decorata con figure geometriche verticali, al contrario la tunica femminile è ornata di ricami circolari che alludono palesemente ai genitali femminili.
Sullo sfondo prevale l’oro bizantino, ad indicare l’assenza del tempo nella misticità sublime dello scambio amoroso, che vede i due amanti inginocchiati su un terreno che si stende ad essi fiorito quasi a simboleggiare la fertilità del loro incontro.
Tuttavia, rintracciamo nell’idillio del dipinto un altro forte elemento simbolico: la coppia strappata al tempo dalla sublimazione dell’amore, si trova comunque a ridosso di una voragine che rimanda fortemente al tema della caducità delle cose stabilito nell’equilibrio delle forze di Hρος e Θαναθος, secondo cui, l’amore giunge alla propria sublimazione solo attraverso l’esperienza della morte.
natàlia castaldi
ciascuno una foglia
l'albero resta

Avevo scritto un post per Cristina Bove ed il suo terzo libro, “Attraversamenti verticali”, che avrei pubblicato ieri se non fosse sopraggiunta la notizia della dipartita di una poeta che lega profondamente me e Cristina in un antico abbraccio.
E riparto da qui, da Alda per parlare di Cristina e ricostruire il cammino che lega le persone che della poesia fanno loro fede, espressione di vita, unica forma di dialogo che abbraccia mente, membra e cuore.
Era il 16 novembre 2007 quando conobbi Cristina leggendo in rete questi versi:
Se la follia ispira una mente in tal maniera
da renderla sottile e riflettente
acuminata e ancora dolce e tesa
ad accogliere il mondo
se la follia parla attraverso le lacrime rapprese
e tappa falle nella carena viva
di un veliero splendente
e non lo fa affondare
allora la follia è madre della mente geniale
del cuore che non cede agli insulti del tempo
della vita preziosa che si affida
alla memoria per sopravvivere
e dal futuro si distanzia con piegate ali
raccolte a protezione di quella tenerezza
delle morbide carni in cui le offese
hanno lasciato solchi e cicatrici …
e lei non dice che l’aspetto minimo
del suo antico dolore.
Mi scoppiarono le tempie, non conoscevo Cristina ma conoscevo bene la poesia di Alda Merini e accostarle e leggerle sotto una stessa comune luce, fu per me naturale ed illuminante, tanto che timidamente le scrissi queste parole:
"non sono degna di commentare ... ti lascio una poesia di una che di follia e poesia se ne intende ... a me appartiene solo la follia, che mi fa amare i versi degli altri ed i miei miseri deliri ...:"
Pensiero, io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero, dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell'antro della follia.
Alda Merini, da "La terra santa"
Da quel momento, da quel 16 novembre, tra me e Cristina iniziò un lungo dialogo interiore che più volte ha orizzontalmente abbracciato i versi di Alda e che continuerà a nutrirsene sempre coltivando quel folle pensiero, che fa sentire le cose in modo carnale, infettando con la sua condanna ed assoluzione: la poesia.
Saranno dieci giorni che tengo sulla scrivania, a portata di sguardo, un piccolo libro Attraversamenti verticali, terza esperienza editoriale di Cristina Bove e mio piccolo “temp(i)o della consapevolezza”. In questo terzo libro che raccoglie versi del passato perfettamente sincroni a versi di recente composizione, si gusta un sapore deciso, quello della maturazione dell’esperienza poetica quale unica via di fuga, parallela ma non disgiunta, dall’intima e consapevole lacerazione del denudarsi per scoprirsi e ritrovarsi, offrendosi ostia del proprio verbo.
Il gran disquisire in siti e salotti letterari, sull’essenza e la ragione della poesia, m’induce a cercarne le risposte nelle ragioni del mio scrivere, e – superandomi – in quelle del mio leggere.
Già, perché se ci si chiede cosa sia la poesia, mille risposte diverse e contrastanti, definiranno l’intima o canonica accezione e senso “scientificamente” conferiti a tale termine, ma più che cercare di definire la poesia, mi chiedo, perché desidero leggere “poesia” e perché, certa poesia, mi provoca “stordimento”, “liberazione”, “lacerazione catartica”?
Dipenderà forse da stile, forma e metro? O ancora dal suo significato o dall’intimo pensiero ch’essa esprime?
Nella poesia non cerco “la risposta”, che essa stessa non vuole dare, ma il principio di un cammino, l’attacco per la mia parola, l’anima intrinseca del dialogo che si scandaglia a partire dall’intuizione colta nel bagliore di una scintilla.
La poesia di Cristina Bove, così come la poesia in generale, per sua natura non ha pretesa di verità che non sia soggettiva maturazione del proprio dubbio, scoperta estrema del proprio sé questionante e dialogante; dunque, leggere poesia significa dar “moto” all’eterna ricerca che conduce a quell’inspiegabile interloquire tra un foglio cifrato d’altra esperienza ed il proprio universo, è risalire alla fonte di un fiume che ci scorrerà dentro guidando il nostro cammino senza suggerircene la meta, cui dovremo arrivare più ricchi di doni, ma – irrimediabilmente – soli.
Io sono
L’impalpabile essenza
che gioca con le pagine
del Tempo …
Giocare con le pagine in Cristina Bove ha duplice senso se il Tempo le è conquista quotidiana intessuta di cicatrici da trasformare in elogio alla vita, non privo di momenti di buio strapiombo nella sua routinaria e pur ricca fatica.
Senza tentare di svelare l’intimo di un’esistenza, ma semplicemente cogliendone ogni crepitio e respiro attraverso i versi, appare chiaro che ci sono autori in cui l’esperienza è segnata da percorsi accidentati che ne temprano lo spirito acuendone le capacità percettive e d’“ascolto” del mondo.
Le scelte stilistiche della Bove sembrano formarsi sul variare del suo stato d’animo e non prescindere da quello che, poesia dopo poesia, si accinge a narrare.
Ecco che nei suoi versi troveremo ora momenti di lucida ed analitica riflessione sui fatti e sulla storia che, intrisi di sdegno, danno vita ad audaci e sardonici “j’accuse”; ora morbidi ed euforici abbandoni intimi, carnali e sanguigni di pregna e svelata femminilità senza maschere di posa; poi nuovamente lo strapiombo nell’abisso oscuro delle ombre e dei fantasmi del dolore, non privo tuttavia di quella luce di speranza temprata dal coraggio di una donna vera: il tutto in una danza di logiche e coscienti contraddizioni esistenziali che si intrecciano, per ritmo e tempo, alla ricerca di un percorso che dia complessivamente senso alla lotta per la vita ed all’Ossimora Umana Speranza, che in Cristina definisco azzardosamente “atea e spirituale”, d’un suo protrarsi ad essa oltre.
Le scelte linguistiche pur partendo dal classicismo proprio della sua formazione culturale, si mescolano via via a sempre nuovi artifizi e sperimentazione che, svestendosi dalle ingabbiature metrico-tradizionali, conferiscono al suo verso libero una musicalità ritmica decisa ed originale.
natàlia castaldi
***
Ottimismo
Vedere una rosa
spuntare
da un tumulo smosso
e pensare:
n’è valsa la pena …
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Da Attraversamenti Verticali, Ed. Il Foglio, 2009
ATTRAVERSAMENTI VERTICALI
Modello a cera persa
in fonderia dove tracima e scorre
si lamenta
nello sbuffo di scarico l’impronta
cavità mi contiene, io sono il segno
dell’avido contrarsi, il luogo e il tempo
il mantice d’intorno
e sboccio come fiamma dalla brace
un’immersione
poi, raggio corrusco
mi spengo nella sabbia del fondale.
Lune dipinte erettili
mi navigano il dorso e fluttuo lenta
nell’ondeggiare delle posidonie.
*
Allora è poesia?
Allora anch'io mi chiedo se è così
che si fa poesia
se basta avere l'aria nella testa
un pulviscolo in petto
o una notte di lucciole in cantina
se basta essere appesi ad un ricordo
o avere nelle mani una manciata
di fuochi spenti, un solco nella scarpa
e restare appoggiati a una spalliera
di gelsomino ormai quasi appassito
Che ve ne importa? Dite forse un nome
o raggiungete un argine d'addio
o assicurate un'ancora sul fondo?
Ah, se bastasse un po' di oscurità
per cancellare un attimo di sonno
una caduta in triplo
salto mortale
una scia di verbena
una vecchia borsetta fatta a maglia
un ombrello tarlato e un libro aperto.
Invitatemi almeno a un valzer lento
datemi il tempo di mirare a segno
così che con un tiro ben centrato
io possa andare via
senza un lamento.
*
Resto
Ma di che scrivo ancora? Stupida me che non avverto
il grido, non vedo il luccicare delle lame
e bevo le fandonie di uno schermo, mentre la morte affonda
le sue dita. Gente che prega e muore del suo dio,
gente che avanza e sparge di sue ceneri territori lontani
grassi padroni adunchi nelle fabbriche
dove si ruba l'anima ai bambini
E pure di ogni dio che si compiace d'incensi e tabernacoli,
di minareti e cupole si dovrebbe sentire almeno il fiato
per chi distrugge ciò che lui ha creato.Ma nessuno protesta,
ai loro altari pornografia e reliquie
ai loro templi sarcofaghi di mummie ancora vive.
Vedo sassaie deposte a fare cumulo
sopra ricordi d'ossa. È sempre altrove
che si colloca l'argine, tracima di catene di potere
bombe silenti labbra strette e mute, abbiate fede e dite
le preghiere. Vi ascolterà lo scorrere di sabbia in una sfera
prigionieri di un tempo da clessidra.
Acquisterete invano le risate spergiure dei diamanti
i vostri letti sfatti nei deserti dell'anima, di giochi truci avrete
le ceneri di un'orgia senza fine, crani collane a sanguinarie dee.
Oppure avrete inutili rincorse mentre vi assedia fuori una corazza
appesi al soffio di perdute ali.
Vado con scarpe rotte e senza lacci
barbona dentro l'anima. I miei versi farò bruciare agli angoli
di strade, andrò spargendo lacrime e poesia, per un tozzo di pane.
Avrete allora quello sguardo stinto tra la pietà e il disprezzo
mi darete due soldi di coscienza e girerete al largo.
A voi le griffes, rispedisco al mittente le promesse. Ormai ho deciso:
non mi avrai, Cielo, così stanca e sola, no, non mi avrai
per una gabbia d'oro, né per tutto l'amore degli dei,
sarà nella mia polvere il mio grido, che lo ascoltino o meno
e sarò il dito puntato sulla terra, è qui che resto
nel deserto dei sogni senza scopo
degli umani deliri. Io fra gli umani un atomo di voce
e tra gli umani tutti ad aspettare, se mai ci fosse tregua,
un chiarimento o una resurrezione.
*
Oppure
Coltivo di vermiglio
risate e melograni
rifuggo la penombra, vesto il sole.
Quando il tempo dei mantici
scardinerà per sottrazione terminale
infissi di silenzio
inghirlandata mi offrirò all'altrove.
Oppure
mentre
***
Brevi cenni biografici:
Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da sempre dipinge, scolpisce, scrive, legge, tempo e famiglia permettendo.
Libri:
Attraversamenti Verticali, Ed. Il Foglio, 2009
Il respiro della Luna, Ed. il Foglio, 2008
Fiori e Fulmini, Ed. Il Foglio, 2007
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Link per l’acquisto dell’ultimo libro:
"scrivere sotto la sorveglianza del disastro"
Maurice Blanchot

Perche se abbiamo un debito lo abbiamo con le tue manie, con i tuoi capricci, lo abbiamo in quegli spazi dove non si celebra e dove per sempre in ogni primavera ti faremo gli auguri.
Se adesso parlare è più facile, sarà perchè abbiamo verso di te qualche responsabilità in meno." L'io è un altro" diceva Rimbaud che non amavi, ma chi come noi scrive per non smarrirsi nel mutamento, sa che chi ti abitava era una moltitudine responsabile verso le parole e verso la tragedia in cui le stesse trascinano.
un abbraccio Alda
alessandro