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mercoledì, 14 ottobre 2009
La carne divina della poesia: José Hierro & María Zambrano
nataliacastaldi; natàlia castaldi, arvo pärt, José Hierro & Marìa Zambrano, josé hierro & marìa zambrano; commenti (7)?



Successione di frammenti tratti dal libro "Claros del bel bosque" di María Zambrano,
accompagnati dalle note di "Per Alina" del compositore Arvo Pärt 

***
 
«Il poeta vive secondo la carne, anzi all’interno di essa. Ma la penetra a poco a poco, si insinua al suo interno, s’impadronisce dei suoi segreti e, rendendola trasparente, la spiritualizza. La conquista a vantaggio dell’uomo, poiché l’accoglie in sé assorbendola, eliminando la sua estraneità».
 
«Il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Dovrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo prende colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo trascina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi privi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, errante nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia».
 
«E tutti questi mondi, prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia, che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole».
 
«Il miracolo della poesia sorge in pienezza quando nei suoi istanti di grazia ha trovato le cose su questo fondo ultimo, le cose nella loro peculiarità e nella loro verginità; le cose rinate dalla loro radice. Ormai l’uomo, l’esistenza umana, la sua angoscia, la sua problematicità, sono stati annullati. La poesia annulla il problema dell’esistenza umana, là dove si manifesta. Ormai l’uomo è solo voce che canta e manifesta l’essere delle cose e di tutto. L’uomo che non si è arrischiato a essere se stesso, l’uomo perduto, il poeta, possiede tutto nella sua diversità e nella sua unità, nella sua finitezza e nella sua infinitezza. Il possesso lo colma; trabocca di tesori chi non si è ostinatamente impegnato a afferrare la propria vacuità, chi per amore non ha saputo chiudersi a nulla. L’amore l’ha fatto uscire da sé, senza che potesse mai più riaccogliersi; ha perso la sua esistenza e ha guadagnato la totale epifania, la gloria della presenza amata».

Maria Zambrano

*** *** *** ***
 
José Hierro maturò la propria esistenza ed espressione poetica durante gli anni di prigionia nelle carceri franchiste, cui fu costretto insieme al padre, dal 1939 al 1944, per aver partecipato agli scontri della Guerra Civile Spagnola tra le fila repubblicane.

I lutti, le torture e la morte del padre a causa degli irreversibili danni fisici subiti nel corso della prigionia, segnarono l’esistenza e la poetica del giovane Hierro, che negli anni della prigionia, appunto, fece della sua attività poetica espressione di resistenza e dialogo con i compagni di lotta con lui detenuti, animandoli, sostenendoli, mantenendo sempre accesa una luce di speranza che, pur non sfociando in una vera e propria espressione di fede religiosa – giacché il poeta non riconobbe mai l’esistenza di un dato Dio – si abbandonava tuttavia, a riflessioni intimistiche, che tradiscono l’influenza del pensiero di Miguel De Unamuno (nell’aspirazione e necessità dell’uomo di ricondursi ad una fede come unica via di speranza) e di Marìa Zambrano riguardo la sua concezione  “poetica” intesa come estremo relazionarsi al senso intimo dell’esistenza umana anche attraverso l’esperienza fortificatrice del dolore, ancorandosi alla speranza della poesia per sopravviversi nelle avversità, rinascendo” quindi ogni giorno rinnovato nel pensiero in un percorso di crescita che il cuore soltanto può sperimentare attraverso l’accettazione della sofferenza sulla sua stessa carne in totale aderenza terrena ai fatti dell’uomo, per poi dunque trascendersi nell’esperienza altra ed alta della morte.

natàlia castaldi

***

 
LE NUVOLE
Inutilmente interroghi.
I tuoi occhi guardano il cielo.
Cerchi, dietro le nuvole,
orme che si è portato via il vento.
Cerchi le mani calde,
i visi di quelli che sono stati,
il circolo dove marcano
suonando il loro strumenti.
Nuvole che erano ritmo, canto
senza fine e senza inizio,
campane di schiuma pallide
ribaltando il loro segreto,
palme di marmo, creature
che girano al ritmo del tempo,
imitando alla vita
il suo perpetuo movimento.
Inutilmente interroghi
dalle tue palpebre cieche.
Che fai guardando le nuvole
José Hierro?
(da Cuanto sé de mi, 1957)
 
ACCANTO AL MARE
Se muoio, che mi mettano nudo,
nudo accanto al mare.
Saranno le acque grigie il mio scudo
e non si dovrà lottare.
Se muoio che mi lascino da solo.
Il mare è il mio giardino.
Non può, chi amava le onde,
desiderare un'altra fine.
Sentirò la melodia del vento,
la misteriosa voce.
Sarà finalmente vinto il momento
che miete come falce.
Che miete incubi. E quando
la notte inizierà ad ardere,
sognando, singhiozzando, cantando,
io nascerò di nuovo.
(Quinta del 42, 1953)
 
L'INDIFFERENTE
Adesso saremo felici,
quando non c'è niente da sperare.
Che cadano le foglie secche,
che nascano da fiori bianchi,
che importa!
Che splenda il sole o che arpeggi
la pioggia sul vetro,
che tutto sia menzogna
o sia tutto verità;
che regni sulla terra
la primavera immortale
o che declini la vita,
che importa!
Che ci siano musiche erranti,
che importa!
A che fine vogliamo musiche
se non c'è niente da cantare.
(da Alegría, 1947)
 
COLUI CHE DÀ L'ALLEGRIA
Sii come il fumo: sali,
pensa che evitandoti
nessuno dirà "ti ho avuta
e ho potuto misurarti".
Sii come il sogno: canta,
incanta all'addormentato.
Ci apre la tua gola
il cuore fiorito.
Sii il vino che ubriaca
e per vizio si ama;
non il sandalo che la scure
profuma, che lo ferisce.
Anima che luccica e rimane
risuonando nell'uomo.
Ma che nessuno possa
indovinare il suo nome.
(da Alegría, 1947)
 
BENCHÉ IL TEMPO MI CANCELLI DA VOI
Benché il tempo mi cancelli da voi
la mia gioventù darà la morte al tempo.
E allora, senza parlarmi, senza parlarci,
così chiaramente ci capiremo,
e che bello vivere tra di voi
sognando i vostri sogni.
Passerete davanti all'albero, al fiume
bagnerete il vostro corpo
e vi riempirà un'antica e profonda grazia,
un remoto mistero,
come se l'albero o come se l'acqua
galleggiasse prima nel vostro ricordo,
come se qualcuno avesse vissuto prima
la vita che portate nei vostri corpi.
Così condivideremo i nostri mondi
nel fondo dei vostri pensieri.
(da Alegría, 1947)
 
José Hierro
*da Poesie scelte, Raffaelli Editore, Rimini 2003 - Traduzioni a cura di Alessandro Ghignoli
 
*** *** *** ***