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Numero Zero - Poetarum Silva



domenica, 08 novembre 2009
Casta Carta Cauta Canta
EnzoCampi; poesia, enzo campi, casta carta cauta canta; commenti (9)?

 

Loss x

 

Nascersi

come  prima istanza

in odor di feto

e portarsi dietro

reminescenze di placenta

 

 

                                               -dura madre in me inconclusa-

 

*

 

Bruciami donami

l’ignavo gesto deietto

per osceni lidi guastati

dall’incedere lento

del non più dico

e sono solo residuo

di cose ataviche

che mi hanno preceduto

e segnato.

 

Lavami dannami

l’ardito arto inconcluso

di luce in nuce

differito stremato

come pervaso

dall’incalzante dilemma

dell’animula astante

in su la soglia

del divenir regresso.

 

*

 

Pascersi

come seconda istanza

in odor d’isteria

e tendersi nel gesto

se mai represso

 

 

                                              -fluido padre da me reiterato-

 

*

 

Non solo lavico liquido

a fluire d’intorno

ma fin’anche

desideri maniacali

di sdoppiarsi da sé

svuotandosi della metà

di un’empietà

da immolare alla luce.

 

Altro scopo.

Altro frantumarsi.

Altro forsennarsi.

 

Chi dice il chi?

Cosa dice il cosa?

 

Ecco il centro

che bascula stremandosi.

Prima l’unghia, poi l’alluce,

la caviglia, il ginocchio, la coscia,

l’inguine, l’ombelico, il seno,

il collo, il cranio:

sono nato rovesciato!

 

E da allora cado in piedi.

 

*

 

Morirsi

come terza istanza

in odor di decomposizione

rimpiangendo

l’incompiuto che ci ha forgiato

 

 

 

                                        -evanescente figlio con me oltraggiato-

 

*

 

M’arresi al fato

alle frecce acuminate

in cui soffrire l’ignoto

e patii

il riverbero

di quella luce nera

che ancora infligge

la punizione

per il mio gesto efferato

di dare petali di rosa

in pasto

alle fameliche labbra

dell’umida vulva

in cui riposavo il mio livore.

 

Mi dipinsi il cranio

d’un viola inarrivabile

e dettai

il segno irriverente

di un geroglifico

nel quale vanificare

lo sguardo del simulacro

che pretendeva

di deflorare

il mio ombelico

per cibarsi

della linfa esautorata

che ancora rifluisce

nelle pieghe

tra il midollo

e la pietra nera della follia

che più non ritrova

il sentiero

per risalire

la china al capo

e produrre

la disconoscenza.

 

*

 

 

Paventato

come soffio salvifico

al forcluso ècrit

m’irradio fluisco

ed esondo

in canto d’astro precipitato.

 

 

 

Impura allegoria

di siffatta inevitabile moria.

 

*

 

Costi quel che costi

un atavico ghirigoro notturno

magari affastellato

a non più laviche vocali

sfinite finite incolonnate

a claudicare l’ingenuo ingegno

del nulla sia più e no

non vedo altro

che curve arabescate

in bello stilo

in forma di silenzi

in urla taciute e

in vero

estese a tutto tondo.

 

 

*

Come preso a nolo

per copulare

col taciuto récit

m’invado pervado

e mi demando

in canto d’arto smembrato

 

 

Pura aporia

d’intatta incoercibile moria.

 

 

*

 

Implosesplosa carta canta

nel mancato corpo a corpo

che più non si dà

nemmeno il colpo

del rintocco

che suona a morto e

in fine

dico e sono

soma

da portare a tutto peso

per meglio differirmi

al verbo

che offre il collo

alla lama della posterità

 

*

 

di punto in punto

raggomitolato

e pure esteso

di soppiatto s’offre

al forse son io

ecce

disteso sul piatto di portata

escotto

e in bella vista

homo

annichilito e consunto

stracotto

e privato dello sguardo

 

*

 

 

Si allarga a spettro

dilaga  e s’allaga

rischiando l’asfissia

del così sia e niente più

e solo poco ancora

il passo s’inalbera

contro il masso

che reclude il transito

senza che lingue arcane

babelino labbro a labbro

l’inestinto fuoco

che ritorna e dilaga

nel verbo che verrà

e si dissolverà

 

*

 

di nodo in nodo

riallacciato

e pure sciolto

di soppiatto si nega

al forse son io

ecce

fugge dal piatto di portata

crudo

e in bella vista

homo

esasperato ed emaciato

nudo

e privato dello sguardo

 

*

 

S’appoggia al dettato

mancando il contatto

l’ictus non favorisce

la presa

e il canto

si fa prendere

dall’ansia crescente

del non è mai stato altro

che questo o quello

entrambi inani e forclusi

parimente immani

nelle permutazioni

verso un corpo sventrato

smembrato

che svendere può

solo orpelli e menzogne

 

*

 

compulso convulso

resiste al forcipe

in aspre ligature

blocco a blocco

indivise e difese

per glorificare i fasti

della rorida caverna

in cui vorrebbe

continuare a pascersi

 

non espulso quindi

letteralmente estirpato

se mai divelto

a forza

urla lo sdegno

versando la lacrima vitrea

che lo riconduce

all’umore dell’antro

da cui è stato escluso

 

*

 

Ei fu iperbolico

e fluente

dispiegato

piaga su piaga

rifratto ancora

in cocci di silenzio

a sollecitare

l’innato vizio

di destra in manca

variegato

e inseminato

 

Ei fu ripetuto

e castrato

dispiagato

piega su piega

ritratto ancora

in punta di pennello

a mortificare

l’inconosciuta virtù

di fulcro in centro

arabescata

e disseminata

 

*

 

Di legno pregno

esonda accantonandosi

Diverge

schivando la verga

scrivendosi inconcluso

e altero

 

*

 

 

Ei fu

e lo è ancora

prodigo disilluso

e circospetto

s’aggira

arando l’intero intorno

rovesciando

la guaina

per meglio scoprire

la dissoluzione

del feticcio

a cui immolarsi

in nomea d’esecrazione

 

Ei fu

e lo è ancora

inebetito disconcluso

disguainato

foglia a foglia

dispaiato in uno e solo

disabitato in fine

dall’umore

a cui ancora oggi

tende la mano

nella supplica di una grazia

che fomenti

l’eterno ritorno a sé

 

*

 

Di ferro flesso

inonda  risuonandosi

Converge

all’iniquo virgulto

ritraendosi dispaiato

e dopato

 

*

 

                       Mi

rimangio la parola

che masticarla ancora

prima di risputarla

è perversa mania

che mi folgora e mi svela  Di

colpo in colpo

a glottide usurata

si profila

lo squarcio del fulmine

che dispare

impari

in pari nembi appaiati e franti  Si

dà il dettato

se pur impastato

inchiostro simpatico

che fa il verso

a la saetta inconclusa  E no

non risuona a morto

se pur allettato

dritto stinco

a svangare la bara

dai vermi brulicanti  E fila

si sfila come flutto

in miriadi di schiume

bava a bava eluse

escluse

dalla magna chora

consegnata all’ora

in cui il ridirsi ancora

è prece ignava

al non più riconoscersi  Di

scena in scena

piccolo uomo escremento

che incrementa

la saturazione della gola

Ancora una ferita

la mano nel costato s’apre

la via

al solo differirsi

in pari altri dissapaiati e anonimi  Mi

rimangio la parola

per meglio deglutirla

e custodirla

senza più sputarla

e dettarla

Nessun luogo

da tracimare

nessuna sinfonia da evacuare

solo crudità

da fibrillare

sulla graticola

ove escuoce

il senso ultimo

e mai definitivo

che soffre

il riflesso de la imago

da cui estromettere

il nome

vago

 

 

e

 

 

vacuo