Litblog di Poesia contemporanea, Autori Inediti, Poeti senza tempo, Musica e poesia.
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Sigur Ros - Hoppipolla
ciascuno una foglia
l'albero resta

Avevo scritto un post per Cristina Bove ed il suo terzo libro, “Attraversamenti verticali”, che avrei pubblicato ieri se non fosse sopraggiunta la notizia della dipartita di una poeta che lega profondamente me e Cristina in un antico abbraccio.
E riparto da qui, da Alda per parlare di Cristina e ricostruire il cammino che lega le persone che della poesia fanno loro fede, espressione di vita, unica forma di dialogo che abbraccia mente, membra e cuore.
Era il 16 novembre 2007 quando conobbi Cristina leggendo in rete questi versi:
Se la follia ispira una mente in tal maniera
da renderla sottile e riflettente
acuminata e ancora dolce e tesa
ad accogliere il mondo
se la follia parla attraverso le lacrime rapprese
e tappa falle nella carena viva
di un veliero splendente
e non lo fa affondare
allora la follia è madre della mente geniale
del cuore che non cede agli insulti del tempo
della vita preziosa che si affida
alla memoria per sopravvivere
e dal futuro si distanzia con piegate ali
raccolte a protezione di quella tenerezza
delle morbide carni in cui le offese
hanno lasciato solchi e cicatrici …
e lei non dice che l’aspetto minimo
del suo antico dolore.
Mi scoppiarono le tempie, non conoscevo Cristina ma conoscevo bene la poesia di Alda Merini e accostarle e leggerle sotto una stessa comune luce, fu per me naturale ed illuminante, tanto che timidamente le scrissi queste parole:
"non sono degna di commentare ... ti lascio una poesia di una che di follia e poesia se ne intende ... a me appartiene solo la follia, che mi fa amare i versi degli altri ed i miei miseri deliri ...:"
Pensiero, io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero, dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell'antro della follia.
Alda Merini, da "La terra santa"
Da quel momento, da quel 16 novembre, tra me e Cristina iniziò un lungo dialogo interiore che più volte ha orizzontalmente abbracciato i versi di Alda e che continuerà a nutrirsene sempre coltivando quel folle pensiero, che fa sentire le cose in modo carnale, infettando con la sua condanna ed assoluzione: la poesia.
Saranno dieci giorni che tengo sulla scrivania, a portata di sguardo, un piccolo libro Attraversamenti verticali, terza esperienza editoriale di Cristina Bove e mio piccolo “temp(i)o della consapevolezza”. In questo terzo libro che raccoglie versi del passato perfettamente sincroni a versi di recente composizione, si gusta un sapore deciso, quello della maturazione dell’esperienza poetica quale unica via di fuga, parallela ma non disgiunta, dall’intima e consapevole lacerazione del denudarsi per scoprirsi e ritrovarsi, offrendosi ostia del proprio verbo.
Il gran disquisire in siti e salotti letterari, sull’essenza e la ragione della poesia, m’induce a cercarne le risposte nelle ragioni del mio scrivere, e – superandomi – in quelle del mio leggere.
Già, perché se ci si chiede cosa sia la poesia, mille risposte diverse e contrastanti, definiranno l’intima o canonica accezione e senso “scientificamente” conferiti a tale termine, ma più che cercare di definire la poesia, mi chiedo, perché desidero leggere “poesia” e perché, certa poesia, mi provoca “stordimento”, “liberazione”, “lacerazione catartica”?
Dipenderà forse da stile, forma e metro? O ancora dal suo significato o dall’intimo pensiero ch’essa esprime?
Nella poesia non cerco “la risposta”, che essa stessa non vuole dare, ma il principio di un cammino, l’attacco per la mia parola, l’anima intrinseca del dialogo che si scandaglia a partire dall’intuizione colta nel bagliore di una scintilla.
La poesia di Cristina Bove, così come la poesia in generale, per sua natura non ha pretesa di verità che non sia soggettiva maturazione del proprio dubbio, scoperta estrema del proprio sé questionante e dialogante; dunque, leggere poesia significa dar “moto” all’eterna ricerca che conduce a quell’inspiegabile interloquire tra un foglio cifrato d’altra esperienza ed il proprio universo, è risalire alla fonte di un fiume che ci scorrerà dentro guidando il nostro cammino senza suggerircene la meta, cui dovremo arrivare più ricchi di doni, ma – irrimediabilmente – soli.
Io sono
L’impalpabile essenza
che gioca con le pagine
del Tempo …
Giocare con le pagine in Cristina Bove ha duplice senso se il Tempo le è conquista quotidiana intessuta di cicatrici da trasformare in elogio alla vita, non privo di momenti di buio strapiombo nella sua routinaria e pur ricca fatica.
Senza tentare di svelare l’intimo di un’esistenza, ma semplicemente cogliendone ogni crepitio e respiro attraverso i versi, appare chiaro che ci sono autori in cui l’esperienza è segnata da percorsi accidentati che ne temprano lo spirito acuendone le capacità percettive e d’“ascolto” del mondo.
Le scelte stilistiche della Bove sembrano formarsi sul variare del suo stato d’animo e non prescindere da quello che, poesia dopo poesia, si accinge a narrare.
Ecco che nei suoi versi troveremo ora momenti di lucida ed analitica riflessione sui fatti e sulla storia che, intrisi di sdegno, danno vita ad audaci e sardonici “j’accuse”; ora morbidi ed euforici abbandoni intimi, carnali e sanguigni di pregna e svelata femminilità senza maschere di posa; poi nuovamente lo strapiombo nell’abisso oscuro delle ombre e dei fantasmi del dolore, non privo tuttavia di quella luce di speranza temprata dal coraggio di una donna vera: il tutto in una danza di logiche e coscienti contraddizioni esistenziali che si intrecciano, per ritmo e tempo, alla ricerca di un percorso che dia complessivamente senso alla lotta per la vita ed all’Ossimora Umana Speranza, che in Cristina definisco azzardosamente “atea e spirituale”, d’un suo protrarsi ad essa oltre.
Le scelte linguistiche pur partendo dal classicismo proprio della sua formazione culturale, si mescolano via via a sempre nuovi artifizi e sperimentazione che, svestendosi dalle ingabbiature metrico-tradizionali, conferiscono al suo verso libero una musicalità ritmica decisa ed originale.
natàlia castaldi
***
Ottimismo
Vedere una rosa
spuntare
da un tumulo smosso
e pensare:
n’è valsa la pena …
***
Da Attraversamenti Verticali, Ed. Il Foglio, 2009
ATTRAVERSAMENTI VERTICALI
Modello a cera persa
in fonderia dove tracima e scorre
si lamenta
nello sbuffo di scarico l’impronta
cavità mi contiene, io sono il segno
dell’avido contrarsi, il luogo e il tempo
il mantice d’intorno
e sboccio come fiamma dalla brace
un’immersione
poi, raggio corrusco
mi spengo nella sabbia del fondale.
Lune dipinte erettili
mi navigano il dorso e fluttuo lenta
nell’ondeggiare delle posidonie.
*
Allora è poesia?
Allora anch'io mi chiedo se è così
che si fa poesia
se basta avere l'aria nella testa
un pulviscolo in petto
o una notte di lucciole in cantina
se basta essere appesi ad un ricordo
o avere nelle mani una manciata
di fuochi spenti, un solco nella scarpa
e restare appoggiati a una spalliera
di gelsomino ormai quasi appassito
Che ve ne importa? Dite forse un nome
o raggiungete un argine d'addio
o assicurate un'ancora sul fondo?
Ah, se bastasse un po' di oscurità
per cancellare un attimo di sonno
una caduta in triplo
salto mortale
una scia di verbena
una vecchia borsetta fatta a maglia
un ombrello tarlato e un libro aperto.
Invitatemi almeno a un valzer lento
datemi il tempo di mirare a segno
così che con un tiro ben centrato
io possa andare via
senza un lamento.
*
Resto
Ma di che scrivo ancora? Stupida me che non avverto
il grido, non vedo il luccicare delle lame
e bevo le fandonie di uno schermo, mentre la morte affonda
le sue dita. Gente che prega e muore del suo dio,
gente che avanza e sparge di sue ceneri territori lontani
grassi padroni adunchi nelle fabbriche
dove si ruba l'anima ai bambini
E pure di ogni dio che si compiace d'incensi e tabernacoli,
di minareti e cupole si dovrebbe sentire almeno il fiato
per chi distrugge ciò che lui ha creato.Ma nessuno protesta,
ai loro altari pornografia e reliquie
ai loro templi sarcofaghi di mummie ancora vive.
Vedo sassaie deposte a fare cumulo
sopra ricordi d'ossa. È sempre altrove
che si colloca l'argine, tracima di catene di potere
bombe silenti labbra strette e mute, abbiate fede e dite
le preghiere. Vi ascolterà lo scorrere di sabbia in una sfera
prigionieri di un tempo da clessidra.
Acquisterete invano le risate spergiure dei diamanti
i vostri letti sfatti nei deserti dell'anima, di giochi truci avrete
le ceneri di un'orgia senza fine, crani collane a sanguinarie dee.
Oppure avrete inutili rincorse mentre vi assedia fuori una corazza
appesi al soffio di perdute ali.
Vado con scarpe rotte e senza lacci
barbona dentro l'anima. I miei versi farò bruciare agli angoli
di strade, andrò spargendo lacrime e poesia, per un tozzo di pane.
Avrete allora quello sguardo stinto tra la pietà e il disprezzo
mi darete due soldi di coscienza e girerete al largo.
A voi le griffes, rispedisco al mittente le promesse. Ormai ho deciso:
non mi avrai, Cielo, così stanca e sola, no, non mi avrai
per una gabbia d'oro, né per tutto l'amore degli dei,
sarà nella mia polvere il mio grido, che lo ascoltino o meno
e sarò il dito puntato sulla terra, è qui che resto
nel deserto dei sogni senza scopo
degli umani deliri. Io fra gli umani un atomo di voce
e tra gli umani tutti ad aspettare, se mai ci fosse tregua,
un chiarimento o una resurrezione.
*
Oppure
Coltivo di vermiglio
risate e melograni
rifuggo la penombra, vesto il sole.
Quando il tempo dei mantici
scardinerà per sottrazione terminale
infissi di silenzio
inghirlandata mi offrirò all'altrove.
Oppure
mentre
***
Brevi cenni biografici:
Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da sempre dipinge, scolpisce, scrive, legge, tempo e famiglia permettendo.
Libri:
Attraversamenti Verticali, Ed. Il Foglio, 2009
Il respiro della Luna, Ed. il Foglio, 2008
Fiori e Fulmini, Ed. Il Foglio, 2007
***
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