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venerdì, 18 dicembre 2009
Appunti per un discorso su "Filastrocche in cielo e in terra" di Gianni Rodari
PoetarumSilva; recensioni, gianni rodari, giovanni peli; commenti (2)?

filastrocche in cielo e terra

Filastrocche in cielo e in terra
di Gianni Rodari è un classico della letteratura, a mio avviso non è necessario nemmeno specificare con “dell’infanzia”, proprio perché facciamo nostra la definizione di classico di Calvino, che disse che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Per questo invito tutti a leggere questo libro, senza distinzioni di età, e credo che anche adulti e adolescenti possano emozionarsi lasciandosi trasportare da questa lettura.
Innanzitutto una piccola riflessione sul titolo, di una efficacia disarmante. Notiamo che ricalca il detto popolare “non sta né in cielo né in terra”, che indica qualcosa di inconcepibile (lo usano anche i genitori con le proposte dei bambini), e ricalca anche la preghiera del Padre Nostro (imparata dai bambini a catechismo): il titolo può quindi risultare famigliare a chiunque. E’ ovviamente però ironico, da un lato perché indica qualcosa che c’è in cielo e pure in terra, e dall’altro perché ad essere in cielo e in terra non c’è la volontà del Signore, ma le filastrocche. E, come vedremo, filastrocca quasi equivale a dire “bambino”, quindi in cielo e in terra ci sono i bambini, metafora che dà in definitiva ai bambini e al loro linguaggio immensa dignità, quasi biblica, e importanza. Ma non solo, il titolo in realtà ci introduce anche al contenuto del libro visto che le filastrocche parlano del cielo (con gli astri, stelle, astronavi ecc. ecc.), ma anche della terra (con i lavoratori, le città, la povertà, l’ingiustizia ecc. ecc.), e non si stancano di comunicare che in entrambi gli elementi, cielo e terra, c’è posto per la speranza.

Questo libro di Rodari fu pubblicato per la prima volta nel 1960 ma raggiunse la sua versione definitiva con la seconda edizione Einaudi del 1972. In questa edizione Rodari ha approntato alcune modifiche addolcendo il carattere di alcuni versi molto “impegnati” a favore di una maggiore ironia e una maggiore leggerezza. E’ del resto coerente questo spostamento di atteggiamento: dalle prime filastrocche pubblicate sull’Unità in gioventù e rivolte ai bambini degli operai, alla svolta del 1960 con la pubblicazione presso Einaudi per rivolgersi a tutti i bambini, e infine all’edizione del 1972 con le correzioni che hanno portato questa raccolta anche a resistere nel tempo e a diventare un classico. Ho portato questa edizione cartonata con le illustrazioni di Bruno Munari, presenti ad ogni pagina, particolarmente adatte ad accompagnare la lettura. Questi disegni richiamano il modo di disegnare dei bambini, sono molto colorate e apparentemente semplici, a volte al limite dello “scarabocchio” , a volte sembrano fare i “dispetti” alle parole (pag. 26, 125, 79). A volte assumono inaspettatamente una connotazione figurativa suggerita dalla filastrocca (frontespizio, pag.147, 141, 111). Da un punto di vista comunicativo, si può notare quanto questi disegni si comportino proprio come le filastrocche: usano il linguaggio dei bambini: anche la filastrocca infatti è un genere letterario amato e conosciuto dai bambini. Fin nella culla hanno sempre sentito ninna nanne e canzoncine, ovvero poesie con una metrica libera, (seppure con una prevalenza dei parisillabi) scandita da rime baciate o alternate, e spesso accostate ad una melodia intuitiva. Il bambino sente una filastrocca e subito la riconosce come un linguaggio che gli appartiene (forse è per questo che nei ragazzi delle scuole medie c’è spesso un rifiuto di questo genere e la filastrocca è solo una poesia “da bambini”). La filastrocca è quindi legata per sua natura al mondo dell’infanzia con la sua selezione lessicale che la rende comprensibile a chiunque e con “la giusta musichetta” che lo stesso Rodari, in una splendida presentazione dell’edizione del 1960 apparsa su Noi Donne, considerava assolutamente necessaria (interessante è notare che è giusto chiamare “musichetta” questa melodia intuitiva che la filastrocca evoca, per quanto non sia indispensabile né sentirla né suonarla né tantomeno scriverla per percepirla; ed in un laboratorio musicale con i ragazzi si potrebbe lavorare… Rodari fu anche violinista prima della guerra…).
Moltissimi libri usano questo linguaggio, molte sono le filastrocche all’interno di libri narrativi o illustrati e la rima viene usata spessissimo. Ma con Rodari abbiamo una grande innovazione per quanto riguarda i temi e l’atteggiamento nei confronti di essi. Rodari è diventato un punto imprescindibile nella letteratura per l’infanzia (c’è un prima Rodari e un dopo Rodari) complice anche il fatto che fu una grande personalità ed un autore prolifico, versatile, coerente e perfettamente consapevole di quello che stava facendo, accompagnato come fu da una grande riflessione sulle tecniche con cui scriveva ed inventava, compendiate nello splendido Grammatica della fantasia.
In questo Rodari si dimostra come uomo del Novecento e lo si può accostare a tanti grandi scrittori soprattutto di area postmodernista, scrittori per esempio come il già citato Calvino (Se una notte d’Inverno un viaggiatore, Il castello dei destini incrociati, Le città invisibili, Il Barone Rampante) o Eco (Il nome della Rosa) o anche alcuni autori della neo-avanguardia (Sanguineti…) dove l’esibizione della tecnica letteraria o la citazione e l’autocitazione (nonché l'implicita costante promozione alla lettura!) erano parti integrante della produzione artistica e saggistica (pensiamo ai libri narrativi o poetici che parlano a loro volta di libri o di opere letterarie e pensiamo a quante volte il poeta si rivolge alla sua stessa poesia, spesso accade nelle filastrocche, a ricalcare certo il “congedo” della poesia antica).

Sposandosi inevitabilmente con l’educazione e l’ambiente scolastico, le regole-della-creatività di Rodari diventavano tecniche trasferibili al modo di esprimersi dei bambini, e la sua arte diventa soltanto un esempio di come poterle applicare (non dimentichiamo, nel vedere questo lato molto razionale dell'opera di Rodari, l'influsso che diedero le scoperte della scienza e della tecnica nella cultura umanistica e nella musica colta del Novecento).
Dicevamo che nella letteratura per bambini c’è un prima e un dopo Rodari. Un altro ottimo libro di filastrocche C’era un bambino profumato di latte di Roberto Piumini del 1988, per presentando uno stile ben definito e personale e alcuni caratteri innovativi, sembra, secondo me, che tra un verso e l’altro ci dica “ricordate Rodari? tutti partiamo da lì”…
Filastrocche in cielo e in terra è una raccolta di 101 filastrocche raggruppate per “tema” in 7 sezioni. Tutte tranne quella intitolata Un treno carico di filastrocche, la penultima, portano come titolo il titolo di una filastrocca presente nella sezione.

La prima sezione è La famiglia punto e virgola, qui protagonisti sono elementi della grammatica e dell’ortografia, personaggi che i bambini conoscono e che forse non credono simpatici o comunque degni di essere addirittura protagonisti di una filastrocca divertente, ma proprio qui sta una delle caratteristiche della leggerezza e dell’ironia di Gianni Rodari, che non fa altro che applicare un gioco che tutti i bambini fanno già fin da molto piccoli: quello di animare oggetti inanimati. Ma già dalla prima poesia della raccolta sono chiari gli intenti di Rodari, che non sembra accontentarsi del divertimento: c’è la necessità di mettere di fronte un problema. Il titolo è Il dittatore e il protagonista è un punto in delirio da onnipotenza, subito ridimensionato dalle parole e dal mondo intero. Rodari è un poeta dell’impegno. Nella presentazione già citata, con la leggerezza del suo stile inconfondibile Rodari parla ai bambini e dice chiaramente “Io spero che le mie filastrocche vi facciano venire la voglia di rimboccarvi le maniche”; ma noi crediamo che fosse molto di più di una speranza. In questo Rodari non suggerisce molte altre alternative, l’impegno è nel suo DNA. E come vedremo coerente con questo atteggiamento è anche la scelta dei temi delle altre sezioni, sempre incentrati con la realtà quotidiana di bambini e adulti. Un’altra poesia significativa è Sospiri, dove, da un lato si vuole sicuramente famigliarizzare con il modo condizionale, ma dall’altro si vuole anche riflettere sulla congiunzione “se” e in un modo non soltanto grammaticale …

La seconda sezione porta il titolo di La luna al guinzaglio, che raccoglie le filastrocche “spaziali ed astronautiche” come le chiamava Rodari. Rodari diceva che le cantilene di una volta non sapevano andare neanche col monopattino, ma le sue sono “piene di cose moderne” ed aggiunge ”Ho fatto molte filastrocche spaziali ed astronautiche, com’era giusto, perché voi siete quelli che andrete sulle stelle: uno sarà ammiraglio di un’astronave, e l’altro radiotelegrafista di bordo e io sarò così vecchio che mi dovrò accontentare di guardarvi a naso per aria, da una panchina terrestre, in qualche giardino pubblico di questo pianeta”.
Leggo a caso due filastrocche di questa sezione e mi trovo di fronte ad un tema pressoché onnipresente in Rodari. Spesso si parla del senso di esclusione, di chi è messo in disparte, di chi è impotente, di chi è meno fortunato (Le stelle senza nome, I mari della Luna, Io vorrei). Tematica che Rodari ha in comune, per esempio, con il grande poeta Vittorio Sereni…
Bisogna poi soffermarsi sullo splendido Teledramma, una filastrocca non spaziale ma di pura fantascienza che sembra uscita da un B-movie degli anni ’50. La storia di un teledipendente che cade nel televisore e poi viene salvato dal figlio elettricista con un abile meccanismo, un racconto in versi attualissimo e godibilissimo.

La terza sezione è Il vestito di Arlecchino. Questa sezione (come suggeriscono le diverse toppe colorate che formano il vestito della famosa maschera) presenta filastrocche apparentemente a tema libero, tuttavia potremmo rintracciare proprio nel “travestimento” il tema ricorrente. Tre filastrocche hanno come protagonisti le maschere tradizionali (ricordiamo Marionette in libertà) in altre compaiono altri personaggi che si travestono più o meno metaforicamente, come il nonno che va (o vorrebbe andare) in motoretta, il manichino che avrebbe bisogno di un cappotto perché ha freddo, gli uomini con i fiori sulla testa invece dei capelli (costruito secondo il gioco del “cosa succederebbe se”) o il poeta stesso che nella splendida Ferragosto gioca, come un bambino, a fare il Presidente. Ed anche il tema del “travestimento”, tema fortunatissimo da sempre nella letteratura, è stato, nella letteratura (e nel cinema) del Novecento, sviscerato: basti pensare al recupero e rielaborazione del tema dionisiaco (Mann, Joyce, Pasolini e molti altri).

La quarta sezione è I colori dei mestieri. La presenza dei lavoratori è una della innovazioni che Rodari ha apportato all’immaginario che costituisce il mondo dei libri per l’infanzia: privilegiati sono i lavori umili o comunque affascinanti per i bambini come il vigile urbano, ma trovano posto anche giornalisti e ovviamente i medici (che curiosamente però compaiono anche nella sezione precedente, ma perché il paziente è un bambino per l’occasione “travestito” da malatino), troviamo spazzini, arrotini, ma anche ragionieri, solo una categoria di persone non è vista bene, quella dei fannulloni che nell’ultima filastrocca della sezione L’odore dei mestieri, “non sanno di nulla e puzzano un po’…”.

La presenza dei lavoratori cala il bambino nel mondo di tutti i giorni e quindi nella società: passa sempre il messaggio dell’impegno, del non essere soli, del non vivere solo per se stessi ma all’interno di un mondo complesso e insieme affascinante. Dice Rodari “Altre filastrocche parlano di mestieri, di gente che lavora: il lavoro è la cosa più seria che ci sia al mondo, e voi lo sapete meglio di me.”

Rodari ha partecipato attivamente alla Resistenza, ha poi vissuto negli anni della ricostruzione e del boom economico…

La quinta sezione è Il mago di Natale. Tutte le filastrocche hanno attinenza più che col Natale in sé direi con le vacanze natalizie, comprendono infatti una generica atmosfera invernale ed è contemplato anche il Capodanno. Anche queste filastrocche hanno come tema principale la ricerca di un mondo fatto di pace e la consapevolezza dell’ingiustizia sociale.

Segue la sezione interamente dedicata al treno, Un treno carico di filastrocche. Mi soffermerò in particolare su un capolavoro assoluto che è la filastrocca dal titolo La galleria (pag.119), dove tra l’altro non sono menzionati esplicitamente i temi calssici rodariani più volte ribaditi.

La galleria è una notte per gioco,
È corta corta e dura poco.

Che piccola notte scura scura!
Non si fa in tempo ad avere paura.

(Graficamente si suggerisce un’analisi fonetica: questi due distici presentano una fitta serie di richiami fonetici che contribuiscono a rendere il testo coeso e armonico).

Stavolta il tema principale è la paura del buio dei bambini, che spesso si traduce nella paura della notte in sé e quindi la difficoltà ad addormentarsi. Ma viene introdotto anche il tema del gioco, parola chiave e non a caso posta alla fine del verso. La galleria gioca ad essere la notte, come i bambini giocano, fanno finta di essere qualcun altro o di fare qualcosa che in realtà non fanno. Non si può avere paura di una galleria, tuttavia la galleria desta interesse proprio perché simile alla notte che fa paura davvero.
Il terzo verso indica proprio questa attrazione e il fatto che una specie di paura si è già manifestata. Ma l’ultimo verso interrompe il pensiero e interpreta l’emozione: non c’è stata paura vera e propria, forse qualcosa d’altro, forse è talmente corta la galleria che non facciamo in tempo ad esserne veramente spaventati. E’ anche sicuramente un esempio di come si può trovare la magia ovunque (lo dirà poche pagine più in là nella filastrocca dedicata alla bella addormentata: Le favole dove stanno?/Ce n’è una in ogni cosa:/nel legno del tavolino,/nel bicchiere, nella rosa.). E’ anche dunque un “subdolo” invito ad emozionarsi, a non avere paura di ciò che la vita (e le storie inventate) ci prospetta.

L’ultima sezione del libro si intitola infatti Le favole a rovescio. In queste filastrocche è prevalente l’elemento narrativo, e compaiono molti personaggi di favole o fiabe tradizionali anche sono visti da prospettive inaspettate ("Shreck ante litteram”). Altre invece sono raccontini originali. Direi che il tema principale sia quello dello spostamento del punto di vista (altro tema cardine della letteratura del ‘900!) come in Il giornale dei gatti.

Molto significativa è anche l’ultima filastrocca della sezione ispirata alla favola della cicala e della formica, ma dove degna di stima non è l’operosa formica, liquidata come avara, ma la cicala che regala a tutti il più bel canto. Alla formica è anche l’ultimo componimento del libro che termina quindi con un inno alla bellezza e anche al disinteresse, certo ingredienti indispensabili, per costruire quel mondo di pace e giustizia sociale che Rodari desiderava.

La sua speranza era quindi che i bambini potessero realmente costruire quel mondo, continuando un processo difficile e lungo cominciato proprio con la Resistenza, ma difficile da portare a termine.

“Ci sono filastrocche allegre e ce ne sono tristi, proprio come nel calendario si incontrano giornate d’oro e giornate nere; ma filastrocche senza speranza non ce ne sono, non le so fare. La speranza e l’erba voglio, secondo me, crescono dappertutto, ai bordi delle strade, nei vasi sui balconi, sui cappelli della gente: basta allungare la mano e volere e il mondo diventerà più abitabile”.

Crediamo che Rodari sia un autore ed un intellettuale fondamentale per la formazione di ognuno, e che per lui scrivere per ragazzi sia stata l’occasione per creare un sistema linguistico congeniale che portò a pieno compimento la sua ispirazione quindi gli permise di comunicare a tutti e per sempre, attraverso la bellezza.

Giovanni Peli

http://www.giovannipeli.it

___ ____ ____

Nota biografica:


Giovanni Peli
è nato a Brescia nel 1978.

Nel 1995 pubblica la raccolta di poesie Incolore semplicemente-Poesie blu (Montedit, Melegnano), per lo stesso editore pubblica nel 1998 Cröda le foje- liriche civili.

Suoi testi poetici appaiono su riviste a diffusione nazionale come Virgole, Club degli Autori, Poesia, Specchio, e antologie (Poesie in cornice 1995, Fonopoli 1998, Maria Calabria 1999, Meccano 2004, Scrittori in viaggio 2007).

Come autore di musiche di scena collabora con la compagnia di teatro gruppo NTO, per i seguenti spettacoli: L’amico della ragazza (1996), Americani (1997), Nel giorno del suo compleanno (2000), V.M. 18 (2003), Harvey (2005), per la regia di Agostino Peli e Forse siamo in crisi (2006) per la regia di Davide Colossi.








giovedì, 22 ottobre 2009
Un'idea del rock. Provocazioni e riflessioni sulla musica più ascoltata degli ultimi 40 anni.
nataliacastaldi; csi , prince, Un idea del rock, Giovanni Peli, giovanni peli, un idea del rock; commenti (1)?


Introduzione


Pasolini, in una delle molte memorabili interviste, usò l’espressione “musica boghese dei proletari Beatles”. Partiamo da qui.
Il proletario, per riscattarsi, impara la lingua dei borghesi: una lingua facile da imparare: simile alla lingua del popolo, solo “abbellita” dal sistema capitalistico (oppure abbruttita). La lingua dei “nobili” invece, si trasforma nel “nuovo-regime”, nella lingua degli intellettuali, così comodi nei loro angusti laboratori da cui esce la musica colta, la musica contemporanea, così astrusa per la maggior parte delle persone, specie negli anni ’60 (anche se Luigi Nono ci teneva tanto a suonarla nelle fabbriche).
Per gli incolti, contemporaneamente, emergono i proletari Beatles che si trasformano in Super-borghesi, con un po’ più di inevitabili irregolarità quotidiane, forse, rispetto ai borghesi consueti (ma anche il fatto che ci siano alcuni “sbandati” fa parte del perbenismo borghese).
Si prenda quindi la lingua popolare del folk, elettrizzata dal rock’n’roll, si aggiunga l’Immagine, l’essere un corpo che canta, balla, grida; invasato per la musica; ossessionato dalla comunicazione indiscriminata. Per tutti e al posto di tutti. Il figlio di papà ha un posto dove può buttare tutti i suoi desideri antiborghesi: il cassettino del rock. Un cassettino del comodino del papà che vede controlla compra e vende.
Col passare del tempo ogni figlio di papà morbosetto ha saputo incanalare la sua libido su un mito del rock, uno a scelta. Poi, a parte grandi personalità che sono sempre rimaste sulla breccia, anche perché volevano/dovevano davvero dire delle cose importanti (e l’hanno saputo fare) la tendenza è stata quella di creare dei miti di plastica, dei miti estivi, destinati poi a svanire.
Fino ad arrivare all’angosciante situazione odierna, in cui c’è un catalogo per ogni gusto. Parlerò solo di ciò che conosco e che posso delimitare e sviscerare. Parlerò di artisti che ho affrontato, da appassionato, critico, cantautore, scrittore, poeta, organizzatore, chitarrista, musicista (eh già, una vera malattia …).
Si intenda per rock tutta la musica con evidenti matrici rintracciabili nella musica popolare europea e afroamericana, tutta la musica che non è musica "colta", tutta la musica finita nel meccanismo angosciante del mercato globale/globante, tutta la musica sparata dalle radio indiscriminatamente, tutta la musica che ha gridato disperata, per dimostrare un’effimera energia e per ottenere una falsa libertà.
 
prince
Prince

Forse la personalità più interessante e intelligente della musica leggera (che per me è proprio come dire rock: basta con tutti questi nomi, questi nuovi generi, quando tutti fanno da quaranta anni gli stessi quattro accordi, e il concetto, l’impostazione musicale è SEMPRE la stessa! E chi non è d’accordo vada ad ascoltarsi la musica “colta-contemporanea”… per capire dove davvero può andare una reale ricerca musicale! –i risultati artistici e l’efficacia comunicativa però non c’entrano: con qualsiasi tecnica si possono raggiungere altissime vette estetiche-) dicevamo il più interessante dopo Frank Zappa, anche dal punto di vista anagrafico dato che nacque 18 anni dopo il grande greco-siciliano di Baltimora. Ineccepibile chitarrista, cantante virtuoso ancorché il suo atteggiamento vocale sia inusitato e imprevedibile: la voce di base sembra poco piena … ma l’agilità e la potenza del falsetto e la possibilità di accedere a tonalità baritonali ne fanno un cantante sorprendente … sperimentatore inesausto, uno dei pochi che hanno saputo rinnovarsi (capolavoro anche il recente Rainbow Children), arrangiatore coraggioso e originale, produttore e manager, è stato a torto considerato il Principe del funk: Prince ha creato, partendo dal funk, un mondo nuovo diverso e omnicomprensivo.
Un mondo che basta a se stesso in cui si mescolano i generi musicali più disparati (pop, rock, folk, blues, funk, latin), perché essi non sono altro che “angolazioni”, punti di vista: qualcuno che voglia scoprire qualcosa di se stesso e della vita, e che desideri in qualche modo trasmettere ad altri la sua ricerca senza fine, deve fare questo continuo spostamento dei punti di vista, per poi sintetizzare. Questo hanno fatto i grandi uomini della cultura, i grandi uomini, e anche Prince, nel campo della musica leggera (ma forse, nel suo caso è anche un po’ “colta”! Conta la forza interiore e l’intelligenza più che il materiale usato per esprimersi: conta l’Amore!).
E i giovani cantanti di oggi crescono e muoiono in fretta dentro ad una moda effimera, certo però per colpa di qualcuno, dei soliti paparini del mordi-e-fuggi discografico: cosa succederà quando i grandi del passato non ci saranno più, chi avrà la possibilità di fare una carriera lunga con sperimentazioni, rallentamenti, ripensamenti, con una reale costruzione di un progetto artistico perfettamente congruente alla stessa VITA?
Forse chi si autoproduce, resta sconosciuto, e fa anche un altro lavoro per vivere?
O solo chi ha tutte le doti del mondo e per fortuna e per caso è anche ricco?
Dove andremo a cercare le emozioni autentiche senza Sting, Peter Gabriel, Prince, David Bowie, solo per citare alcuni instancabili protagonisti della musica leggera, veramente “indipendenti”? Da chi copia per 50 minuti circa un solo pezzo di Stevie Wonder come i Jamiroquai? Da chi fa sempre la copia di se stesso non appena trova la formula indovinata (miracolo!) come i Red Hot Chili Peppers, eterni cloni mal riusciti di loro stessi ai tempi di Blood Sugar Sex Magic?
 
csi
CSI
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Orgoglio depresso. I primi maestri di tutti i successivi veri/falsi indipendenti. Molto bravi nel costruire arrangiamenti, un vero gruppo. La personalità del Ferretti crea immagini cupe che purtroppo hanno fatto scuola. Testi che denunciano con orgoglio la propria presunta stupidità, incapacità, inefficacia. Ma l’orgoglio divora tutto. Il risultato è l’accontentarsi di soluzioni a metà, di analisi solo abbozzate (e un po’ di disfattismo). Tutto ciò è suggerito anche dal vezzo stilistico di piegare a volte le parole alla metrica musicale violentandole e spostando l’accento. Falsa libertà, falso infinito. E’ proprio necessario, per “combattere” la banalità dei testi pop e sanremesi giocare su atmosfere dell’orrido, immagini cupe, stare come un gatto sulla balaustra in equilibrio consapevole con l’estetica del brutto (l’hanno fatto anche Basile, Marlene Kuntz e altri)? E poi, com’è comodo considerarsi con orgoglio degli sconfitti (che derivi dalla fase anarcoide di Gaber?): in questo modo ad ogni critica ci si può salvare in corner pronti a riscattarsi? Ci metterei dentro anche “Suggestionabili” di Paolo Benvegnù. Perché usare la prima persona plurale? “Siamo troppo suggestionabili”, perché “siamo”? Tutta questa paura dell’Io-lirico per poi dire qualcosa di assolutamente personale (oltretutto la descrizione di un’idiosincrasia di tal fatta è comunque piuttosto superficiale). Preferisco dunque squarci appassionati nella propria interiorità, come insegnano i migliori poeti (ma anche Fiumani e forse tra i più giovani Bugo e Dente): scavando allora si può dire qualcosa di vero, la poesia vibra e comunica, e ci si trova davvero uniti, accomunati. Non c’entra niente ma voglio dire che Ferretti ha sempre cantato come un prete, i PGR hanno già più senso se visti in quest’ottica.
 
Giovanni Peli - http://www.giovannipeli.it


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*Consorzio Suonatori Indipendente


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