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lunedì, 14 dicembre 2009
Un sogno di balene e di parole in bocca alla notte
Morfea77; poesia, amore, il bacio, savina dolores massa, pepe rosso, attraversamenti verticali, il corpo della voce; commenti (7)?

Hanife Ana è un sogno di balene in decomposizione, un viaggio, un ricordo, una liturgia.
Hanife Ana era una nave turca, incagliata sulla costa di Ostuni in Puglia.
L'abbiamo vista in occasione di un viaggio di pochi giorni, ancora non eravamo una compagnia.
Eravamo una scrittrice, un musicista, un futuro teatrante.
Insomma gente instabile, ma sensibile. Gente poco leggera, purtroppo.
Ana ci è parsa come una grossa balena morta. Come per ogni morte la reazione istintiva è stata di inavvicinabilità.
Lei, femminea, mostrava resti di tette e uccelli già pronti a nidificare nelle cavità morte degli occhi.
In quei pochi giorni l'esigenza di stare accanto ad Ana era intoccabile. Noi stessi, forse attratti, dalla morte in vista.
Ogni giorno di fronte ad Ana a provare ad esorcizzare terrori, a distanza, e muti ad elaborare
interrogativi di noi creature umane dinanzi alla morte del mostro.
Ora è anche una compagnia di musici, teatranti e sognatori perduti, nata nei primi mesi del 2007
dalla fusione di esperienze musicali e teatrali differenti ma complementari.
Il nucleo centrale e fondativo è costituito da
Savina Dolores Massa, Alessandro Melis e Gianfranco Fedele: una scrittrice, un teatrante, un musicista,
sensibili all’interazione tra il linguaggio musicale e quello propriamente verbale.
Il progetto nasce dalla interazione, inscindibile e a volte provocatoriamente divergente,
fra un approccio musicale jazzistico privo di preclusioni di genere e uno sguardo stremato ma lucido
su ogni partorita creatura letteraria.

Parlo di Savina Dolores Massa

Da alcuni anni scrittrice a tempo pieno, finalista con la silloge di racconti Isolamatamara al premio letterario A. Gramsci ed. 2006,
è giunta nella rosa dei finalisti al Premio Letterario Calvino 2007 con il romanzo Undici, pubblicato dalla casa editrice Il Maestrale.
Scrive poesie, racconti, romanzi, teatro, canzoni. Finalista o vincitrice di numerosi premi letterari. Il suo lavoro sulla voce nasce
dall’incontro con i registi Marco Parodi e Mario Faticoni, dei quali è stata allieva negli anni 2004, 2005, 2008.

E' amica ancor prima d'esser poeta.
Crea l'emozione come una mareggiata.
Dipinge i fondali dell'anima.
Di colori, poesia, unghie, occhi di gatto e cuore.
Meravigliosa.
A lei il mio è un amore incondizionato.

Marigosa

Severa la casa zittisce lo spettro di Grazietta in gioco
schizza di polvere il carnevalesco lampadario
mura le finestre sulle carneficine in Congo
sul maestrale inferocito di lische e baci scarnificati
di murene accasate nelle migrate orbite affondate

tace dei passi fuori sconosciuti
meravigliati per il freddo
di un inverno come un altro
no
se il mavì dei tuoi occhi non ha più ribellione
che sia silenzio che sia silenzio
la mia gatta muore

il cuore ha nicchie solo per le api stasera
e non sarà cibo reale il dono
ma la vergogna di un dolore da non dire
per quei pochi chili che tu sei
e unghie e sonno ogni imbrunire

a chi può importare
la tua acqua con petali di rosa che scompare
neanche a me dovrà importare:
io seppellisco le mie bestie di anno in anno
fino a quando

se i giudizi lo vorranno
il becchino comunale scaverà una fossa alla mia vita
nessun danno
al girare perpetuo del pianeta
nessun danno per le prossime comete
che verranno per millenni
sopra lo stupore di chi
non avrà nulla in vena del mio sangue

l’ho sempre saputo al centro del cervello
là dove regnano farfalle e barbagianni
che mi sarei conclusa roteando su me stessa
neonata ogni sera o cadavere di risate al cardo
illusionista con conigli malinconica sul mare
fertile solo per partorire appassiti malumori
e qualche uovo guasto da schiacciare
 
è sempre così nei fine d’anno
le bilance si autoflagellano di pesi
di dubbi per ogni ripassato sbaglio
di dalie purpuree estinte molto prima
della festa dei miei primi venti anni
degli insulti più crudeli
scampati dall’essere gettati oltre la schiena come un sale

e questo dire e dire scontroso
a me stessa appare offesa agli affamati di Bogotà
al bambino rom assente nel presepe del vulcano
ai miei piccoli stivali rossi amati come gigli quel Natale
se tanto sacrificio fu comprarli

mentre Marigosa smagrisce
m’affanno tra zolfi di formule e di filtri:
domani io sarò imbalsamatrice

(Marigosa nella mia lingua significa “amara”)

Cecità

Adesso crollerai il volto alla parola appena intravista
pregna d’acqua una seppia? non sapevi come dirlo
quell’affogare delle cose una seppia? tra le ciglia ottantenni
come tua madre d’azzurro liquefatto
non strillerai pianto ma straccerai madonne di ristrette vedute
scambiando i vapori di una pentola per conigli dell’infanzia
e mai più avrai fame del cibo se non troverà la bocca
le mani che avresti preferito compatirti nelle macchie
e nell’anello che ti fece onorata pur senza il velo
ignara che il difetto era lo sposo consapevolmente bello
la memoria scaltra agiterà grano nelle orecchie
un sapore di gatto cucinato in rosmarino
ché non fosse troppo affamata l’illusione promessa
da subito no almeno non da subito.

Ha battuto sull’incudine tuo padre
per trasformare l’erba in oro di cappelli da nozze
inutilmente denudò il cortile ma tremava muscoli alle dita
e trinciato da due soldi goduti all’imbrunire.

Non aggiungerai bastoni per costringerti il passo
se il sole ci sarà in perpetua notte
lo saprai dalla tua pelle albume
frustata dal posarsi di una mosca
che lascia lividi d’ali blu manesche

su ogni tuo piede basito pioverà il talco
il sabato delle abluzioni
nell’assoluto silenzio dei tuoi punti di vista.


Quando non si poteva contare fino a cento novanta quattro

La casa clandestina era in palazzo
salimmo scale, obbligate a non leggere
cognomi veri ai campanelli
a non vedere
fiocchi rosa o azzurri sulle porte
a non sentire alcun suono
di parole verseggiate per insulto

Ognuna, dei mobili in salotto, e delle altre
non ne notò la forma, ma intatto
resterà a vita quel ricordo, di come
si cercassero tra loro
le punte
irrigidite di ogni scarpa

Ognuna, entrò sola nella cucina
il tavolo puzzava di cipolle
triturate per un sugo, raffinate
con la carne e le sue spezie
il giorno prima

Ognuna, su quel tavolo
si spogliò solo le gambe

Il lutto era rosso nella vasca
embrioni da lavare a candeggina
o polvere abrasiva
acqua calda per un prossimo turno
atteso a testa bassa
taciturno

Scendemmo scale
obbligandoci a non leggere
cognomi veri ai campanelli
a non rubare
fiocchi rosa o azzurri dalle porte
a non sentire alcun suono
di parole verseggiate per insulto


Il bacio di Jung

Si scoprì gravida dopo un sonno di cavalle in improponibile strada
gonfia nelle ossa delle mani pronte all’espulsione
acqua e primo sangue dipinsero di unghiate il muro
perché quando la notte acceca la paura del non risvegliarsi
c’è sempre almeno una spalla di calcina a reggere il bolo della morte

non si accontentò di castrare le creature
dopo che Jung baciò loro la fronte
per distrarle malamente dal ratto dell’amore impuro
ma si dice che lei sbarrò le loro fughe con l’incestuosa proposta
di svenargli il membro se non con un coltello almeno con la bocca

tanta delicatezza fu studiata elaborata processata
la cosidetta madre priva d’avvocato alla difesa
fu impalmata in una piazza
improponibile
tra schiamazzi di cavalle e l’assenza buia dell’almeno la spalla di calcina

non gridò la sua innocenza e neppure la nitrì come sarebbe stato opportuno
per la folla accorsa a ballarsi la serata
lei tra le anche si godette soltanto la durezza di quel palo
finché un qualsiasi ignoto osò assegnarglielo per figlio
solo a vederglielo gattonare per la figa

le sorti sono sempre all’oscuro delle delicatezze
ritornano cocciute a rimestare il mosto nascituro
che vino non lo vuole diventare nonostante i vetri di bottiglia
in attesa allineati e etichettati

moribonda sussurrò all’attesa sadica di resa,
Lasciatemi morire così come uno dei miei cuori ha scelto:
non adatta alla clonazione di me stessa.


La Pizia

La notte abbandona il suo trespolo d’antro
con mammelle pietraie cangianti passeggia
nelle strade a lampioni sorniona scivola
per abbaini dell’estate bacia
ogni membro disperso maritato all’accidia
di giornate di decadenza obesa di non chiesti
e pretesti per nuca contro nuca
incubo contro incubo stasi
consola a spatolate di lingua attardandosi
sul precipitato rialzarsi dell’invecchiato

la si invoca poi in voci sonnambule
impalmando l’ombra di respiro accanto
abbandona gratitudini o volti lascia
la sorte imbambolante a coprire l’accadente

non per bontà ha oracolato in alcova
il proprio gusto ferino soddisfatto
l’accompagna nell’aggirarsi incompiuta
esposta ad armi e insulti
per compensi parlanti e occhiuti
vanvera disorientata
felice di deludere aspettative
di futuri capolavori.








lunedì, 02 novembre 2009
Attraversamenti verticali: Cristina Bove
nataliacastaldi; recensioni, poesia contemporanea, cristina bove, attraversamenti verticali; commenti (11)?

Persa nel vento
ciascuno una foglia
l'albero resta

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Avevo scritto un post per Cristina Bove ed il suo terzo libro, “Attraversamenti verticali”, che avrei pubblicato ieri se non fosse sopraggiunta la notizia della dipartita di una poeta che lega profondamente me e Cristina in un antico abbraccio.

E riparto da qui, da Alda per parlare di Cristina e ricostruire il cammino che lega le persone che della poesia fanno loro fede, espressione di vita, unica forma di dialogo che abbraccia mente, membra e cuore.

Era il 16 novembre 2007 quando conobbi Cristina leggendo in rete questi versi:

Se la follia ispira una mente in tal maniera
da renderla sottile e riflettente
acuminata e ancora dolce e tesa
ad accogliere il mondo
se la follia parla attraverso le lacrime rapprese
e tappa falle nella carena viva
di un veliero splendente
e non lo fa affondare
allora la follia è madre della mente geniale
del cuore che non cede agli insulti del tempo
della vita preziosa che si affida
alla memoria per sopravvivere
e dal futuro si distanzia con piegate ali
raccolte a protezione di quella tenerezza
delle morbide carni in cui le offese
hanno lasciato solchi e cicatrici …
e lei non dice che l’aspetto minimo
del suo antico dolore.

Mi scoppiarono le tempie, non conoscevo Cristina ma conoscevo bene la poesia di Alda Merini e accostarle e leggerle sotto una stessa comune luce, fu per me naturale ed illuminante, tanto che timidamente le scrissi queste parole:

"non sono degna di commentare ... ti lascio una poesia di una che di follia e poesia se ne intende ... a me appartiene solo la follia, che mi fa amare i versi degli altri ed i miei miseri deliri ...:"

Pensiero, io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero, dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell'antro della follia.

Alda Merini, da "La terra santa"

Da quel momento, da quel 16 novembre, tra me e Cristina iniziò un lungo dialogo interiore che più volte ha orizzontalmente abbracciato i versi di Alda e che continuerà a nutrirsene sempre coltivando quel folle pensiero, che fa sentire le cose in modo carnale, infettando con la sua condanna ed assoluzione: la poesia.

 

 

***

Saranno dieci giorni che tengo sulla scrivania, a portata di sguardo, un piccolo libro Attraversamenti verticali, terza esperienza editoriale di Cristina Bove e mio piccolo “temp(i)o della consapevolezza”. In questo terzo libro che raccoglie versi del passato perfettamente sincroni a versi di recente composizione, si gusta un sapore deciso, quello della maturazione dell’esperienza poetica quale unica via di fuga, parallela ma non disgiunta, dall’intima e consapevole lacerazione del denudarsi per scoprirsi e ritrovarsi, offrendosi ostia del proprio verbo.

Il gran disquisire in siti e salotti letterari, sull’essenza e la ragione della poesia, m’induce a cercarne le risposte nelle ragioni del mio scrivere, e – superandomi – in quelle del mio leggere.

Già, perché se ci si chiede cosa sia la poesia, mille risposte diverse e contrastanti, definiranno l’intima o canonica accezione e senso “scientificamente” conferiti a tale termine, ma più che cercare di definire la poesia, mi chiedo, perché desidero leggere “poesia” e perché, certa poesia, mi provoca “stordimento”, “liberazione”, “lacerazione catartica”?

Dipenderà forse da stile, forma e metro? O ancora dal suo significato o dall’intimo pensiero ch’essa esprime?

Nella poesia non cerco “la risposta”, che essa stessa non vuole dare, ma il principio di un cammino, l’attacco per la mia parola, l’anima intrinseca del dialogo che si scandaglia a partire dall’intuizione colta nel bagliore di una scintilla.

La poesia di Cristina Bove, così come la poesia in generale, per sua natura non ha pretesa di verità che non sia soggettiva maturazione del proprio dubbio, scoperta estrema del proprio sé questionante e dialogante; dunque, leggere poesia significa dar “moto” all’eterna ricerca che conduce a quell’inspiegabile interloquire tra un foglio cifrato d’altra esperienza ed il proprio universo, è risalire alla fonte di un fiume che ci scorrerà dentro guidando il nostro cammino senza suggerircene la meta, cui dovremo arrivare più ricchi di doni, ma – irrimediabilmente – soli.

Io sono
L’impalpabile essenza
che gioca con le pagine
del Tempo …

Giocare con le pagine in Cristina Bove ha duplice senso se il Tempo le è conquista quotidiana intessuta di cicatrici da trasformare in elogio alla vita, non privo di momenti di buio strapiombo nella sua routinaria e pur ricca fatica.

Senza tentare di svelare l’intimo di un’esistenza, ma semplicemente cogliendone ogni crepitio e respiro attraverso i versi, appare chiaro che ci sono autori in cui l’esperienza è segnata da percorsi accidentati che ne temprano lo spirito acuendone le capacità percettive e d’“ascolto” del mondo.

Le scelte stilistiche della Bove sembrano formarsi sul variare del suo stato d’animo e non prescindere da quello che, poesia dopo poesia, si accinge a narrare.

Ecco che nei suoi versi troveremo ora momenti di lucida ed analitica riflessione sui fatti e sulla storia che, intrisi di sdegno, danno vita ad audaci e sardonici “j’accuse”; ora morbidi ed euforici abbandoni intimi, carnali e sanguigni di pregna e svelata femminilità senza maschere di posa; poi nuovamente lo strapiombo nell’abisso oscuro delle ombre e dei fantasmi del dolore, non privo tuttavia di quella luce di speranza temprata dal coraggio di una donna vera: il tutto in una danza di logiche e coscienti contraddizioni esistenziali che si intrecciano, per ritmo e tempo, alla ricerca di un percorso che dia complessivamente senso alla lotta per la vita ed all’Ossimora Umana Speranza, che in Cristina definisco azzardosamente “atea e spirituale”, d’un suo protrarsi ad essa oltre.

Le scelte linguistiche pur partendo dal classicismo proprio della sua formazione culturale, si mescolano via via a sempre nuovi artifizi e sperimentazione che, svestendosi dalle ingabbiature metrico-tradizionali, conferiscono al suo verso libero una musicalità ritmica decisa ed originale.

 natàlia castaldi


***

Ottimismo

Vedere una rosa
spuntare
da un tumulo smosso
e pensare:
n’è valsa la pena …


***

Da Attraversamenti Verticali, Ed. Il Foglio, 2009


ATTRAVERSAMENTI VERTICALI

Modello a cera persa
in fonderia dove tracima e scorre
si lamenta
nello sbuffo di scarico l’impronta
cavità mi contiene, io sono il segno
dell’avido contrarsi, il luogo e il tempo
il mantice d’intorno
e sboccio come fiamma dalla brace
un’immersione
poi, raggio corrusco
mi spengo nella sabbia del fondale.
Lune dipinte erettili
mi navigano il dorso e fluttuo lenta
nell’ondeggiare delle posidonie.

*

Allora è poesia?

Allora anch'io mi chiedo se è così
che si fa poesia
se basta avere l'aria nella testa
un pulviscolo in petto
o una notte di lucciole in cantina

se basta essere appesi ad un ricordo
o avere nelle mani una manciata
di fuochi spenti, un solco nella scarpa
e restare appoggiati a una spalliera
di gelsomino ormai quasi appassito

Che ve ne importa? Dite forse un nome
o raggiungete un argine d'addio
o assicurate un'ancora sul fondo?
Ah, se bastasse un po' di oscurità
per cancellare un attimo di sonno
una caduta in triplo
salto mortale
una scia di verbena
una vecchia borsetta fatta a maglia
un ombrello tarlato e un libro aperto.

Invitatemi almeno a un valzer lento
datemi il tempo di mirare a segno
così che con un tiro ben centrato
io possa andare via
senza un lamento.

*

Resto

Ma di che scrivo ancora? Stupida me che non avverto
il grido, non vedo il luccicare delle lame
e bevo le fandonie di uno schermo, mentre la morte affonda
le sue dita. Gente che prega e muore del suo dio,
gente che avanza e sparge di sue ceneri territori lontani
grassi padroni adunchi nelle fabbriche
dove si ruba l'anima ai bambini
E pure di ogni dio che si compiace d'incensi e tabernacoli,
di minareti e cupole si dovrebbe sentire almeno il fiato
per chi distrugge ciò che lui ha creato.Ma nessuno protesta,
ai loro altari pornografia e reliquie
ai loro templi sarcofaghi di mummie ancora vive.
Vedo sassaie deposte a fare cumulo
sopra ricordi d'ossa. È sempre altrove
che si colloca l'argine, tracima di catene di potere
bombe silenti labbra strette e mute, abbiate fede e dite
le preghiere. Vi ascolterà lo scorrere di sabbia in una sfera
prigionieri di un tempo da clessidra.
Acquisterete invano le risate spergiure dei diamanti
i vostri letti sfatti nei deserti dell'anima, di giochi truci avrete
le ceneri di un'orgia senza fine, crani collane a sanguinarie dee.
Oppure avrete inutili rincorse mentre vi assedia fuori una corazza
appesi al soffio di perdute ali.

Vado con scarpe rotte e senza lacci
barbona dentro l'anima. I miei versi farò bruciare agli angoli
di strade, andrò spargendo lacrime e poesia, per un tozzo di pane.
Avrete allora quello sguardo stinto tra la pietà e il disprezzo
mi darete due soldi di coscienza e girerete al largo.
A voi le griffes, rispedisco al mittente le promesse. Ormai ho deciso:
non mi avrai, Cielo, così stanca e sola, no, non mi avrai
per una gabbia d'oro, né per tutto l'amore degli dei,
sarà nella mia polvere il mio grido, che lo ascoltino o meno
e sarò il dito puntato sulla terra, è qui che resto
nel deserto dei sogni senza scopo
degli umani deliri. Io fra gli umani un atomo di voce
e tra gli umani tutti ad aspettare, se mai ci fosse tregua,
un chiarimento o una resurrezione.

*

Oppure

Coltivo di vermiglio
risate e melograni

rifuggo la penombra, vesto il sole.

Quando il tempo dei mantici
scardinerà per sottrazione terminale
infissi di silenzio
inghirlandata mi offrirò all'altrove.

Oppure

mentre

***

Brevi cenni biografici:

Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da sempre dipinge, scolpisce, scrive, legge, tempo e famiglia permettendo.

Libri:

Attraversamenti Verticali, Ed. Il Foglio, 2009

Il respiro della Luna, Ed. il Foglio, 2008

Fiori e Fulmini, Ed. Il Foglio, 2007

***

Link per l’acquisto dell’ultimo libro:

http://www.ibs.it/code/9788876062384/bove-cristina/attraversamenti-verticali.html

 

http://www.jujol.com/2009/10/05/attraversamenti-verticali-di-cristina-bove-edizioni-il-foglio/