Litblog di Poesia contemporanea, Autori Inediti, Poeti senza tempo, Musica, Pittura, Fotografia e Arte in tutte le sue forme.
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La Redazione.
DEDICATO AI VERSI DI Savina Dolores Massa
Lisa Gerrard - Paikea Legend

(Foto tratta dal reading multimediale "ipotesi corpo" - Reggio Emilia - Luglio 2009)
primultima minima minuta
(ultima minuta
tardiva forbita
riparte perduta lieve
verso il punto intriso
d’aurea polvere
qui soffiata a palmo
e consegnata al supplizio)
algido frastico si dirupa
caracollando dal lungo al largo
al varco si ricompone
piegandosi flesso ad arco
in vero spinto come proiettile
decede ostile all’unto negando
il verso al gesto perché?
atavico recidivo s’allupa
divarcando di crepa in faglia
l’iniqua soglia a cui porgersi
rendendosi inerme al sesso
in vece deglutito come sasso
procede verso il punto
urlando il disappunto perché?
(ultima minuta
amica di sempre
ritorna canuta lieve
al caos ordinato
per scorie deflagrate
qui chiuse a riccio
e riposte nello scrigno)
***
(prima minima
nemica in prova
dilaga anima lieve
a rinverdire la specie
delle sillabe forcluse
qui rimosse ad arte
e differite all'indolenza )
venerea svenevole aurea
profusa al soffio
sottende speciosa e mendace
e s’attende oziosa
al gesto mordace
in cui dichiararsi rea
per espiare il fio
sfrangiando il velluto
dei petali precipitati nell’abisso
sfinterea caritatevole aerea
confusa nell’urlo
si rende all’urto e rumina
cerula l’atavico singhiozzo
nel cozzo fallace
di copula in crapula fabulato
dalla querula voce
edulcorata ad arte
dall’arto che sviene venendo
(prima minima
disaminata languida
esonda rorida lieve
dal labbro al fallo
solleticando acre il glande
qui castrato di netto
e donato al fango)
***
[...]
vulgata empirìa
dell’indecidibile aporìa
in cui il gesto
si rende all’atto
vociando l’inderogabile
urgenza
del dispendio
[...]

Foto tratta dallo spettacolo "Le notti di Valpurga" di Enzo Campi - Caserta- 1989
Enzo Campi
fate attenzione a non calpestare il testo
penso alla scheggia
che si insinua
tra l’epidermide e l’adipe
non si riesce a vederla
si può solo ascoltare il dolore
un suono impudico
un diapason impazzito
che non può esimersi di vibrare
penso alla cecità degli occhi
penso al suono e al sonno
un sonno che mi coglie sempre più impreparato
penso al supplizio di certe odi latine
e mi scopro a conficcare un chiodo sul sesso
penso alla scheggia
in cui dilaga la negazione
penso all’ennesimo tatuaggio
corrugato di fianco alla vena
penso a quella stupefazione
che si frange
su un qualsiasi orizzonte da travalicare
penso al circolo
ove rifluisce l’eco di un fasto marmoreo
penso al quadrato
ove si accoccola l’eco di un’arcana idolatria
penso al triangolo
ove vive una sorta di grecità congenita
penso al miasmo di un alito prepotente
che pretende di spiegare la verità
penso a una quartina di giambi
che parte dal basso
e s’inerpica
come edera rampicante
fino al vuoto da conclamare
penso all’inettitudine
che dorme nel sudario esangue dell’assenza
penso ad un verso indolente
che si disvela nella tenerezza del delirio
penso a una musica impura
un ritmo tribale
scandito con legni di quercia
su pelli stagionate d’ippocampi
penso a una sopraceleste orchestra
che il suono rende puro
e
vedo
i
rami
intrecciarsi
nodosi
e
statuari
in
ardite
curvilinee
nel
principio
dell’albero
primigenio
penso ai venti innamorati del mare
se lascio un’orma sulla spiaggia
sarò forse additato come anti-eroe ?
penso a quell’angolo in alto
dove un rivolo d’acqua
arabesca la parete in scala di grigi
penso all’unghia
al dente
al pelo
al capezzolo
penso a un battito di ciglia
penso al cranio
finalmente
cranio
che percuote
l’albero primigenio
penso di nuovo al rivolo
da cui piombano le gocce
penso a Giulia Soemia
che raccoglie le gocce
in un calice d’argento
penso a ciò che nasce
tenero e fragile nell’imbarazzo
di un corpo vulnerabile
penso ad assimilare il sapore della goccia
penso a Eliogabalo accucciato in un angolo
che picchia il cranio contro il muro
penso a Faust
penso a Ulisse e all’idea del viaggio
e
vedo
di
nuovo
i
rami
intrecciarsi
nodosi
e
statuari
in
ambite
curvilinee
nell’utopia
di
un’idea
superiore
penso ai venti innamorati della neve
se lascio un’orma sulla neve
sarò forse additato come eroe ?
penso e porgo la mano all’impalpabile musa
con lo sguardo sommesso
penso di non riuscire a comprendere
tale accanimento
penso alla tautologia e al circolo vizioso
penso a un chiaro di luna
in cui invocare l’amico Pierrot
penso a note in accordi complessi
penso ad una semplice melodia
penso ad una fanfara con schiere di mostri in parata
e se voi tutti mi chiederete in coro:
“perché Pierrot? perché tutto questo?”
io risponderò:
“forse perché Pierrot
è il Don Chisciotte dei mulini senza vento”
penso che sia una questione di tempo
e rispondo alle sollecitazioni:
son forse
io
l’unico
ad acuire la prospettiva?
penso che ogni inquietudine abbia il suo taglio
nel quale risuona una voce
il canto di una sirena
che narra di come Mefisto
sia entrato
per gioco
nel corpo di Margherita
e di come Faust
per amore
sia costretto ad esorcizzarla
penso a una visione
in cui il fuoco piove dal cielo
penso che il mare
sia l’unico a sapere
penso che la neve
sia in cerca
della lava in cui sciogliersi
penso a una visione
in cui la terra
si sventra in un boato
e l’oceano
si dissolve nell’aria
penso a un proclama :
genesi
fuga
catarsi
penso che la genesi contenga
l’urlo
il caos
e l’energia
penso che la fuga contenga
il soffio
l’ordine
e l’armonia
penso che la catarsi
contenga
la linfa
l’essenza
e il riposo
penso a scoprirmi pindarico
ma nell’animo sono mefistofelico
penso che la metrica andrebbe messa da parte
penso che il sonetto andrebbe ripudiato
vi prego : abolite le rime
penso che qualcuno vorrebbe percuotere il mio capo
penso che qualcuno vorrebbe vedermi emaciato
penso che qualcuno pensi
che la poesia sia distanza e maschera
penso che ci sia intensa libido
nel non poterne fare a meno
penso che bisognerebbe scrivere una frase
che non lasci dubbi
o che induca il più inesatto dei fraintendimenti
“ fate attenzione a non calpestare il testo ! ”
penso all’iperbole del volo
con cui la scintilla fomenta il fuoco
penso sia questa la voluttà
cerchiamo di capirci:
apocalisse fa rima con catarsi
e catarsi fa rima con gioco
penso che dell’estetica
alla fine
restino solo le scorie
penso al gioco degli ammiccamenti
penso al gioco della sospensione
penso di non essere nel giusto
ed
è
per
questo
che
soffio
le
domande
dal
palmo
della
mano
penso
penso ad alta voce
per questo
continuo a picchiare il cranio
contro il muro
sono sicuro che
prima o poi
riuscirò a sfondarlo

Nascersi
come prima istanza
in odor di feto
e portarsi dietro
reminescenze di placenta
-dura madre in me inconclusa-
*
Bruciami donami
l’ignavo gesto deietto
per osceni lidi guastati
dall’incedere lento
del non più dico
e sono solo residuo
di cose ataviche
che mi hanno preceduto
e segnato.
Lavami dannami
l’ardito arto inconcluso
di luce in nuce
differito stremato
come pervaso
dall’incalzante dilemma
dell’animula astante
in su la soglia
del divenir regresso.
*
Pascersi
come seconda istanza
in odor d’isteria
e tendersi nel gesto
se mai represso
-fluido padre da me reiterato-
*
Non solo lavico liquido
a fluire d’intorno
ma fin’anche
desideri maniacali
di sdoppiarsi da sé
svuotandosi della metà
di un’empietà
da immolare alla luce.
Altro scopo.
Altro frantumarsi.
Altro forsennarsi.
Chi dice il chi?
Cosa dice il cosa?
Ecco il centro
che bascula stremandosi.
Prima l’unghia, poi l’alluce,
la caviglia, il ginocchio, la coscia,
l’inguine, l’ombelico, il seno,
il collo, il cranio:
sono nato rovesciato!
E da allora cado in piedi.
*
Morirsi
come terza istanza
in odor di decomposizione
rimpiangendo
l’incompiuto che ci ha forgiato
-evanescente figlio con me oltraggiato-
*
M’arresi al fato
alle frecce acuminate
in cui soffrire l’ignoto
e patii
il riverbero
di quella luce nera
che ancora infligge
la punizione
per il mio gesto efferato
di dare petali di rosa
in pasto
alle fameliche labbra
dell’umida vulva
in cui riposavo il mio livore.
Mi dipinsi il cranio
d’un viola inarrivabile
e dettai
il segno irriverente
di un geroglifico
nel quale vanificare
lo sguardo del simulacro
che pretendeva
di deflorare
il mio ombelico
per cibarsi
della linfa esautorata
che ancora rifluisce
nelle pieghe
tra il midollo
e la pietra nera della follia
che più non ritrova
il sentiero
per risalire
la china al capo
e produrre
la disconoscenza.
*
Paventato
come soffio salvifico
al forcluso ècrit
m’irradio fluisco
ed esondo
in canto d’astro precipitato.
Impura allegoria
di siffatta inevitabile moria.
*
Costi quel che costi
un atavico ghirigoro notturno
magari affastellato
a non più laviche vocali
sfinite finite incolonnate
a claudicare l’ingenuo ingegno
del nulla sia più e no
non vedo altro
che curve arabescate
in bello stilo
in forma di silenzi
in urla taciute e
in vero
estese a tutto tondo.
*
Come preso a nolo
per copulare
col taciuto récit
m’invado pervado
e mi demando
in canto d’arto smembrato
Pura aporia
d’intatta incoercibile moria.
*
Implosesplosa carta canta
nel mancato corpo a corpo
che più non si dà
nemmeno il colpo
del rintocco
che suona a morto e
in fine
dico e sono
soma
da portare a tutto peso
per meglio differirmi
al verbo
che offre il collo
alla lama della posterità
*
di punto in punto
raggomitolato
e pure esteso
di soppiatto s’offre
al forse son io
ecce
disteso sul piatto di portata
escotto
e in bella vista
homo
annichilito e consunto
stracotto
e privato dello sguardo
*
Si allarga a spettro
dilaga e s’allaga
rischiando l’asfissia
del così sia e niente più
e solo poco ancora
il passo s’inalbera
contro il masso
che reclude il transito
senza che lingue arcane
babelino labbro a labbro
l’inestinto fuoco
che ritorna e dilaga
nel verbo che verrà
e si dissolverà
*
di nodo in nodo
riallacciato
e pure sciolto
di soppiatto si nega
al forse son io
ecce
fugge dal piatto di portata
crudo
e in bella vista
homo
esasperato ed emaciato
nudo
e privato dello sguardo
*
S’appoggia al dettato
mancando il contatto
l’ictus non favorisce
la presa
e il canto
si fa prendere
dall’ansia crescente
del non è mai stato altro
che questo o quello
entrambi inani e forclusi
parimente immani
nelle permutazioni
verso un corpo sventrato
smembrato
che svendere può
solo orpelli e menzogne
*
compulso convulso
resiste al forcipe
in aspre ligature
blocco a blocco
indivise e difese
per glorificare i fasti
della rorida caverna
in cui vorrebbe
continuare a pascersi
non espulso quindi
letteralmente estirpato
se mai divelto
a forza
urla lo sdegno
versando la lacrima vitrea
che lo riconduce
all’umore dell’antro
da cui è stato escluso
*
Ei fu iperbolico
e fluente
dispiegato
piaga su piaga
rifratto ancora
in cocci di silenzio
a sollecitare
l’innato vizio
di destra in manca
variegato
e inseminato
Ei fu ripetuto
e castrato
dispiagato
piega su piega
ritratto ancora
in punta di pennello
a mortificare
l’inconosciuta virtù
di fulcro in centro
arabescata
e disseminata
*
Di legno pregno
esonda accantonandosi
Diverge
schivando la verga
scrivendosi inconcluso
e altero
*
Ei fu
e lo è ancora
prodigo disilluso
e circospetto
s’aggira
arando l’intero intorno
rovesciando
la guaina
per meglio scoprire
la dissoluzione
del feticcio
a cui immolarsi
in nomea d’esecrazione
Ei fu
e lo è ancora
inebetito disconcluso
disguainato
foglia a foglia
dispaiato in uno e solo
disabitato in fine
dall’umore
a cui ancora oggi
tende la mano
nella supplica di una grazia
che fomenti
l’eterno ritorno a sé
*
Di ferro flesso
inonda risuonandosi
Converge
all’iniquo virgulto
ritraendosi dispaiato
e dopato
*
Mi
rimangio la parola
che masticarla ancora
prima di risputarla
è perversa mania
che mi folgora e mi svela Di
colpo in colpo
a glottide usurata
si profila
lo squarcio del fulmine
che dispare
impari
in pari nembi appaiati e franti Si
dà il dettato
se pur impastato
inchiostro simpatico
che fa il verso
a la saetta inconclusa E no
non risuona a morto
se pur allettato
dritto stinco
a svangare la bara
dai vermi brulicanti E fila
si sfila come flutto
in miriadi di schiume
bava a bava eluse
escluse
dalla magna chora
consegnata all’ora
in cui il ridirsi ancora
è prece ignava
al non più riconoscersi Di
scena in scena
piccolo uomo escremento
che incrementa
la saturazione della gola
Ancora una ferita
la mano nel costato s’apre
la via
al solo differirsi
in pari altri dissapaiati e anonimi Mi
rimangio la parola
per meglio deglutirla
e custodirla
senza più sputarla
e dettarla
Nessun luogo
da tracimare
nessuna sinfonia da evacuare
solo crudità
da fibrillare
sulla graticola
ove escuoce
il senso ultimo
e mai definitivo
che soffre
il riflesso de la imago
da cui estromettere
il nome
vago
e
vacuo
(S. Dalì - Il grande masturbatore) 
Tal volta Tal altra – L’andirivieni del guizzo
tal volta m’allungo tal altra dilago illudo il vago vagolando l’insidia a cui attribuire la portata del colpo tal altra ancora eludo l’imago che inonda il loco in cui ridefinire il loculo imaginandone l’accidia che si posa e riposa nel bel mezzo di un centro senza curarsi dell’andirivieni a cui sono sottoposte le labbra e il labbro lo sa per ciò si rende babelico porgendo il corpo al guizzo della fiamma e alle fibre dell’antro in cui consumare l’invaginazione e allora mi sporgo intrudendo sfilaccio il nervo estrudendo lo spasmo nemmeno un chiasmo sopravvive al dato di fatto che si rigenera d’intorno solo un fenomeno almeno uno caso mai reiterato se mai conclamato dall’alcuno-nessuno che non chiede altro se non l’incontro lo scontro con quel limite a cui manca la marca per potersi sottoscrivere nella firma
tal volta vedo il loco avviluppato dal singulto della vampa tal altra rivedo il loculo reso vivo dal residuo di ciò che un giorno fu e adesso non è più se non deietto per l’appunto gettato nel letto di cenere tal altra ancora soffio dal palmo proteso i pulviscoli imaginando il rovesciamento della tesi invaginando la raffica del seme teso a spaziarsi e saziarsi sì è il limite che si vorrebbe travalicare per vanificare la norma dell’arto tarpato letteralmente castrato ancorato inscritto nella cornice senza possibilità di debordare verso il rinvio che gli spetterebbe di diritto per il solo fatto che si è fatto da solo e solo si getta verso l’immane abiurando l’inane e allora mi ergo nell’ego me ausculto e al bisogno mi perdo svengo nel furore del cuore che dissemina l’inaudito rumore nell’intero intorno privato dell’aria in cui dissolversi
tal volta sento il colpo tal altra risento l’eco che ritorna e rientra nell’ombelico per ritrovare il suo limbo e farsi imago di sé in sé come fiamma alla ricerca del suo guizzo tal altra ancora mi sfinisco nel corpo a corpo con i simulacri che lo specchio differisce a destra e a manca e il colpo lo sa per ciò si manca mancando il bersaglio e rinnova la colpa sorgiva inconclusa in cui farsi reticente senza pena né penna che possano cantarne l’inesausta saga che mai s’appaga se non nel rifluire e rinascere sotto forma di traccia e allora mi svango rimovendo l’humus miasmatico e in vece del canto scandisco l’incanto rischiando lesto l’innesto del pavido stelo nell’ignavo bocciolo imaginando l’assenza di dolo e invaginando il dono in cui cedersi all’antro vellicando appena il labbro che continua a vociare la sua lingua
Enzo Campi
