Introduzione
Pasolini, in una delle molte memorabili interviste, usò l’espressione “musica boghese dei proletari Beatles”. Partiamo da qui.
Il proletario, per riscattarsi, impara la lingua dei borghesi: una lingua facile da imparare: simile alla lingua del popolo, solo “abbellita” dal sistema capitalistico (oppure abbruttita). La lingua dei “nobili” invece, si trasforma nel “nuovo-regime”, nella lingua degli intellettuali, così comodi nei loro angusti laboratori da cui esce la musica colta, la musica contemporanea, così astrusa per la maggior parte delle persone, specie negli anni ’60 (anche se Luigi Nono ci teneva tanto a suonarla nelle fabbriche).
Per gli incolti, contemporaneamente, emergono i proletari Beatles che si trasformano in Super-borghesi, con un po’ più di inevitabili irregolarità quotidiane, forse, rispetto ai borghesi consueti (ma anche il fatto che ci siano alcuni “sbandati” fa parte del perbenismo borghese).
Si prenda quindi la lingua popolare del folk, elettrizzata dal rock’n’roll, si aggiunga l’Immagine, l’essere un corpo che canta, balla, grida; invasato per la musica; ossessionato dalla comunicazione indiscriminata. Per tutti e al posto di tutti. Il figlio di papà ha un posto dove può buttare tutti i suoi desideri antiborghesi: il cassettino del rock. Un cassettino del comodino del papà che vede controlla compra e vende.
Col passare del tempo ogni figlio di papà morbosetto ha saputo incanalare la sua libido su un mito del rock, uno a scelta. Poi, a parte grandi personalità che sono sempre rimaste sulla breccia, anche perché volevano/dovevano davvero dire delle cose importanti (e l’hanno saputo fare) la tendenza è stata quella di creare dei miti di plastica, dei miti estivi, destinati poi a svanire.
Fino ad arrivare all’angosciante situazione odierna, in cui c’è un catalogo per ogni gusto. Parlerò solo di ciò che conosco e che posso delimitare e sviscerare. Parlerò di artisti che ho affrontato, da appassionato, critico, cantautore, scrittore, poeta, organizzatore, chitarrista, musicista (eh già, una vera malattia …).
Si intenda per rock tutta la musica con evidenti matrici rintracciabili nella musica popolare europea e afroamericana, tutta la musica che non è musica "colta", tutta la musica finita nel meccanismo angosciante del mercato globale/globante, tutta la musica sparata dalle radio indiscriminatamente, tutta la musica che ha gridato disperata, per dimostrare un’effimera energia e per ottenere una falsa libertà.

Prince
Forse la personalità più interessante e intelligente della musica leggera (che per me è proprio come dire rock: basta con tutti questi nomi, questi nuovi generi, quando tutti fanno da quaranta anni gli stessi quattro accordi, e il concetto, l’impostazione musicale è SEMPRE la stessa! E chi non è d’accordo vada ad ascoltarsi la musica “colta-contemporanea”… per capire dove davvero può andare una reale ricerca musicale! –i risultati artistici e l’efficacia comunicativa però non c’entrano: con qualsiasi tecnica si possono raggiungere altissime vette estetiche-) dicevamo il più interessante dopo Frank Zappa, anche dal punto di vista anagrafico dato che nacque 18 anni dopo il grande greco-siciliano di Baltimora. Ineccepibile chitarrista, cantante virtuoso ancorché il suo atteggiamento vocale sia inusitato e imprevedibile: la voce di base sembra poco piena … ma l’agilità e la potenza del falsetto e la possibilità di accedere a tonalità baritonali ne fanno un cantante sorprendente … sperimentatore inesausto, uno dei pochi che hanno saputo rinnovarsi (capolavoro anche il recente Rainbow Children), arrangiatore coraggioso e originale, produttore e manager, è stato a torto considerato il Principe del funk: Prince ha creato, partendo dal funk, un mondo nuovo diverso e omnicomprensivo.
Un mondo che basta a se stesso in cui si mescolano i generi musicali più disparati (pop, rock, folk, blues, funk, latin), perché essi non sono altro che “angolazioni”, punti di vista: qualcuno che voglia scoprire qualcosa di se stesso e della vita, e che desideri in qualche modo trasmettere ad altri la sua ricerca senza fine, deve fare questo continuo spostamento dei punti di vista, per poi sintetizzare. Questo hanno fatto i grandi uomini della cultura, i grandi uomini, e anche Prince, nel campo della musica leggera (ma forse, nel suo caso è anche un po’ “colta”! Conta la forza interiore e l’intelligenza più che il materiale usato per esprimersi: conta l’Amore!).
E i giovani cantanti di oggi crescono e muoiono in fretta dentro ad una moda effimera, certo però per colpa di qualcuno, dei soliti paparini del mordi-e-fuggi discografico: cosa succederà quando i grandi del passato non ci saranno più, chi avrà la possibilità di fare una carriera lunga con sperimentazioni, rallentamenti, ripensamenti, con una reale costruzione di un progetto artistico perfettamente congruente alla stessa VITA?
Forse chi si autoproduce, resta sconosciuto, e fa anche un altro lavoro per vivere?
O solo chi ha tutte le doti del mondo e per fortuna e per caso è anche ricco?
Dove andremo a cercare le emozioni autentiche senza Sting, Peter Gabriel, Prince, David Bowie, solo per citare alcuni instancabili protagonisti della musica leggera, veramente “indipendenti”? Da chi copia per 50 minuti circa un solo pezzo di Stevie Wonder come i Jamiroquai? Da chi fa sempre la copia di se stesso non appena trova la formula indovinata (miracolo!) come i Red Hot Chili Peppers, eterni cloni mal riusciti di loro stessi ai tempi di Blood Sugar Sex Magic?

CSI*
Orgoglio depresso. I primi maestri di tutti i successivi veri/falsi indipendenti. Molto bravi nel costruire arrangiamenti, un vero gruppo. La personalità del Ferretti crea immagini cupe che purtroppo hanno fatto scuola. Testi che denunciano con orgoglio la propria presunta stupidità, incapacità, inefficacia. Ma l’orgoglio divora tutto. Il risultato è l’accontentarsi di soluzioni a metà, di analisi solo abbozzate (e un po’ di disfattismo). Tutto ciò è suggerito anche dal vezzo stilistico di piegare a volte le parole alla metrica musicale violentandole e spostando l’accento. Falsa libertà, falso infinito. E’ proprio necessario, per “combattere” la banalità dei testi pop e sanremesi giocare su atmosfere dell’orrido, immagini cupe, stare come un gatto sulla balaustra in equilibrio consapevole con l’estetica del brutto (l’hanno fatto anche Basile, Marlene Kuntz e altri)? E poi, com’è comodo considerarsi con orgoglio degli sconfitti (che derivi dalla fase anarcoide di Gaber?): in questo modo ad ogni critica ci si può salvare in corner pronti a riscattarsi? Ci metterei dentro anche “Suggestionabili” di Paolo Benvegnù. Perché usare la prima persona plurale? “Siamo troppo suggestionabili”, perché “siamo”? Tutta questa paura dell’Io-lirico per poi dire qualcosa di assolutamente personale (oltretutto la descrizione di un’idiosincrasia di tal fatta è comunque piuttosto superficiale). Preferisco dunque squarci appassionati nella propria interiorità, come insegnano i migliori poeti (ma anche Fiumani e forse tra i più giovani Bugo e Dente): scavando allora si può dire qualcosa di vero, la poesia vibra e comunica, e ci si trova davvero uniti, accomunati. Non c’entra niente ma voglio dire che Ferretti ha sempre cantato come un prete, i PGR hanno già più senso se visti in quest’ottica.
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*Consorzio Suonatori Indipendente
Si consiglia la lettura di altro articolo di Giovanni Peli, sempre su Poetarm Silva al seguente link: QUI ... just a click