DIA-LOGHI
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Il non esistente
Esiste la parola significante il vuoto
ma non esiste il vuoto, che non è.
Come possiamo concepire il nulla? E l’oltre
e l’infinito, e il tutto?...
Frammenti siamo di un intero, il sogno
ci racconta di mondi virtuali.
Intorno a noi lo spazio, e noi il contorno
una forma che ci ospita e costringe.
E in questo vuoto che crediamo pieno
lasciamo tracce fossili
memorie cocleari
mentre il nostro pensiero all’arrembaggio
va popolando d'angeli e visioni
i suoi cieli distanti.
Cristina Bove
L'Ellisse, a Cristina
Afferriamo l’esistenza
racchiusa nell’oggettiva delimitazione
della codifica del nostro essere
in rami di parole fiorite, colorate, spente
come tasselli policromatici d’un mosaico
circoscritto al linguaggio del nostro essere definito
con l’urgenza di crearci arte in estensione
ad altri corpi limitrofi e distanti
nei perimetri dell’individuale
appartenersi come “essere”
in altrui "avere".
Brancolando nei limiti propri
dell’espressione dell’idea in linguaggio
traduciamo l’indefinibile in
debole materia d’essere.
Codici dimensionali
tratteggiano profili d’esistenza
sull’ellisse d’estinzione
in dosi di tempo e spazio
dentellate da picchi d’intuizione.
Nell’illusione della percezione
fermiamo l’attimo preciso
dell’impronta del nostro sentire
nell’impalpabile densità
della sua consistenza.
Natàlia Castaldi
Ricordi di ginnasio: VIRGILIO: BUCOLICHE, ECLOGA I
(al prof. D. Franciò, faro e guida)
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Prima strofa
Metro = esametro dattilico, ovvero un’esapodia (=verso formato da sei piedi) catalettica in disyllabum
Schema metrico:
Tì – ty – re – tù – pa – tu – lè – re – cu – bàns – sub – tèg – mi – ne – fà – gi
MELIBOEUS
Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui musam meditaris avena;
nos patriae fines et dulcia linquimus arva;
nos patriam fugimus: tu, Tityre, lentus in umbra
formosam resonare doces Amaryllida silvas.
TYTYRUS
O Meliboee, deus nobis haec otia fecit.
Namque erit ille mihi semper deus; illius aram
saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus.
Ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum
ludere quae vellem calamo permisit agresti.
MELIBOEUS
Non equidem invideo, miror magis: undique totis
usque adeo turbatur agris. En ipse capellas
protinus aeger ago; hanc etiam vix, Tityre, duco.
Hic inter densas corylos modo namque gemellos,
spem gregis, ah, silice in nuda conixa reliquit.
Saepe malum hoc nobis, si mens non laeva fuisset,
de caelo tactas memini praedicere quercus.
Sed tamen iste deus qui sit da, Tityre, nobis.
TYTIRUS
Urbem quam dicunt Romam, Meliboee, putavi
stultus ego huic nostrae similem, quo saepe solemus
pastores ovium teneros depellere fetus:
sic canibus catulos similes, sic matribus haedos
noram; sic parvis componere magna solebam.
Verum haec tantum alias inter caput extulit urbes,
quantum lenta solent inter viburna cupressi.
MELIBOEUS
Et quae tanta fuit Romam tibi causa videndi?
TYTIRUS
Libertas, quae sera tamen respexit inertem
candidior postquam tondenti barba cadebat;
respexit tamen et longo post tempore venit,
postquam nos Amaryllis habet, Galatea reliquit.
Namque, fatebor enim, dum me Galatea tenebat,
nec spes libertatis erat, nec cura peculi.
quamvis multa meis exiret victima saeptis,
pinguis et ingratae premeretur caseus urbi,
non umquam gravis aere domum mihi dextra redibat.
MELIBEUS
Mirabar quid maesta deos, Amarylli, vocares;
cui pendere sua patereris in arbore poma:
Tityrus hinc aberat. Ipsae te, Tityre, pinus,
ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant.
TITYRUS
Quid facerem? Neque servitio me exire licebat,
nec tam praesentes alibi cognoscere divos.
Hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quotannis
bis senos cui nostra dies altaria fumant.
Hic mihi responsum primus dedit ille petenti:
« Pascite, ut ante, boves, pueri, submittite tauros ».
MELIBEUS
Fortunate senex, ergo tua rura manebunt;
et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus
limosoque palus obducat pascua iunco.
Non insueta graves temptabunt pabula fetas,
nec mala vicini pecoris contagia laedent.
Fortunate senex, hic inter flumina nota
et fontes sacros frigus captabis opacum.
Hinc tibi quae semper, vicino ab limite saepes,
Hyblaeis apibus florem depasta salicti,
saepe levi somnum suadebit inire susurro.
hinc alta sub rupe canet frondator ad auras;
nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes,
nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.
TITYRUS
Ante leves ergo pascentur in aethere cervi,
et freta destituent nudos in litore pisces;
ante, pererratis amborum finibus, exsul
aut Ararim Parthus bibet, aut Germania Tigrim,
quam nostro illius labatur pectore vultus.
MELIBOEUS
At nos hinc alii sitientes ibimus Afros,
pars Scythiam, et rapidum cretae veniemus Oaxen,
et penitus toto divisos orbe Britannos.
En umquam patrios longo post tempore fines,
pauperis et tuguri congestum caespite culmen,
post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas?
Impius haec tam culta novalia miles habebit,
barbarus has segetes? En quo discordia cives
produxit miseros: his nos consevimus agros!
Insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites.
Ite, meae, felix quondam pecus, ite, capellae:
non ego vos posthac, viridi proiectus in antro,
dumosa pendere procul de rupe videbo;
carmina nulla canam; non me pascente, capellae,
florentem cytisum et salices carpetis amaras.
TITYRUS
Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem
fronde super viridi: sunt nobis mitia poma,
castaneae molles, et pressi copia lactis.
Et iam summa procul villarum culmina fumant,
maioresque cadunt altis de montibus umbrae.
traduzione:
M. O Titiro, tu stando all'ombra dell'ampio faggio componi un canto silvestre con la sottile zampogna ; noi abbandoniamo i confini della patria e i dolci campi : noi fuggiamo la patria : tu, o Titiro, ozioso nell'ombra insegni ai boschi a ripetere il nome della bella Amarillide.
T. O Melibeo, un dio creò per me questa pace ; e, infatti, egli sarà per me sempre un dio, spesso un giovane agnello dei nostri ovili bagnerà l'ara di lui : egli permise che i miei buoi vagassero liberamente, come tu vedi, e che io stesso componessi quel che io volevo con la zampogna agreste.
M. In verità non t'invidio, piuttosto mi meraviglio : da ogni parte fino a tal punto domina il tumulto in tutti i campi. Ecco io stesso, malato, spingo senza indugio le caprette : a stento, o Titiro, mi trascino anche questa. Qui fra i folti noccioli or ora anche, infatti, lasciò, sforzandosi sulla nuda selce, i gemelli, ahi, speranza del gregge. Mi ricordo che più volte le querce colpite dal fulmine, avevano predetto a me questa calamità, se la mente non fosse stata cieca. Ma tuttavia, o Titiro, dimmi quale sia questo dio.
T. O Melibeo, io stolto, credetti la città che chiamano Roma, simile a questa nostra dove spesso noi pastori soliamo cacciar giù i teneri nati delle pecore. Così avevo imparato che i cagnolini sono simili ai cani, così i capretti alle madri ; così solevo paragonare le grandi cose alle piccole. In verità, questa tanto emerse tra le altre città, quanto i cipressi sogliono tra i flessibili viburni.
M. E così importante motivo per visitare Roma quale fu per te ?
T. La libertà, che, per quanto tardi, tuttavia guardò con favore neghittoso, da quando la barba più bianca cadeva a me che la radevo ; tuttavia, guardò e venne dopo lungo tempo, dopo che Amarillide tiene me, Galatea mi lasciò. Perché, infatti lo confessò, fintanto che Galatea teneva me, né speranza di libertà, né desiderio di risparmio v'era. Sebbene molti animali uscissero dai miei recinti, e il grasso cacio fosse da me premuto per l'ingrata città, non mai la nostra destra ritornava a me a casa piena di denaro.
M. Mi stupivo perché tu mesta, o Amarillide, invocavi gli dei ; perché lasciavi pendere i frutti sui loro alberi : Titiro era lontano da qui. Gli stessi pini, le stesse fonti, questi stessi arbusti invocavano te, te o Titiro.
T. Che cosa avrei dovuto fare ? Né era lecito che io uscissi dalla schiavitù, né altrove era lecito che io conoscessi tanto propizi dei. Qui a Roma conobbi, o Melibeo, quel giovane per cui i nostri altari fumano ogni anno per dodici giorni. Qui egli per primo rispose a me che domandavo : "Come prima, o servi, fate pascolare i buoi : sottomettete i tori".
M. O fortunato vecchio ! Dunque i tuoi campi rimarranno, e per te grandi abbastanza, quantunque la nuda roccia ogni cosa e la palude copra i pascoli con fangosi acquitrini. Tuttavia i dissueti pascoli non insidieranno le lente caprette, né i cattivi contagi del vicino gregge le contamineranno. O fortunato vecchio ! Qui, tra i fiumi conosciuti e le fonti sacre, godrai il fresco ombroso. Da qui, come sempre, la siepe dal vicino limite, delibata per il fiore di salice dalle api Iblee, spesso ti alletterà a sonnecchiare col lieve sussurro. Da qui, sotto l'alta rupe, il potatore canterà al cielo ; né tuttavia frattanto le rauche colombe, tua passione, cesseranno dal tubare né la tortora cesserà di tubare dall'alto olmo.
T. Prima dunque i leggeri corvi si pasceranno in aria, le onde del mare abbandoneranno i pesci nudi sul lido ; prima, usciti dai confini loro, o il Parto esule berrà l'acqua dell'Arar o la Germania l'acqua del Tigri, prima che l'immagine di quello si cancelli dalla mia mente.
M. Ma noi da qui, alcuni andremo fra gli assetati Africani, parte verremo nella Scizia e all'Oasse vorticoso di fango e fra i Britanni del tutto separati dal resto del mondo. E mai, dopo lungo tempo, vedendo i confini della patria e il tetto, formato di zolle, del povero tugurio mirerò le mie terre da dietro alcune spighe ? L'empio soldato avrà questi tanto coltivati campi, il barbaro avrà queste messi ? Ecco dove la discordia condusse i miseri cittadini : per questi noi seminammo i campi. Ora, o Melibeo, innesta i peri, poni le viti in ordine. Andate, o mie caprette, una volta gregge felice, andate. Non io d'ora innanzi, sdraiato nel verde antro, vedrò da lontano voi pendere dalla spinosa rupe ; non canterò alcun carme ; non più, sotto la mia guida, o caprette, brucherete il fiorente citiso e gli amari salici.
T. Qui tuttavia potresti con me trascorrere questa notte sopra verdi fronde ; io ho pomi maturi, molli castagne e abbondanza di latte pressato : e già i più alti tetti delle fattorie fumano in lontananza, e ombre sempre maggiori scendono dagli alti monti.