
Ci sono sentimenti che nei secoli sono andati perduti, o si sono atrofizzati nei cuori spenti degli uomini, sentimenti – ancora – che si sono calcificati come antiche ossa di bestie preistoriche rimaste a testimonianza di ere passate, e sentimenti divenuti fossili come stampi di fiori nella pietra. Tra questi ce n’è uno che più di tutti si estingue ogni giorno di più, è la tenerezza. Questo sentimento, così intimamente connesso alla modestia della carne, non è necessariamente legato alle pratiche dell’amore. La tenerezza migliore infatti è quella che si prova nei confronti di qualcuno o qualcosa che ci è estraneo, è data dall’istinto di custodire in sé, di conservare nel pericolo, di darsi alla cura e alla protezione, è intimamente legato al sentimento dell’umiltà. Proprio questo legame tra tenerezza e umiltà credo sia la ragione principale del pericolo di estinzione di cui soffre oggi questo sentimento avversato dalle mode e dalle ultime stagioni politiche. Contrario alla tenerezza infatti è l’egoismo. La tenerezza è un moto disinteressato dell’animo, è un darsi senza ricevere nulla in cambio, è un pizzico caldo che ci solletica lo stomaco e ci induce ad essere partecipi dell’oggetto della nostra tenerezza. Se c’è egoismo, prepotenza, amor di sé, avarizia, la tenerezza viene subito accusata di essere caramellosa smanceria, roba da bambine. Perfino un guerrigliero come Ernesto Che Guevara sosteneva che “bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”, perché la tenerezza non include valutazioni, è cosa diversa dalla pietà, che invece implica un giudizio. Se si fa un giro in internet si scopre che, al contrario dei miei argomenti, la tenerezza sembra cosa ben vitale. A ben guardare tutto il fiorire di citazioni, siti web, immagini da smerciare al primo amore, invece non sono altro che uno sfogo isterico collettivo, un’effusione violenta e affannosa, un’agitazione feroce che testimonia, meglio di qualsiasi altra cosa, come in realtà all’uomo contemporaneo manchi davvero la capacità di provare tenerezza. Parlando oggi di questo sentimento, non ho parole migliori di quelle del poeta brasiliano Manuel Bandeira, che nei versi della sua lirica ci indica perfino una forma di tenerezza mirabile e struggente per qualcosa di increato, come le poesie che non è riuscito mai a scrivere. Io, da parte mia, ho sempre avuto tenerezza per situazioni che non ho mai vissuto, come una sorta di nostalgia preventiva o precauzionale, come un uomo in solitudine che parla di un reame che non c’è.
Andrea Pomella
Manuel Bandeira, LA MIA GRANDE TENEREZZA
La mia grande tenerezza
Per gli uccellini morti,
Per i ragnetti piccoli.
La mia grande tenerezza
Per le donne che furono belle bambine
E sono diventate brutte donne;
Per le donne che furono desiderabili
E hanno smesso di esserlo;
Per le donne che mi amarono
E che io non ho potuto amare.
La mia grande tenerezza
Per le poesie che
Non sono riuscito a realizzare.
La mia grande tenerezza
Per le amate che
Sono invecchiate senza cattiveria.
La mia grande tenerezza
Per le gocce di rugiada che
Sono l’unico ornamento
Di una tomba.
***
dal blog Stella d'Occidente
Amo la poesia di Darwish come si ama una stagione, o un’ora della notte, o una storia che ci raccontavano da bambini. Amo di lui il suo essere presente al di là della sua esistenza fisica, ahimè perduta il 9 agosto dello scorso anno. I suoi versi sono gli alberi da frutta che languiscono lungo il viale che abbiamo conosciuto una notte di migliaia di anni fa, quelle cose che sono qui da sempre, che definiamo familiari oltre ogni carne e ogni nome. La sua parola è il miele dei veggenti, quel soffio d’aria che ci lambisce il viso quando siamo seduti a sonnecchiare. Ogni volta che ho messo mano alla penna per scrivere dei versi ho cercato di pensare a lui, ho fatto come l’uomo che per mortificarsi si traveste da mendicante ed esce di prima mattina per le strade a frugare nella spazzatura degli altri. Le poesie che preferisco di Darwish non sono quelle politiche in cui canta il popolo di Palestina e la tragedia della sua terra. Preferisco quei piccoli invasi di gradevolezza in cui i ricordi e i rimpianti dell’uomo, la sua grandezza d’animo, diventano universi sfolgoranti di splendore. Come questa che segue, dedicata alla madre, che nelle ombre scure del pomeriggio mi scalda il cuore oltre ogni dire.
Maĥmud Darwish, PER MIA MADRE
Bramo il pane di mia madre
il caffè di mia madre
il tocco di mia madre
Cresce in me l’infanzia
giorno dopo giorno
ed amo la mia vita… perché
nell’ora della mia morte
mi vergogno delle lacrime di mia madre!
E se tornassi indietro un giorno
prendimi velo per tue ciglia
e copri le mie ossa con erba
benedetta dalla tua caviglia.
E stringi le mie catene
con un ricciolo dei tuoi capelli
con un filo penzolante dall’orlo del tuo vestito.
Forse diverrei un dio
un dio diverrei…
se toccassi le profondità del tuo cuore !
Se tornassi indietro… usami
combustibile nella fornace del tuo fuoco,
corda da panni sul tetto della tua casa,
perché divenni debole per stare in piedi
senza la tua preghiera giornaliera.
Diventai vecchio decrepito.
Restituiscimi le stelle dell’infanzia
così che io,
condivida con i piccoli uccelli
il percorso di ritorno
verso il nido della tua attesa.
Andrea Pomella