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Litblog di Poesia contemporanea, Autori Inediti, Poeti senza tempo, Musica e poesia.

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mercoledì, 11 novembre 2009
Non ho nemmeno una lettera
andreapomella; poesia contemporanea; commenti (5)?

burned

Quando correvo incontro a un sacchetto di gelati
che portavi nell'ora del tramonto o sotto il sole d'estate
e tu guardavi di sbieco le cose e ti soffermavi
sulla mia mano tesa come quella di uno zingaretto
sembravo la freccia che mira al cuore
le ginocchia macchiate di terra
le fiamme
incurvate dentro gli occhi
il braccio che implorava la benedizione
di quell'oro da succhiare a morsi
abitavamo allora
in un'immondizia di palazzi edificati
come macerie
Roma distava un pezzo di campagna, un’ansa di fiume
una corsa d’autobus su una valle di sterpaie
quei palazzi di borgata preservavano
la schiena della mia infanzia
come una chioccia grassa o il petto di una balia
ti ho visto ieri arrivare senza provviste
malato della tua follia della tua furia
correvo da te come un orfano in cerca
del mike blond della eldorado
non ho nemmeno una lettera
in cui ho riposto i miei riccioli, le scarpe
bagnate di pioggia
l’odio
quel vento che non era nostro
quel tempo che non era
nostro


(
Andrea Pomella - Novembre 2009)







martedì, 10 novembre 2009
VARIA UMANITA’ …. RESEZIONI E SUTURE ….
PoetarumSilva; isabella verdiana di tomassi; commenti (7)?

2

 

 

Nulla é 'mai' sepolto. Nulla é sepolto se non il cadavere di un essere umano che abbia finito la sua vita. Ciò che vive é sempre vitale anche se apparentemente privato dell’energia che gli appartiene.

 

Ciò che presumiamo sepolto é solo apparenza di sonno e morte, qualcosa che sembra dimenticato e pungola e tormenta e tende a risvegliare.

 

 

Suono di una piuma che si posò sul cuore,

una voce allora, nell’orecchio, sussurrò …

sembrò che di cose feroci volesse raccontare

e non per curiosità

io son rimasta …. ad ascoltare ….

 

Mi parlò di umani a cui strapparono le ali

in luoghi dove non era possibile volare,

mi parlò d’amore, di quando era fragile e acerbo

e che temprato s’era fatto forte e certo,

 

poi, ascoltai ancora mentre diceva :

d’esperienza non si deve sugger solo astuzia,

e nemmeno sibili che danno strano sonno ….

e nonostante così non fosse mai andata,

le suole delle scarpe s’attaccarono alla pece della vita.

 

La gran folla di giudizi e di parole

cominciò ad urlare e ad impedire al sole

di trovar la strada per il cuore del suo amore

e ancora e ancora e ancora, senza sosta.

 

Continuai ad ascoltare imbarazzata

dalla densa sostanza che si era avviluppata

dalle suole alle mie gambe,

per trattenermi a terra dove le miserie sono tante.

 

Fu allora che sentii il dolore delle ali

mentre ad altri venivano strappate,

scarnificate dalla sede, sanguinanti nella presa,

senza pietas assassinate dove non c’era resa.

 

A terra, ormai schiacciata non da gravità

bensì da quell’offesa,

afferrai con lesta mossa conoscenza

dal primo sussurro alla comprensione

… ed ero me, ero vera ….

non attendevo immobile la sera.

 

Compresi che non offendendo l’insolenza ottusa

evitavo di assassinare il tempo a mia disposizione

e lo usai a ricucir le ali ad ogni schiena

e con caparbietà arpionata alla vita

risanavo così un po’ la mia ferita …

 

 

Ancora oggi ascolto tutte le stagioni della ragionevolezza e, tutte … da quando ho vita, … tutte le ricordo ...

 

Ragionevolezza, seme gettato nella terra, calpestato e schiacciato dalla cecità che crede di vedere …

 

 

Un giorno, all’improvviso, dopo che le lacrime si erano trasformate in pioggia senza che ad alcuno ne fosse venuto un seppur minimo raffreddore, mentre viaggiavo attraverso la vita, piegai la testa all’indietro, chiusi gli occhi e immaginai come sarebbe stato essere viva.

Il fuoco che solcava ogni circonvoluzione del cervello; il sangue a diventar veleno, di cui si erano intrise le punte degli arpioni che avevo ancorato a brandelli di sereno ….. Brandelli, come a dir dolore, antidoto a speranze vane.

 

Dolore era il nome e tal che fosse non se ne dava pace.

 

 

Guardai la ragione mentre riapriva gli occhi e mi disse che percepivano un colore.

 

Fame.

Era fame di vita e Ragione voluttuosa la nutriva con nera rabbia dalla sua ferita. 


Isabella Verdiana Di Tomassi








lunedì, 09 novembre 2009
Gino Di Costanzo - biografia ed opere
nataliacastaldi; poesia contemporanea, gino di costanzo; commenti (4)?

Francesco Balsamo

Francesco Balsamo - Paesaggio con specchio



 BIOGRAFIA DI UN ARTISTA POSTUMO

Nacque su una barella prima di entrare in sala parto, raggiunta ormai a cose fatte, il 27 Gennaio del 1963. Fu così che Luigi (Gino) Di Costanzo, secondo di tre figli maschi, da quell’errore di tempistica dell’ostetrica, si rese conto di non essere nato in Svizzera ma in una clinica di Mergellina.

La cara mamma  era ed è casalinga, il papà era operaio (poi quadro) dell’Italsider, nota acciaieria del gruppo IRI che dava da vivere a circa novemila famiglie, minando nel contempo la salute degli abitanti del quartiere di Bagnoli dove la famiglia Di Costanzo risiedeva, accanto alla suddetta puzzolente fabbrica.

All’età di quattro anni sviluppò un precoce anticlericalismo, allorquando la sua mammina ebbe la brillante idea di iscriverlo all’asilo dalle suore. Dalle cape di pezza apprese i primi rudimenti dell’arte della bestemmia, cosa nella quale le pie donnine erano molto versate.

Si innamorò per la prima volta, ma non riuscì a dirlo a lei, anche perché non ci capiva nulla.

Alle elementari si distinse per il  notevole profitto negli studi, ma all’esame di quinta un suo compagnetto, da sempre surclassato, vantò voti migliori dei suoi: era il figlio di un maestro che insegnava nella stessa scuola. Conobbe così la raccomandazione.

Si innamorò un’altra volta, ma continuava a non capirci nulla.

Alle medie quel compagnetto capitò ancora in classe con lui, la carogna,  ma stavolta non ci fu storia. Il nostro divenne il primo della classe e la giustizia trionfò.

In quegli anni ebbe i primi proficui contatti con lo sport, il calcio, che praticava con piccoli delinquenti del quartiere dopo aver superato il trauma di sei mesi di nuoto in quinta elementare, interrotti da una provvidenziale otite purulenta corredata da un esaurimento nervoso, causato dai metodi nazisti del suo allenatore.

In breve divenne un ottimo difensore, prima stopper, poi terzino fluidificante, infine libero “all’olandese”.

Nella fenomenologia antropologica del “primo della classe”, Luigi “Ginetto” Di Costanzo rappresentò uno spartiacque: egli fu il primo dei primi della classe a non essere un secchione imbranato e deriso,  ma un ricercato compagno di partite con scommessa (chi perde paga il campo) e anche di qualche scazzottata, che però avrebbe volentieri evitato, essendo di indole mite.

Vinse con la mitica A.C. Bagnoli il campionato di quartiere, battendo in finale per tre a zero la altrettanto mitica Real, zeppa di mini calciatori che sarebbero poi diventati killer della camorra, tossici, rapinatori, sieropositivi, galeotti abusivi e idraulici avventizi.

Naturalmente superò l’esame di terza media col massimo dei voti, essendo bravo anche in disegno: suo padre era pittore dilettante e i misteri della genetica non li conosceva ancora nessuno.

Si innamorò un altro paio di volte, in terza media, ma con modesti risultati pratici, pur capendoci di più: quelle cagavano quelli più grandi, che ci capivano ancora meglio.

Scelse nel 1976 il liceo scientifico - il glorioso “Arturo Labriola” - lo stesso del fratello maggiore, dove se non eri più a sinistra del PCI rischiavi grosso. Partecipò sporadicamente alle prime assemblee studentesche dove decise di non parlare mai. Raramente frequentava manifestazioni di piazza e cortei vari, ma quando accadeva non si intruppava fra i militanti del suo liceo, vi partecipava da cane sciolto, pur non facendo la cacca sui marciapiedi.

Capitò in una classe piena zeppa di primi della classe, cosa alla quale si abituò subito, perché, in fondo, non gliene fregava niente di essere l’unico, e in condominio si mimetizzava meglio. Continuò a praticare tutti gli sport più diffusi tranne il “sottomuro”, arrivando ad allenarsi contemporaneamente nel karate, pallavolo, tennis e calcio.

All’età di 17 anni, era Agosto, un grave infortunio pregiudicò per sempre la sua carriera di calciatore mai cominciata, proprio alla vigilia di un provino settembrino con la squadra “primavera” del Napoli. Per la disperazione si diede alla lotta libera che praticò presso il circolo sportivo aziendale Italsider.

Vinse però un torneo di tennis in Sicilia, specialità del doppio, in una località balneare nei pressi di Taormina, sconosciuta ai più.

Si innamorò per ben quattro volte durante gli anni liceali, riportando una vittoria, un pareggio e due sconfitte, ma evitò la serie B.

Di lui si ricordano la prima vera trombata, all’età di 16 anni, con una ragazzona olandese coetanea, che negli anni successivi pare sarebbe ingrassata come una lanciatrice del peso bulgara.

Nell’1981 si iscrisse alla facoltà di architettura dove avrebbe sofferto per dieci lunghi anni per una vilipesa laurea, la cui pergamena ritirò dopo 16 anni dalla discussione della tesi. In quegli anni studiò molto, lavorò – perché la famiglia era umile ma onesta – e continuò ad allenarsi, ma anche ad allenare giovani virgulti di una squadra juniores di handball, che è meglio che dire pallamano, ché non suona bene e potrebbe essere male interpretato.

Lavorò inoltre come cameriere, uomo di fatica (scaricatore di mobilia), commesso, secondo-vice-aiuto-apprendista architetto e consimili.

Odiò con rara intensità i colleghi di università, i professori, i loro assistenti, gli addetti di segreteria e quelli dei dipartimenti, auspicando un olocausto di uomini e cose all’interno dell’edificio universitario.

Si laureò con lode (e che te lo dico affà?) nel 1992, prendendo a male parole un professore della commissione - che fortunatamente non udì - durante la seduta di laurea, ricevendo per questo una dolorosa gomitata nel fianco da una sua collega che conferiva accanto a lui – la tesi era di gruppo.

Nei primi anni universitari si convinse di aver compreso appieno le donne, per questo, in seguito, le evitò per anni.

Dopo la laurea e fino ai giorni nostri, una volta inteso che gli architetti non li cagava quasi più nessuno, e che seppur cagati poi dopo non li pagavano, cominciò a sbarcare il lunario in tutti i modi, lavorando nell’ordine come: architetto progettista a Napoli, operaio elettricista alla Fincantieri di Ancona; cameriere, uomo di fatica, barman, wine-waiter, architetto “caddista” a Londra; architetto progettista, operaio giardiniere a Napoli; capocantiere a Ferrara; capocantiere a Napoli, direttore tecnico a Napoli in una società di costruzioni, ruolo che riveste tutt’oggi.

Dipinge e scrive ma non ha mai tentato di pubblicare nulla, cosa di cui tutti gli editori italiani e stranieri ancora lo ringraziano. Si rimarca inoltre che i migliori pezzi della sua produzione pittorica risultano tutti venduti – incredibile! – mentre le tele invendute, delle croste immonde, sono ancora accatastate in casa del poeta, poiché nessuno è in grado di definire la categoria di rifiuto nella quale vadano smaltite.

Da un anno e mezzo circa cura la redazione di un blog individuale, dove culla il suo ego beandosi dei numerosi complimenti che riceve.

Nuota attivamente da quattro anni - anche a delfino, eh - causa infortunio all’anca che gli impedisce di correre.

Non è sposato e nemmeno ci ha mai provato, ma ama le donne e ne è a volte riamato, anche se, si sa, non è sempre natale. Risulta tutt’ora di nuovo sul mercato.

Mente razionale e scientifica ma anche dotato di rara sensibilità, il Di Costanzo ha sempre coltivato la passione per le umane lettere, che tutt’ora maltratta con profitto. 

*Il sottoscritto Luigi Di Costanzo, nel pieno possesso delle sue opinabili facoltà mentali, autocertifica la veridicità della biografia in oggetto: diploma, laurea, attività lavorativa, attività sportiva e approcci amorosi corrispondono a totale verità; anzi, causa precoce Alzheimer, molte delle cose che hanno caratterizzato la sua singolare esistenza non sono state inserite fra le note essenziali.

Sarà per un'altra volta.   :-)))

 

Gino Di Costanzo

 

***

 

L'ALBA

 

Uno spiffero di luce

intruso

la polvere della notte

sorprende a mezz’aria. 

Occhi di preda

nel buio agonizzante

di sogni mutilati

suppongono il finale.

 *

NOTTE VENEZIANA

 

Liquidi fiori di pietra

vagano insonni

per ponti e canali

chiedendo tempo e senso per sé.

Mi rifugio nella notte stinta

ebbro del dolore

che non s’avverte

poiché la nebbia complice

non dissemina che sogni

e rumore di passi.

 *

IN METROPOLITANA

Il fragore corre nel buio
dove uno sguardo
sordo a quel ritmo
come ad altri richiami
(è il silenzio la grammatica)
lambisce un ricordo
in nero di seppia
scia di natante
che schiuma e dissolverà
alla prossima fermata.

 

 *

NON

 

Non disegnano spazio

le nostre forme non lo fanno.

I nostri corpi (singolari)

non avverano tempo

la tua essenza non libera profumo.

Il tuo respiro – impassibile –

non vedrà la mia primavera.

 * 

 

SENSO (senza?)

 

Senso virgola

significato punto

concetto due punti

oggetto virgola

oggetto virgola

oggetto punto

Sì virgola occorre il punto     punto

 * 

 

Questa è senza titolo

 

Stamani circospetto

raggiungo la mia madia

deposito illegale

che può ben acquietare

un trafficante di cacao.

 

Gino Di Costanzo








domenica, 08 novembre 2009
Casta Carta Cauta Canta
EnzoCampi; poesia, enzo campi, casta carta cauta canta; commenti (9)?

 

Loss x

 

Nascersi

come  prima istanza

in odor di feto

e portarsi dietro

reminescenze di placenta

 

 

                                               -dura madre in me inconclusa-

 

*

 

Bruciami donami

l’ignavo gesto deietto

per osceni lidi guastati

dall’incedere lento

del non più dico

e sono solo residuo

di cose ataviche

che mi hanno preceduto

e segnato.

 

Lavami dannami

l’ardito arto inconcluso

di luce in nuce

differito stremato

come pervaso

dall’incalzante dilemma

dell’animula astante

in su la soglia

del divenir regresso.

 

*

 

Pascersi

come seconda istanza

in odor d’isteria

e tendersi nel gesto

se mai represso

 

 

                                              -fluido padre da me reiterato-

 

*

 

Non solo lavico liquido

a fluire d’intorno

ma fin’anche

desideri maniacali

di sdoppiarsi da sé

svuotandosi della metà

di un’empietà

da immolare alla luce.

 

Altro scopo.

Altro frantumarsi.

Altro forsennarsi.

 

Chi dice il chi?

Cosa dice il cosa?

 

Ecco il centro

che bascula stremandosi.

Prima l’unghia, poi l’alluce,

la caviglia, il ginocchio, la coscia,

l’inguine, l’ombelico, il seno,

il collo, il cranio:

sono nato rovesciato!

 

E da allora cado in piedi.

 

*

 

Morirsi

come terza istanza

in odor di decomposizione

rimpiangendo

l’incompiuto che ci ha forgiato

 

 

 

                                        -evanescente figlio con me oltraggiato-

 

*

 

M’arresi al fato

alle frecce acuminate

in cui soffrire l’ignoto

e patii

il riverbero

di quella luce nera

che ancora infligge

la punizione

per il mio gesto efferato

di dare petali di rosa

in pasto

alle fameliche labbra

dell’umida vulva

in cui riposavo il mio livore.

 

Mi dipinsi il cranio

d’un viola inarrivabile

e dettai

il segno irriverente

di un geroglifico

nel quale vanificare

lo sguardo del simulacro

che pretendeva

di deflorare

il mio ombelico

per cibarsi

della linfa esautorata

che ancora rifluisce

nelle pieghe

tra il midollo

e la pietra nera della follia

che più non ritrova

il sentiero

per risalire

la china al capo

e produrre

la disconoscenza.

 

*

 

 

Paventato

come soffio salvifico

al forcluso ècrit

m’irradio fluisco

ed esondo

in canto d’astro precipitato.

 

 

 

Impura allegoria

di siffatta inevitabile moria.

 

*

 

Costi quel che costi

un atavico ghirigoro notturno

magari affastellato

a non più laviche vocali

sfinite finite incolonnate

a claudicare l’ingenuo ingegno

del nulla sia più e no

non vedo altro

che curve arabescate

in bello stilo

in forma di silenzi

in urla taciute e

in vero

estese a tutto tondo.

 

 

*

Come preso a nolo

per copulare

col taciuto récit

m’invado pervado

e mi demando

in canto d’arto smembrato

 

 

Pura aporia

d’intatta incoercibile moria.

 

 

*

 

Implosesplosa carta canta

nel mancato corpo a corpo

che più non si dà

nemmeno il colpo

del rintocco

che suona a morto e

in fine

dico e sono

soma

da portare a tutto peso

per meglio differirmi

al verbo

che offre il collo

alla lama della posterità

 

*

 

di punto in punto

raggomitolato

e pure esteso

di soppiatto s’offre

al forse son io

ecce

disteso sul piatto di portata

escotto

e in bella vista

homo

annichilito e consunto

stracotto

e privato dello sguardo

 

*

 

 

Si allarga a spettro

dilaga  e s’allaga

rischiando l’asfissia

del così sia e niente più

e solo poco ancora

il passo s’inalbera

contro il masso

che reclude il transito

senza che lingue arcane

babelino labbro a labbro

l’inestinto fuoco

che ritorna e dilaga

nel verbo che verrà

e si dissolverà

 

*

 

di nodo in nodo

riallacciato

e pure sciolto

di soppiatto si nega

al forse son io

ecce

fugge dal piatto di portata

crudo

e in bella vista

homo

esasperato ed emaciato

nudo

e privato dello sguardo

 

*

 

S’appoggia al dettato

mancando il contatto

l’ictus non favorisce

la presa

e il canto

si fa prendere

dall’ansia crescente

del non è mai stato altro

che questo o quello

entrambi inani e forclusi

parimente immani

nelle permutazioni

verso un corpo sventrato

smembrato

che svendere può

solo orpelli e menzogne

 

*

 

compulso convulso

resiste al forcipe

in aspre ligature

blocco a blocco

indivise e difese

per glorificare i fasti

della rorida caverna

in cui vorrebbe

continuare a pascersi

 

non espulso quindi

letteralmente estirpato

se mai divelto

a forza

urla lo sdegno

versando la lacrima vitrea

che lo riconduce

all’umore dell’antro

da cui è stato escluso

 

*

 

Ei fu iperbolico

e fluente

dispiegato

piaga su piaga

rifratto ancora

in cocci di silenzio

a sollecitare

l’innato vizio

di destra in manca

variegato

e inseminato

 

Ei fu ripetuto

e castrato

dispiagato

piega su piega

ritratto ancora

in punta di pennello

a mortificare

l’inconosciuta virtù

di fulcro in centro

arabescata

e disseminata

 

*

 

Di legno pregno

esonda accantonandosi

Diverge

schivando la verga

scrivendosi inconcluso

e altero

 

*

 

 

Ei fu

e lo è ancora

prodigo disilluso

e circospetto

s’aggira

arando l’intero intorno

rovesciando

la guaina

per meglio scoprire

la dissoluzione

del feticcio

a cui immolarsi

in nomea d’esecrazione

 

Ei fu

e lo è ancora

inebetito disconcluso

disguainato

foglia a foglia

dispaiato in uno e solo

disabitato in fine

dall’umore

a cui ancora oggi

tende la mano

nella supplica di una grazia

che fomenti

l’eterno ritorno a sé

 

*

 

Di ferro flesso

inonda  risuonandosi

Converge

all’iniquo virgulto

ritraendosi dispaiato

e dopato

 

*

 

                       Mi

rimangio la parola

che masticarla ancora

prima di risputarla

è perversa mania

che mi folgora e mi svela  Di

colpo in colpo

a glottide usurata

si profila

lo squarcio del fulmine

che dispare

impari

in pari nembi appaiati e franti  Si

dà il dettato

se pur impastato

inchiostro simpatico

che fa il verso

a la saetta inconclusa  E no

non risuona a morto

se pur allettato

dritto stinco

a svangare la bara

dai vermi brulicanti  E fila

si sfila come flutto

in miriadi di schiume

bava a bava eluse

escluse

dalla magna chora

consegnata all’ora

in cui il ridirsi ancora

è prece ignava

al non più riconoscersi  Di

scena in scena

piccolo uomo escremento

che incrementa

la saturazione della gola

Ancora una ferita

la mano nel costato s’apre

la via

al solo differirsi

in pari altri dissapaiati e anonimi  Mi

rimangio la parola

per meglio deglutirla

e custodirla

senza più sputarla

e dettarla

Nessun luogo

da tracimare

nessuna sinfonia da evacuare

solo crudità

da fibrillare

sulla graticola

ove escuoce

il senso ultimo

e mai definitivo

che soffre

il riflesso de la imago

da cui estromettere

il nome

vago

 

 

e

 

 

vacuo

 

 

 

 








Scarborough Fair
nataliacastaldi; scarborough fair; commenti (4)?

ricamatrice
C'erano
banconi di legno grezzo e massiccio interamente ricoperti da latte di finto argento d'ogni misura, tipo e caratura. Erano piene di fiori multicolore: si contavano geranei, rose, verbene, tulipani ... Seduta come si trovasse all'interno della sua normale abitazione, una vecchina ricamava centrini intagliati a mano, "un'arte antica", sembrava dicesse ad ogni passaggio di filo nella tela, "profuma ancora di speranze e sogni da rammendare".
 
Sollevando il capo, senza una parola, mi porse un fazzoletto in lino, grezzo. Lo presi come se ne conoscessi motivo e ragione - complice del suo silenzio - la continuai ad osservare.
 
Senza distogliere lo sguardo dal ditale - "devi ricamarlo senza usare filo ed ago, poi lo devi stirare senza ferro né vapore", diceva lentamente, "e dopo averlo ripiegato in essenza di lavanda, glielo devi consegnare ... eh, ragazza mia, cent'anni prima io persi la ragione" - concluse, svelando una smorfia di commozione sulle labbra corrucciate. Abbassai il capo, lei congiunse l'indice alla bocca a suggellarne il segreto.
 
Dalla folla di tamburelli nella piazza mi avvolse d'improvviso una canzone: era la fiera di Scarborough in aprile, la fiera dei folli, dei sogni, dell'amore.
 
natàliacastaldi



Scarborough Fair Canticle - Simon and Garfunkel








sabato, 07 novembre 2009
La nera novella - stralci
PoetarumSilva; alda merini, la nera novella; commenti (1)?

PORTRAITS_Alda_Merini

Io sono rimasta la stessa donna, un po' enfatica e molto credulona, amo il quieto vivere e un certo tipo di tranquillità. Però, penso che in qualsiasi momento un serpente stranamente innocuo possa tagliare in due le nostre ferite. Non so da dove possa sbucare un serpente o che cosa sia il sibilo della paura e del malconsiglio. so che la gente quando non capisce inventa e questo è molto pericoloso.

***

Il delitto perfetto non si vede, ma si sente. Si sente nelle viscere, nelle calamità dei giorni, nella scomparsa improvvisa di amici e parenti, che si comportano esattamente come quando ero in manicomio: non si facevano vedere, per vergogna, per umiltà o perché non gliene importava niente della tua morte. In manicomio si moriva; per esempio non c'era niente in manicomio che facesse pensare a una casa, era tutto straordinariamente essenziale, inutile e propagandava l'ospedale.
Il manicomio é come un enorme balzo all'indietro, é la rivelazione di una cattiveria inenarrabile di cui tu straordinariamente ti senti autore. E come fai a essere autore se sei vittima?
Non so quanti libri ho scritto, quante poesie, e continuano a chiedermene, come se la mia mente non avesse bisogno di un naturale svago, come se la catena di montaggio non finisse più. Sono nauseata, schifata.
Mi sono vista sgusciare via dalle mani degli amori incredibili, bellissimi, pieni di poesia, per colpa di queste viziose case editrici che vogliono il peccato mortale del denaro. Forse il manicomio si apre per questo, perché il vero peccato mortale per gli uomini é la libertà. E quando uno, come me, vuol vivere in qualche modo, o sentirsi bene in qualsiasi modo, non ha una causa coerente, non ha un guadagno sicuro, allora é colpevole.
Se poi é straordinariamente innocente, diventa doppiamente colpevole.
S poi é una bella donna, diventa l'oggetto d'invidia di tutte le paranze che ormeggiano fuori casa, e se sei un bell'uomo dicono che tu hai attentato alla loro verginità. Balle.
In fondo il manicomio é la casa di Nazaret, dove non c'é niente di niente, ma paglia da imballaggio e asini e somari. Però, piuttosto che niente, va bene anche la paglia. Infatti i nostri non erano letti ma pagliericci.
Quando mi dicono che la mia casa é in disordine, e lo é (la sovraccarico di roba), non immaginano che ho provato il peggio e quindi me ne strafrego dell'ordine e del disordine. L'essenziale é avere un tetto. Ma che tipo di tetto? Sul nostro tetto non viaggiavano gli operai come su casa mia. Non ci molestava nessuno, anzi, ci ignoravano del tutto, e questo era per loro un grande ossequio alla malattia mentale, che voleva dire un grande menefreghismo. Tanto che io non parlavo più.
Ho imparato a parlare anni dopo, col tempo, ma mi hanno subito rubato le parle di bocca e si sono magiati anche quelle. Così finirò con una battuta che mi disse un'infermiera: "Lei non ci ha mai detto in tanti anni che scriveva". Io le ho risposto: "Perché non ero matta".
siamo usciti dal manicomio dopo dodici anni, al manicomio ci tenevano puliti. Allora poi siamo usciti, ci siamo sporcati con la terra, ci siamo cosparsi il volto ed il corpo, perché per dodici anni eravamo vissuti al chiuso e al pulito, sognando di poter toccare le rose, l'erba. Usciti dal cancello non ci potevamo credere. Eravamo di nuovo liberi di vivere sporchi. E quando mi dicono che sono disordinata, e lo sono, non sanno che io ho visto il peggio e sono sopravvissuta.

Alda Merini, da "La nera novella" - ed. Rizzoli romanzo.







venerdì, 06 novembre 2009
La purezza dell'eros - Ana Rossetti
PoetarumSilva; poesia erotica, ana rossetti, tradurre poesia; commenti ?

la purezza dell'eros

la purezza dell'eros

Quando si parla di poesia erotica e di letteratura erotica in genere, ci si spinge entro una sfera emotiva e sentimentale di “confine”. Varcando la soglia dell’erotismo l’arte della parola scritta (come l’arte figurativa: pittura, fotografia, cinema, …) si plasma in forme e colori fondendo onirismo, reale e surreale in magica esplosione sensuale … la difficoltà sta nel non oltrepassare quella sottile linea di demarcazione del buon gusto e della delicatezza dell’arte se-duttiva, mantenendo sempre alta la tensione del desiderium anche nella sua più esplicita descrizione, demarcando quindi il territorio della ricerca e dell’aspirazione al piacere come massima espressione estetica dell’eros, inteso come mutuo dono di sé all’altro e nell’altro, ben diverso dalla gratuita esposizione d’un atto meccanico e rispondente ad un bisogno individuale di "svuotamento" ripetitivo e tipico della produzione pornografica, troppo spesso erroneamente confusa con l’erotismo in senso lato.

La produzione erotica nell’arte è la massima espressione dell’amore che vive consapevolmente, pienamente – talora con gioia, altre volte con struggimento – la maturità del proprio istinto e della propria aspirazione all’incarnarsi in un unicum pisco-fisico nell’altro, in modo assolutamente scevro dalla mera sessualità che – a dirla Freudianamente – risponderebbe alla necessità, all’impulso strettamente fisiologico di “scaricamento” – ma che altresì si nutre del desiderium nel suo senso più originale, ovvero quale “mancanza” e, quindi, anelito alla fusione completa della materia-corpo e spirito nel e con l’amato/a, visto come soggetto-oggetto erotico com-partecipe dell’atto amoroso che si concretizza ed esplicita nell’amplexus o nel desiderio d’esso ed ad esso legato.

Goethe: “sol chi strugge segreta ansia d’amore, sa tutto il mio dolore” …

Ed è spesso l’amato/a irraggiungibile che fa bramare, accendendo il desiderio, alimentando idealmente l’aspirazione del non fruibile, del non godibile … ed in questo estendersi senza fine, nell’allungare le braccia all’ “oltre”, riscopriamo il dono intimo dell’Io all’altro da ed in Sé, e l’amore, il suo soggiogarci come “entità superiore” e a noi determinante, sembra ricondurci all’antica leggenda della mela, della creatura originaria, unico essere plasmato di due metà, una maschile e l’altra femminile. Così gli amanti sono l’unità spezzata, divisa, che si cerca, si allunga in passione, ossessione, brama, desiderio e, anche, gelosia.

Ana Rossetti

Ana Rossetti

Ana Rossetti

Ana Rossetti nasce nel 1950 a San Fernando, Cadice, scrittrice ed attrice d’opere teatrali, é una degli autori contemporanei più amati di Spagna. Sin da giovanissima partecipò e diede vita al movimento culturale studentesco “la movida” di cui è considerata ispiratrice per la natura dissacrante dei suoi disinibiti testi, in netta opposizione agli strascichi culturali del franchismo e dell’Opus Dei. Considerata musa ispiratrice da Pedro Almodovar nel suo cinema di colori, passioni, odori di “movida”, la Rossetti si è distinta per la grande varietà di stili e per l’accurata ricerca creativa, affermandosi come poeta, narratrice e saggista. Tra le sue raccolte poetiche spiccano Los devaneos de Erato (1980), Indicios vehementes (1985), Yesterday (1988) e Punto Umbrío (1996). Per Devozionario (1985) ha ricevuto il Premio Internacional de Poesía Rey Juan Carlos I. Suo ultimo libro é La ordenación (raccolta retrospettiva, 1980-2004). Autrice di altrettanta prosa, vale la pena ricordare Plumas de España (1988), Alevosías (1991, che le valse il premio La Sonrisa Vertical per la letteratura erotica), Una mano de santos (1997), El antagonista (1999). Nel 2001 ha riunito in un unica raccolta tutti i suoi racconti nell’opera Recuento. Cuentos Completos. E’ stata di recente insignita della Medaglia d’argento d’Andalusia quale riconoscimento per la vasta e variegata produzione artistica.

La Poesia di Ana Rossetti dissacra l’immagine passiva della donna amata-amante, conferendole un ruolo primario e di regia nella se-duzione e nell’atto d’amore. In lei, erotismo, estetismo e ricerca linguistica si fondono dando vita ad una poetica aperta, chiara, narrativa e lirica al contempo, in cui la parola vuole essere pennellata descrittiva che dice senza suggerire. I principali temi da lei trattati sono la ricerca estetica del piacere sensuale da un lato, ed il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza dall’altro, con una vena di nostalgia ed attenzione alle sensazioni che il ricordo di quegli anni di scoperta di sé nel mondo, ed attraverso il mondo delle cose e degli adulti, opera nella formazione dell’individuo. Ed il suo occhio cade e si rivolge, con una vena forte e nello stesso tempo malinconica, verso l’età della curiosità e della metamorfosi adolescenziale che raccoglie e fonde armonicamente malizia ed ingenuità nel mistero di sé, da svelare con occhi attenti e curiosi sempre sorretti e sospinti dal magico soffio della fantasia.

 

“El cuento no sirve para apartar a los niños de la realidad,

sino que es un arma para interpretar la realidad”

“Le favole non servono ad allontanare i bambini dalla realtà,

bensì per dar loro un’arma perché la possano interpretare”

Ana Rossetti.

natàliacastaldi

Inconfesiones, Ana Rossetti

Es tan adorable introducirme
en su lecho, y que mi mano viajera
descanse, entre sus piernas, descuidada,
y al desenvainar la columna tersa
-su cimera encarnada y jugosa
tendrá el sabor de las fresas, picante-
presenciar la inesperada expresión
de su anatomía que no sabe usar,
mostrarle el sonrosado engarce
al indeciso dedo, mientras en pérfidas
y precisas dosis se le administra audacia.
Es adorable pervertir
a un muchacho, extraerle del vientre
virginal esa rugiente ternura
tan parecida al estertor final
de un agonizante, que es imposible
no irlo matando mientras eyacula.

Inconfessabile

È talmente delizioso introdurmi
nel suo letto, mentre la mia mano errante
riposa, abbandonata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa
- il suo cimiero rosso e sugoso
avrà il sapore delle fragole, piccante -
presenziare all’inaspettata espressione
dell’anatomia che ancora non sa usare,
mostrargli l’arrossata incastonatura
all’indeciso dito, mentre in perfide
e precise dosi gli si somministra audacia.
È delizioso iniziare
un ragazzo, estrargli dal ventre
verginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale
di un agonizzante, che è impossibile
non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.

Trad. n.c., 2008

*

Incitación, Ana Rossetti

Escapémonos, huyamos a los cómplices
días de la niñez. Perdámonos inermes
por los intensos vértigos de la piel insabida.
Confundidos, al no encontrar los nombres
para tanto esplendor, inventaremos fórmulas
de un idioma secreto : como antes.
Extraviémonos por la gran pesadilla
de la noche. En los negros pasillos
del horror insistamos hasta que el fiel desmayo
- dobladas las rodillas- nos socorra.
Ven. Miremos por toda bocallave
que enciende algo prohibido,
gravemente matemos mariposas vidriadas,
pisoteemos seda, desgarremos la gasa
que nubla las magnolias,
y la desobediencia sea privilegio nuestro.

Istigazione

Scappiamo, fuggiamo verso i complici
giorni dell’infanzia. Perdiamoci inermi
nelle intense vertigini della pelle ancora incerta.
Confusi, non trovando parole
per tanto stupore, daremo alle cose nuovi nomi
in una lingua segreta: come allora.
Perdiamoci nel grande incubo
della notte. Nei neri corridoi
dell’orrore proseguiamo fino a che non ci colga
-piegati sulle ginocchia- il fedele svenimento.
Vieni. Guardiamo in ogni serratura
che si apra a qualcosa di proibito,
con rito solenne uccidiamo le farfalle di vetro,
imbrattiamo la seta, strappiamo il tulle
che vela le magnolie,
e la disobbedienza sia nostro privilegio.

Trad. n.c., 2009

 

.









giovedì, 05 novembre 2009
Klimt ed il bacio
nataliacastaldi; klimt, il bacio, cyrano de bergerac, edmond rostand; commenti ?


 

G. Klimt, il bacio 

G. Klimt, il bacio


ROSSANA (affacciandosi): Siete voi? Parlavamo di… di un…

CIRANO: Bacio. E’ una parola dolce. Non capisco perché voi non osiate pronunciarla. Se già questo vi fa bruciare tutta, che accadrà poi più avanti? Non abbiate paura. Non avete poco fa, quasi senza accorgervene, rinunciato a giocare? Non siete passata senza traumi dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto? Andate avanti, ancora un poco, senza farci caso, e vedrete: dalle lacrime al bacio non c’è che un brivido.

ROSSANA: Tacete!

CIRANO: Un bacio – ma che cos’è poi un bacio? Un giuramento un po’ più da vicino, una promessa più precisa, una confessione che cerca una conferma, un punto rosa sulla “i” di “ti amo”, un segreto soffiato in bocca invece che all’orecchio, un frammento d’eternità che ronza come l’ali d’un’ape, una comunione che sa di fiore, un modo di respirarsi il cuore e di scambiarsi sulle labbra il sapore dell’anima! …

Cyrano de Bergerac, Edmond Rostand, atto 3 scena 10

*** *** ***

È il primo bacio, quel magico contatto di labbra a dare le risposte all’attesa amorosa: un gesto semplice, carico d’aspettative, denso di delizie, ma anche naturale, arcano, intimamente istintivo …

Ed ecco che le labbra si sfiorano, assaporano la pelle dell’amato/a parlano e rispondono al mistero della passione, della fame e dell’amore.
Freud diceva che “il bacio è, per animali ed esseri umani, portatore di cibo: se non baciamo chi amiamo, a livello simbolico gli togliamo un nutrimento fondamentale, il nutrimento dell’anima”. Secondo la sua teoria impariamo l’arte del bacio appena nati, al primo contatto col seno materno, alla prima suzione e quest’arte si affina, si arricchisce nell’esperienza del nutrimento. Per quanto poco poetico possa apparire, anche gli uomini svezzavano i loro cuccioli nutrendoli attraverso il contatto delle loro bocche. Quando non esistevano pappette preconfezionate, omogeneizzati e liofilizzati, le mamme svezzavano i pargoli passando loro il cibo da bocca a bocca, così come nella migliore tradizione animale.

 

L’atto della “suzione” e del “tastare” con la lingua il capezzolo materno durante l’allattamento corrispondono dunque esattamente al reciproco nutrirsi degli amanti nell’atto di baciarsi.

Il bacio acquista quindi un ulteriore senso carico di ancestrali valenze: esso è “nutrimento” di cui fruire e da donare all’altro, offrendosi nella morbidezza delle labbra congiunte, ma anche abbandonandosi consapevolmente vulnerabili ai denti ed alle fauci dell’altro in segno di fiducia e reciproco scambio.

G. Klimt, Dancer 

G. Klimt, Dancer

Gustav Klimt esplora la psiche femminile nella vasta complessità delle sue pulsioni recondite, le donne di Klimt sono sensuali, morbide, dominatrici soggiogate dal proprio stesso istinto.

Gli occhi spesso semichiusi, le labbra rosse semiaperte al respiro, al sospiro … sono icone conturbanti, dall’aspetto pienamente e maturamente pronto al piacere dell’eros, ma ancora cariche di un’aura adolescenziale: eros e purezza commiste in uno sguardo, nella piega del collo ricurvo, nell’atteggiamento d’attesa ed offerta espresso dal linguaggio del corpo …

Nel Bacio, Klimt, descrive l’abbandono e la dedizione della donna verso il proprio uomo e le due figure appaiono fondersi in abbraccio.

L’uomo è proteso in avanti, virile nell’atteggiamento protettivo e teneramente possessivo nei confronti della donna che gli si offre totalmente. La loro unione acquista una valenza spirituale quasi mistica: l’atto fisico trascende in totale corresponsione, sublime unione.

La donna qui non è rappresentata come solitaria e ammaliante seduttrice quasi irraggiungibile, icona di passione e desiderio, al contrario è essa stessa attrice compartecipe d’uno scambio di sensi sinuosamente intessuto, condiviso.

I corpi degli amanti sono uniti in un tutt’uno privo di dettagli realistici, le loro vesti sono tuniche geometricamente “intagliate” secondo quel gusto tipicamente Klimtiano per i costumi ed i decori della tradizione giapponese: gli unici dettagli fisici pienamente definiti sono il volto degli amanti e le loro braccia.

I decori geometrici delle vesti sono allusivamente simbolici, con chiari richiami alle caratteristiche sessuali degli attori: la veste maschile appare decorata con figure geometriche verticali, al contrario la tunica femminile è ornata di ricami circolari che alludono palesemente ai genitali femminili.

Sullo sfondo prevale l’oro bizantino, ad indicare l’assenza del tempo nella misticità sublime dello scambio amoroso, che vede i due amanti inginocchiati su un terreno che si stende ad essi fiorito quasi a simboleggiare la fertilità del loro incontro.
Tuttavia, rintracciamo nell’idillio del dipinto un altro forte elemento simbolico: la coppia strappata al tempo dalla sublimazione dell’amore, si trova comunque a ridosso di una voragine che rimanda fortemente al tema della caducità delle cose stabilito nell’equilibrio delle forze di Hρος e Θαναθος, secondo cui, l’amore giunge alla propria sublimazione solo attraverso l’esperienza della morte.

natàlia castaldi









lunedì, 02 novembre 2009
Attraversamenti verticali: Cristina Bove
nataliacastaldi; recensioni, poesia contemporanea, cristina bove, attraversamenti verticali; commenti (11)?

Persa nel vento
ciascuno una foglia
l'albero resta

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Avevo scritto un post per Cristina Bove ed il suo terzo libro, “Attraversamenti verticali”, che avrei pubblicato ieri se non fosse sopraggiunta la notizia della dipartita di una poeta che lega profondamente me e Cristina in un antico abbraccio.

E riparto da qui, da Alda per parlare di Cristina e ricostruire il cammino che lega le persone che della poesia fanno loro fede, espressione di vita, unica forma di dialogo che abbraccia mente, membra e cuore.

Era il 16 novembre 2007 quando conobbi Cristina leggendo in rete questi versi:

Se la follia ispira una mente in tal maniera
da renderla sottile e riflettente
acuminata e ancora dolce e tesa
ad accogliere il mondo
se la follia parla attraverso le lacrime rapprese
e tappa falle nella carena viva
di un veliero splendente
e non lo fa affondare
allora la follia è madre della mente geniale
del cuore che non cede agli insulti del tempo
della vita preziosa che si affida
alla memoria per sopravvivere
e dal futuro si distanzia con piegate ali
raccolte a protezione di quella tenerezza
delle morbide carni in cui le offese
hanno lasciato solchi e cicatrici …
e lei non dice che l’aspetto minimo
del suo antico dolore.

Mi scoppiarono le tempie, non conoscevo Cristina ma conoscevo bene la poesia di Alda Merini e accostarle e leggerle sotto una stessa comune luce, fu per me naturale ed illuminante, tanto che timidamente le scrissi queste parole:

"non sono degna di commentare ... ti lascio una poesia di una che di follia e poesia se ne intende ... a me appartiene solo la follia, che mi fa amare i versi degli altri ed i miei miseri deliri ...:"

Pensiero, io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero, dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell'antro della follia.

Alda Merini, da "La terra santa"

Da quel momento, da quel 16 novembre, tra me e Cristina iniziò un lungo dialogo interiore che più volte ha orizzontalmente abbracciato i versi di Alda e che continuerà a nutrirsene sempre coltivando quel folle pensiero, che fa sentire le cose in modo carnale, infettando con la sua condanna ed assoluzione: la poesia.

 

 

***

Saranno dieci giorni che tengo sulla scrivania, a portata di sguardo, un piccolo libro Attraversamenti verticali, terza esperienza editoriale di Cristina Bove e mio piccolo “temp(i)o della consapevolezza”. In questo terzo libro che raccoglie versi del passato perfettamente sincroni a versi di recente composizione, si gusta un sapore deciso, quello della maturazione dell’esperienza poetica quale unica via di fuga, parallela ma non disgiunta, dall’intima e consapevole lacerazione del denudarsi per scoprirsi e ritrovarsi, offrendosi ostia del proprio verbo.

Il gran disquisire in siti e salotti letterari, sull’essenza e la ragione della poesia, m’induce a cercarne le risposte nelle ragioni del mio scrivere, e – superandomi – in quelle del mio leggere.

Già, perché se ci si chiede cosa sia la poesia, mille risposte diverse e contrastanti, definiranno l’intima o canonica accezione e senso “scientificamente” conferiti a tale termine, ma più che cercare di definire la poesia, mi chiedo, perché desidero leggere “poesia” e perché, certa poesia, mi provoca “stordimento”, “liberazione”, “lacerazione catartica”?

Dipenderà forse da stile, forma e metro? O ancora dal suo significato o dall’intimo pensiero ch’essa esprime?

Nella poesia non cerco “la risposta”, che essa stessa non vuole dare, ma il principio di un cammino, l’attacco per la mia parola, l’anima intrinseca del dialogo che si scandaglia a partire dall’intuizione colta nel bagliore di una scintilla.

La poesia di Cristina Bove, così come la poesia in generale, per sua natura non ha pretesa di verità che non sia soggettiva maturazione del proprio dubbio, scoperta estrema del proprio sé questionante e dialogante; dunque, leggere poesia significa dar “moto” all’eterna ricerca che conduce a quell’inspiegabile interloquire tra un foglio cifrato d’altra esperienza ed il proprio universo, è risalire alla fonte di un fiume che ci scorrerà dentro guidando il nostro cammino senza suggerircene la meta, cui dovremo arrivare più ricchi di doni, ma – irrimediabilmente – soli.

Io sono
L’impalpabile essenza
che gioca con le pagine
del Tempo …

Giocare con le pagine in Cristina Bove ha duplice senso se il Tempo le è conquista quotidiana intessuta di cicatrici da trasformare in elogio alla vita, non privo di momenti di buio strapiombo nella sua routinaria e pur ricca fatica.

Senza tentare di svelare l’intimo di un’esistenza, ma semplicemente cogliendone ogni crepitio e respiro attraverso i versi, appare chiaro che ci sono autori in cui l’esperienza è segnata da percorsi accidentati che ne temprano lo spirito acuendone le capacità percettive e d’“ascolto” del mondo.

Le scelte stilistiche della Bove sembrano formarsi sul variare del suo stato d’animo e non prescindere da quello che, poesia dopo poesia, si accinge a narrare.

Ecco che nei suoi versi troveremo ora momenti di lucida ed analitica riflessione sui fatti e sulla storia che, intrisi di sdegno, danno vita ad audaci e sardonici “j’accuse”; ora morbidi ed euforici abbandoni intimi, carnali e sanguigni di pregna e svelata femminilità senza maschere di posa; poi nuovamente lo strapiombo nell’abisso oscuro delle ombre e dei fantasmi del dolore, non privo tuttavia di quella luce di speranza temprata dal coraggio di una donna vera: il tutto in una danza di logiche e coscienti contraddizioni esistenziali che si intrecciano, per ritmo e tempo, alla ricerca di un percorso che dia complessivamente senso alla lotta per la vita ed all’Ossimora Umana Speranza, che in Cristina definisco azzardosamente “atea e spirituale”, d’un suo protrarsi ad essa oltre.

Le scelte linguistiche pur partendo dal classicismo proprio della sua formazione culturale, si mescolano via via a sempre nuovi artifizi e sperimentazione che, svestendosi dalle ingabbiature metrico-tradizionali, conferiscono al suo verso libero una musicalità ritmica decisa ed originale.

 natàlia castaldi


***

Ottimismo

Vedere una rosa
spuntare
da un tumulo smosso
e pensare:
n’è valsa la pena …


***

Da Attraversamenti Verticali, Ed. Il Foglio, 2009


ATTRAVERSAMENTI VERTICALI

Modello a cera persa
in fonderia dove tracima e scorre
si lamenta
nello sbuffo di scarico l’impronta
cavità mi contiene, io sono il segno
dell’avido contrarsi, il luogo e il tempo
il mantice d’intorno
e sboccio come fiamma dalla brace
un’immersione
poi, raggio corrusco
mi spengo nella sabbia del fondale.
Lune dipinte erettili
mi navigano il dorso e fluttuo lenta
nell’ondeggiare delle posidonie.

*

Allora è poesia?

Allora anch'io mi chiedo se è così
che si fa poesia
se basta avere l'aria nella testa
un pulviscolo in petto
o una notte di lucciole in cantina

se basta essere appesi ad un ricordo
o avere nelle mani una manciata
di fuochi spenti, un solco nella scarpa
e restare appoggiati a una spalliera
di gelsomino ormai quasi appassito

Che ve ne importa? Dite forse un nome
o raggiungete un argine d'addio
o assicurate un'ancora sul fondo?
Ah, se bastasse un po' di oscurità
per cancellare un attimo di sonno
una caduta in triplo
salto mortale
una scia di verbena
una vecchia borsetta fatta a maglia
un ombrello tarlato e un libro aperto.

Invitatemi almeno a un valzer lento
datemi il tempo di mirare a segno
così che con un tiro ben centrato
io possa andare via
senza un lamento.

*

Resto

Ma di che scrivo ancora? Stupida me che non avverto
il grido, non vedo il luccicare delle lame
e bevo le fandonie di uno schermo, mentre la morte affonda
le sue dita. Gente che prega e muore del suo dio,
gente che avanza e sparge di sue ceneri territori lontani
grassi padroni adunchi nelle fabbriche
dove si ruba l'anima ai bambini
E pure di ogni dio che si compiace d'incensi e tabernacoli,
di minareti e cupole si dovrebbe sentire almeno il fiato
per chi distrugge ciò che lui ha creato.Ma nessuno protesta,
ai loro altari pornografia e reliquie
ai loro templi sarcofaghi di mummie ancora vive.
Vedo sassaie deposte a fare cumulo
sopra ricordi d'ossa. È sempre altrove
che si colloca l'argine, tracima di catene di potere
bombe silenti labbra strette e mute, abbiate fede e dite
le preghiere. Vi ascolterà lo scorrere di sabbia in una sfera
prigionieri di un tempo da clessidra.
Acquisterete invano le risate spergiure dei diamanti
i vostri letti sfatti nei deserti dell'anima, di giochi truci avrete
le ceneri di un'orgia senza fine, crani collane a sanguinarie dee.
Oppure avrete inutili rincorse mentre vi assedia fuori una corazza
appesi al soffio di perdute ali.

Vado con scarpe rotte e senza lacci
barbona dentro l'anima. I miei versi farò bruciare agli angoli
di strade, andrò spargendo lacrime e poesia, per un tozzo di pane.
Avrete allora quello sguardo stinto tra la pietà e il disprezzo
mi darete due soldi di coscienza e girerete al largo.
A voi le griffes, rispedisco al mittente le promesse. Ormai ho deciso:
non mi avrai, Cielo, così stanca e sola, no, non mi avrai
per una gabbia d'oro, né per tutto l'amore degli dei,
sarà nella mia polvere il mio grido, che lo ascoltino o meno
e sarò il dito puntato sulla terra, è qui che resto
nel deserto dei sogni senza scopo
degli umani deliri. Io fra gli umani un atomo di voce
e tra gli umani tutti ad aspettare, se mai ci fosse tregua,
un chiarimento o una resurrezione.

*

Oppure

Coltivo di vermiglio
risate e melograni

rifuggo la penombra, vesto il sole.

Quando il tempo dei mantici
scardinerà per sottrazione terminale
infissi di silenzio
inghirlandata mi offrirò all'altrove.

Oppure

mentre

***

Brevi cenni biografici:

Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da sempre dipinge, scolpisce, scrive, legge, tempo e famiglia permettendo.

Libri:

Attraversamenti Verticali, Ed. Il Foglio, 2009

Il respiro della Luna, Ed. il Foglio, 2008

Fiori e Fulmini, Ed. Il Foglio, 2007

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PoetarumSilva; alessandro assiri, maurice blanchot; commenti (3)?

"scrivere sotto la sorveglianza del disastro"

Maurice Blanchot

 

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Perche se abbiamo un debito lo abbiamo con le tue manie, con i tuoi capricci, lo abbiamo in quegli spazi dove non si celebra e dove per sempre in ogni primavera ti faremo gli auguri.

Se adesso parlare è più facile, sarà perchè abbiamo verso di te qualche responsabilità in meno." L'io è un altro" diceva Rimbaud che non amavi, ma chi come noi scrive per non smarrirsi nel mutamento, sa che chi ti abitava era una moltitudine responsabile verso le parole e verso la tragedia in cui le stesse trascinano.

 

un abbraccio Alda


alessandro