Litblog di Poesia contemporanea, Autori Inediti, Poeti senza tempo, Musica, Pittura, Fotografia e Arte in tutte le sue forme.
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La Redazione.
DEDICATO AI VERSI DI Savina Dolores Massa
Lisa Gerrard - Paikea Legend

Nascersi
come prima istanza
in odor di feto
e portarsi dietro
reminescenze di placenta
-dura madre in me inconclusa-
*
Bruciami donami
l’ignavo gesto deietto
per osceni lidi guastati
dall’incedere lento
del non più dico
e sono solo residuo
di cose ataviche
che mi hanno preceduto
e segnato.
Lavami dannami
l’ardito arto inconcluso
di luce in nuce
differito stremato
come pervaso
dall’incalzante dilemma
dell’animula astante
in su la soglia
del divenir regresso.
*
Pascersi
come seconda istanza
in odor d’isteria
e tendersi nel gesto
se mai represso
-fluido padre da me reiterato-
*
Non solo lavico liquido
a fluire d’intorno
ma fin’anche
desideri maniacali
di sdoppiarsi da sé
svuotandosi della metà
di un’empietà
da immolare alla luce.
Altro scopo.
Altro frantumarsi.
Altro forsennarsi.
Chi dice il chi?
Cosa dice il cosa?
Ecco il centro
che bascula stremandosi.
Prima l’unghia, poi l’alluce,
la caviglia, il ginocchio, la coscia,
l’inguine, l’ombelico, il seno,
il collo, il cranio:
sono nato rovesciato!
E da allora cado in piedi.
*
Morirsi
come terza istanza
in odor di decomposizione
rimpiangendo
l’incompiuto che ci ha forgiato
-evanescente figlio con me oltraggiato-
*
M’arresi al fato
alle frecce acuminate
in cui soffrire l’ignoto
e patii
il riverbero
di quella luce nera
che ancora infligge
la punizione
per il mio gesto efferato
di dare petali di rosa
in pasto
alle fameliche labbra
dell’umida vulva
in cui riposavo il mio livore.
Mi dipinsi il cranio
d’un viola inarrivabile
e dettai
il segno irriverente
di un geroglifico
nel quale vanificare
lo sguardo del simulacro
che pretendeva
di deflorare
il mio ombelico
per cibarsi
della linfa esautorata
che ancora rifluisce
nelle pieghe
tra il midollo
e la pietra nera della follia
che più non ritrova
il sentiero
per risalire
la china al capo
e produrre
la disconoscenza.
*
Paventato
come soffio salvifico
al forcluso ècrit
m’irradio fluisco
ed esondo
in canto d’astro precipitato.
Impura allegoria
di siffatta inevitabile moria.
*
Costi quel che costi
un atavico ghirigoro notturno
magari affastellato
a non più laviche vocali
sfinite finite incolonnate
a claudicare l’ingenuo ingegno
del nulla sia più e no
non vedo altro
che curve arabescate
in bello stilo
in forma di silenzi
in urla taciute e
in vero
estese a tutto tondo.
*
Come preso a nolo
per copulare
col taciuto récit
m’invado pervado
e mi demando
in canto d’arto smembrato
Pura aporia
d’intatta incoercibile moria.
*
Implosesplosa carta canta
nel mancato corpo a corpo
che più non si dà
nemmeno il colpo
del rintocco
che suona a morto e
in fine
dico e sono
soma
da portare a tutto peso
per meglio differirmi
al verbo
che offre il collo
alla lama della posterità
*
di punto in punto
raggomitolato
e pure esteso
di soppiatto s’offre
al forse son io
ecce
disteso sul piatto di portata
escotto
e in bella vista
homo
annichilito e consunto
stracotto
e privato dello sguardo
*
Si allarga a spettro
dilaga e s’allaga
rischiando l’asfissia
del così sia e niente più
e solo poco ancora
il passo s’inalbera
contro il masso
che reclude il transito
senza che lingue arcane
babelino labbro a labbro
l’inestinto fuoco
che ritorna e dilaga
nel verbo che verrà
e si dissolverà
*
di nodo in nodo
riallacciato
e pure sciolto
di soppiatto si nega
al forse son io
ecce
fugge dal piatto di portata
crudo
e in bella vista
homo
esasperato ed emaciato
nudo
e privato dello sguardo
*
S’appoggia al dettato
mancando il contatto
l’ictus non favorisce
la presa
e il canto
si fa prendere
dall’ansia crescente
del non è mai stato altro
che questo o quello
entrambi inani e forclusi
parimente immani
nelle permutazioni
verso un corpo sventrato
smembrato
che svendere può
solo orpelli e menzogne
*
compulso convulso
resiste al forcipe
in aspre ligature
blocco a blocco
indivise e difese
per glorificare i fasti
della rorida caverna
in cui vorrebbe
continuare a pascersi
non espulso quindi
letteralmente estirpato
se mai divelto
a forza
urla lo sdegno
versando la lacrima vitrea
che lo riconduce
all’umore dell’antro
da cui è stato escluso
*
Ei fu iperbolico
e fluente
dispiegato
piaga su piaga
rifratto ancora
in cocci di silenzio
a sollecitare
l’innato vizio
di destra in manca
variegato
e inseminato
Ei fu ripetuto
e castrato
dispiagato
piega su piega
ritratto ancora
in punta di pennello
a mortificare
l’inconosciuta virtù
di fulcro in centro
arabescata
e disseminata
*
Di legno pregno
esonda accantonandosi
Diverge
schivando la verga
scrivendosi inconcluso
e altero
*
Ei fu
e lo è ancora
prodigo disilluso
e circospetto
s’aggira
arando l’intero intorno
rovesciando
la guaina
per meglio scoprire
la dissoluzione
del feticcio
a cui immolarsi
in nomea d’esecrazione
Ei fu
e lo è ancora
inebetito disconcluso
disguainato
foglia a foglia
dispaiato in uno e solo
disabitato in fine
dall’umore
a cui ancora oggi
tende la mano
nella supplica di una grazia
che fomenti
l’eterno ritorno a sé
*
Di ferro flesso
inonda risuonandosi
Converge
all’iniquo virgulto
ritraendosi dispaiato
e dopato
*
Mi
rimangio la parola
che masticarla ancora
prima di risputarla
è perversa mania
che mi folgora e mi svela Di
colpo in colpo
a glottide usurata
si profila
lo squarcio del fulmine
che dispare
impari
in pari nembi appaiati e franti Si
dà il dettato
se pur impastato
inchiostro simpatico
che fa il verso
a la saetta inconclusa E no
non risuona a morto
se pur allettato
dritto stinco
a svangare la bara
dai vermi brulicanti E fila
si sfila come flutto
in miriadi di schiume
bava a bava eluse
escluse
dalla magna chora
consegnata all’ora
in cui il ridirsi ancora
è prece ignava
al non più riconoscersi Di
scena in scena
piccolo uomo escremento
che incrementa
la saturazione della gola
Ancora una ferita
la mano nel costato s’apre
la via
al solo differirsi
in pari altri dissapaiati e anonimi Mi
rimangio la parola
per meglio deglutirla
e custodirla
senza più sputarla
e dettarla
Nessun luogo
da tracimare
nessuna sinfonia da evacuare
solo crudità
da fibrillare
sulla graticola
ove escuoce
il senso ultimo
e mai definitivo
che soffre
il riflesso de la imago
da cui estromettere
il nome
vago
e
vacuo