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Numero Zero - Poetarum Silva



sabato, 12 dicembre 2009
primultima minina minuta
EnzoCampi; enzo campi; commenti (21)?

 

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  (Foto tratta dal reading multimediale "ipotesi corpo" - Reggio Emilia - Luglio 2009)

 

Enzo Campi

 

primultima minima minuta

 

 

 

(ultima minuta

tardiva forbita

riparte perduta lieve

verso il punto intriso

d’aurea polvere

qui soffiata a palmo

e consegnata al supplizio)

 

            algido frastico si dirupa

caracollando dal lungo al largo

            al varco si ricompone

piegandosi flesso ad arco

 

in vero spinto come proiettile

decede ostile all’unto negando

il verso al gesto          perché?

 

atavico recidivo s’allupa

divarcando di crepa in faglia

l’iniqua soglia a cui porgersi

rendendosi inerme al sesso

 

in vece deglutito come sasso

procede verso il punto

urlando il disappunto  perché?

 

(ultima minuta

amica di sempre

ritorna canuta lieve

al caos ordinato

per scorie deflagrate

qui chiuse a riccio

e riposte nello scrigno)

 

***

 

(prima minima

nemica in prova

dilaga anima lieve

a rinverdire la specie

delle sillabe forcluse

qui rimosse ad arte

e differite all'indolenza )

 

 

            venerea svenevole aurea

profusa al soffio

sottende speciosa e mendace

e s’attende oziosa

al gesto mordace

in cui dichiararsi rea

per espiare il fio

sfrangiando il velluto

dei petali precipitati nell’abisso

 

sfinterea caritatevole aerea

confusa nell’urlo

si rende all’urto e rumina

cerula l’atavico singhiozzo

nel cozzo fallace

di copula in crapula fabulato

dalla querula voce

edulcorata ad arte

dall’arto che sviene venendo

 

(prima minima

disaminata languida

esonda rorida lieve

dal labbro al fallo

solleticando acre il glande

qui castrato di netto

e donato al fango)

 

***

 

[...]

 

vulgata empirìa

dell’indecidibile aporìa

in cui il gesto

si rende all’atto

vociando l’inderogabile

urgenza

del dispendio

 

[...]

 








domenica, 06 dicembre 2009
fate attenzione a non calpestare il testo
EnzoCampi; enzo campi; commenti (16)?

 

faust

Foto tratta dallo spettacolo "Le notti di Valpurga" di Enzo Campi - Caserta- 1989

 

Enzo Campi

 

fate attenzione a non calpestare il testo

 

 

penso alla scheggia

che si insinua

tra l’epidermide e l’adipe

non si riesce a vederla

si può solo ascoltare il dolore

un suono impudico

un diapason impazzito

che non può esimersi di vibrare

 

penso alla cecità degli occhi

penso al suono e al sonno

un sonno che mi coglie sempre più impreparato

penso al supplizio di certe odi latine

e mi scopro a conficcare un chiodo sul sesso

 

penso alla scheggia

in cui dilaga la negazione

penso all’ennesimo tatuaggio

corrugato di fianco alla vena

penso a quella stupefazione

che si frange

su un qualsiasi orizzonte da travalicare

 

penso al circolo

ove rifluisce l’eco di un fasto marmoreo

penso al quadrato

ove si accoccola l’eco di un’arcana idolatria

penso al triangolo

ove vive una sorta di grecità congenita

 

penso al miasmo di un alito prepotente

che pretende di spiegare la verità

penso a una quartina di giambi

che parte dal basso

e s’inerpica

come edera rampicante

fino al vuoto da conclamare

 

penso all’inettitudine

che dorme nel sudario esangue dell’assenza

penso ad un verso indolente

che si disvela nella tenerezza del delirio

penso a una musica impura

un ritmo tribale

scandito con legni di quercia

su pelli stagionate d’ippocampi

penso a una sopraceleste orchestra

che il suono rende puro

e

vedo

i

rami

intrecciarsi

nodosi

e

statuari

in

ardite

curvilinee

nel

principio

dell’albero

primigenio

 

penso ai  venti innamorati del mare

 

se lascio un’orma sulla spiaggia

sarò forse additato come anti-eroe ?

 

penso a quell’angolo in alto

dove un rivolo d’acqua

arabesca la parete in scala di grigi

penso all’unghia

al dente

al pelo

al capezzolo

penso a un battito di ciglia

penso al cranio

finalmente

cranio

che percuote

l’albero primigenio

 

penso di nuovo al rivolo

da cui piombano le gocce

penso a Giulia Soemia

che raccoglie le gocce

in un calice d’argento

penso a ciò che nasce

tenero e fragile nell’imbarazzo

di un corpo vulnerabile

penso ad assimilare il sapore della goccia

penso a Eliogabalo accucciato in un angolo

che picchia il cranio contro il muro

 

penso a Faust

penso a Ulisse e all’idea del viaggio

e

vedo

di

nuovo

i

rami

intrecciarsi

nodosi

e

statuari

in

ambite

curvilinee

nell’utopia

di

un’idea

superiore

 

penso ai venti innamorati della neve

 

se lascio un’orma sulla neve

sarò forse additato come eroe ?

 

penso e porgo la mano all’impalpabile musa

con lo sguardo sommesso

penso di non riuscire a comprendere

tale accanimento

penso alla tautologia e al circolo vizioso

penso a un chiaro di luna

in cui invocare l’amico Pierrot

penso a note in accordi complessi

penso ad una semplice melodia

penso ad una fanfara con schiere di mostri in parata

 

e se voi tutti mi chiederete in coro:

“perché Pierrot? perché tutto questo?”

io risponderò:

“forse perché Pierrot

è il Don Chisciotte dei mulini senza vento”

 

penso che sia una questione di tempo

e rispondo alle sollecitazioni:

son forse

io

l’unico

ad acuire la prospettiva?

 

penso che ogni inquietudine abbia il suo taglio

nel quale risuona una voce

il canto di una sirena

che narra di come Mefisto

sia entrato

per gioco

nel corpo di Margherita

e di come Faust

per amore

sia costretto ad esorcizzarla

 

penso a una visione

in cui il fuoco piove dal cielo

penso che il mare

sia l’unico a sapere

penso che la neve

sia in cerca

della lava in cui sciogliersi

 

penso a una visione

in cui la terra

si sventra in un boato

e l’oceano

si dissolve nell’aria

penso a un proclama :

genesi

fuga

catarsi

 

penso che la genesi contenga

l’urlo

il caos

e l’energia

 

penso che la fuga contenga

il soffio

l’ordine

e l’armonia

 

penso che la catarsi

contenga

la linfa

l’essenza

e il riposo

 

penso a scoprirmi pindarico

ma nell’animo sono mefistofelico

penso che la metrica andrebbe messa da parte

penso che il sonetto andrebbe ripudiato

 

vi prego : abolite le rime

 

penso che qualcuno vorrebbe percuotere il mio capo

penso che qualcuno vorrebbe vedermi emaciato

penso che qualcuno pensi

che la poesia sia distanza e maschera

penso che ci sia intensa libido

nel non poterne fare a meno

penso che bisognerebbe scrivere una frase

che non lasci dubbi

o che induca il più inesatto dei fraintendimenti

 

 fate attenzione a non calpestare il testo !

 

penso all’iperbole del volo

con cui la scintilla fomenta il fuoco

penso sia questa la voluttà

cerchiamo di capirci:

apocalisse fa rima con catarsi

e catarsi fa rima con gioco

 

penso che dell’estetica 

alla fine

restino solo le scorie

penso al gioco degli ammiccamenti

penso al gioco della sospensione

penso di non essere nel giusto

ed

è

per

questo

che

soffio

le

domande

dal

palmo

della

mano

 

penso

penso ad alta voce

per questo

continuo a picchiare il cranio

contro il muro

 

sono sicuro che

prima o poi

riuscirò a sfondarlo








domenica, 08 novembre 2009
Casta Carta Cauta Canta
EnzoCampi; poesia, enzo campi, casta carta cauta canta; commenti (9)?

 

Loss x

 

Nascersi

come  prima istanza

in odor di feto

e portarsi dietro

reminescenze di placenta

 

 

                                               -dura madre in me inconclusa-

 

*

 

Bruciami donami

l’ignavo gesto deietto

per osceni lidi guastati

dall’incedere lento

del non più dico

e sono solo residuo

di cose ataviche

che mi hanno preceduto

e segnato.

 

Lavami dannami

l’ardito arto inconcluso

di luce in nuce

differito stremato

come pervaso

dall’incalzante dilemma

dell’animula astante

in su la soglia

del divenir regresso.

 

*

 

Pascersi

come seconda istanza

in odor d’isteria

e tendersi nel gesto

se mai represso

 

 

                                              -fluido padre da me reiterato-

 

*

 

Non solo lavico liquido

a fluire d’intorno

ma fin’anche

desideri maniacali

di sdoppiarsi da sé

svuotandosi della metà

di un’empietà

da immolare alla luce.

 

Altro scopo.

Altro frantumarsi.

Altro forsennarsi.

 

Chi dice il chi?

Cosa dice il cosa?

 

Ecco il centro

che bascula stremandosi.

Prima l’unghia, poi l’alluce,

la caviglia, il ginocchio, la coscia,

l’inguine, l’ombelico, il seno,

il collo, il cranio:

sono nato rovesciato!

 

E da allora cado in piedi.

 

*

 

Morirsi

come terza istanza

in odor di decomposizione

rimpiangendo

l’incompiuto che ci ha forgiato

 

 

 

                                        -evanescente figlio con me oltraggiato-

 

*

 

M’arresi al fato

alle frecce acuminate

in cui soffrire l’ignoto

e patii

il riverbero

di quella luce nera

che ancora infligge

la punizione

per il mio gesto efferato

di dare petali di rosa

in pasto

alle fameliche labbra

dell’umida vulva

in cui riposavo il mio livore.

 

Mi dipinsi il cranio

d’un viola inarrivabile

e dettai

il segno irriverente

di un geroglifico

nel quale vanificare

lo sguardo del simulacro

che pretendeva

di deflorare

il mio ombelico

per cibarsi

della linfa esautorata

che ancora rifluisce

nelle pieghe

tra il midollo

e la pietra nera della follia

che più non ritrova

il sentiero

per risalire

la china al capo

e produrre

la disconoscenza.

 

*

 

 

Paventato

come soffio salvifico

al forcluso ècrit

m’irradio fluisco

ed esondo

in canto d’astro precipitato.

 

 

 

Impura allegoria

di siffatta inevitabile moria.

 

*

 

Costi quel che costi

un atavico ghirigoro notturno

magari affastellato

a non più laviche vocali

sfinite finite incolonnate

a claudicare l’ingenuo ingegno

del nulla sia più e no

non vedo altro

che curve arabescate

in bello stilo

in forma di silenzi

in urla taciute e

in vero

estese a tutto tondo.

 

 

*

Come preso a nolo

per copulare

col taciuto récit

m’invado pervado

e mi demando

in canto d’arto smembrato

 

 

Pura aporia

d’intatta incoercibile moria.

 

 

*

 

Implosesplosa carta canta

nel mancato corpo a corpo

che più non si dà

nemmeno il colpo

del rintocco

che suona a morto e

in fine

dico e sono

soma

da portare a tutto peso

per meglio differirmi

al verbo

che offre il collo

alla lama della posterità

 

*

 

di punto in punto

raggomitolato

e pure esteso

di soppiatto s’offre

al forse son io

ecce

disteso sul piatto di portata

escotto

e in bella vista

homo

annichilito e consunto

stracotto

e privato dello sguardo

 

*

 

 

Si allarga a spettro

dilaga  e s’allaga

rischiando l’asfissia

del così sia e niente più

e solo poco ancora

il passo s’inalbera

contro il masso

che reclude il transito

senza che lingue arcane

babelino labbro a labbro

l’inestinto fuoco

che ritorna e dilaga

nel verbo che verrà

e si dissolverà

 

*

 

di nodo in nodo

riallacciato

e pure sciolto

di soppiatto si nega

al forse son io

ecce

fugge dal piatto di portata

crudo

e in bella vista

homo

esasperato ed emaciato

nudo

e privato dello sguardo

 

*

 

S’appoggia al dettato

mancando il contatto

l’ictus non favorisce

la presa

e il canto

si fa prendere

dall’ansia crescente

del non è mai stato altro

che questo o quello

entrambi inani e forclusi

parimente immani

nelle permutazioni

verso un corpo sventrato

smembrato

che svendere può

solo orpelli e menzogne

 

*

 

compulso convulso

resiste al forcipe

in aspre ligature

blocco a blocco

indivise e difese

per glorificare i fasti

della rorida caverna

in cui vorrebbe

continuare a pascersi

 

non espulso quindi

letteralmente estirpato

se mai divelto

a forza

urla lo sdegno

versando la lacrima vitrea

che lo riconduce

all’umore dell’antro

da cui è stato escluso

 

*

 

Ei fu iperbolico

e fluente

dispiegato

piaga su piaga

rifratto ancora

in cocci di silenzio

a sollecitare

l’innato vizio

di destra in manca

variegato

e inseminato

 

Ei fu ripetuto

e castrato

dispiagato

piega su piega

ritratto ancora

in punta di pennello

a mortificare

l’inconosciuta virtù

di fulcro in centro

arabescata

e disseminata

 

*

 

Di legno pregno

esonda accantonandosi

Diverge

schivando la verga

scrivendosi inconcluso

e altero

 

*

 

 

Ei fu

e lo è ancora

prodigo disilluso

e circospetto

s’aggira

arando l’intero intorno

rovesciando

la guaina

per meglio scoprire

la dissoluzione

del feticcio

a cui immolarsi

in nomea d’esecrazione

 

Ei fu

e lo è ancora

inebetito disconcluso

disguainato

foglia a foglia

dispaiato in uno e solo

disabitato in fine

dall’umore

a cui ancora oggi

tende la mano

nella supplica di una grazia

che fomenti

l’eterno ritorno a sé

 

*

 

Di ferro flesso

inonda  risuonandosi

Converge

all’iniquo virgulto

ritraendosi dispaiato

e dopato

 

*

 

                       Mi

rimangio la parola

che masticarla ancora

prima di risputarla

è perversa mania

che mi folgora e mi svela  Di

colpo in colpo

a glottide usurata

si profila

lo squarcio del fulmine

che dispare

impari

in pari nembi appaiati e franti  Si

dà il dettato

se pur impastato

inchiostro simpatico

che fa il verso

a la saetta inconclusa  E no

non risuona a morto

se pur allettato

dritto stinco

a svangare la bara

dai vermi brulicanti  E fila

si sfila come flutto

in miriadi di schiume

bava a bava eluse

escluse

dalla magna chora

consegnata all’ora

in cui il ridirsi ancora

è prece ignava

al non più riconoscersi  Di

scena in scena

piccolo uomo escremento

che incrementa

la saturazione della gola

Ancora una ferita

la mano nel costato s’apre

la via

al solo differirsi

in pari altri dissapaiati e anonimi  Mi

rimangio la parola

per meglio deglutirla

e custodirla

senza più sputarla

e dettarla

Nessun luogo

da tracimare

nessuna sinfonia da evacuare

solo crudità

da fibrillare

sulla graticola

ove escuoce

il senso ultimo

e mai definitivo

che soffre

il riflesso de la imago

da cui estromettere

il nome

vago

 

 

e

 

 

vacuo

 

 

 

 








mercoledì, 28 ottobre 2009
Tal volta Tal altra – L’andirivieni del guizzo
EnzoCampi; prose, enzo campi, senza punto; commenti (4)?

 

(S. Dalì - Il grande masturbatore) Dalì

Tal volta Tal altra – L’andirivieni del guizzo

 

 

tal volta m’allungo tal altra dilago illudo il vago vagolando l’insidia a cui attribuire la portata del colpo tal altra ancora eludo l’imago che inonda il loco in cui ridefinire il loculo imaginandone l’accidia che si posa e riposa nel bel mezzo di un centro senza curarsi dell’andirivieni a cui sono sottoposte le labbra e il labbro lo sa per ciò si rende babelico porgendo il corpo al guizzo della fiamma e alle fibre dell’antro in cui consumare l’invaginazione e allora mi sporgo intrudendo sfilaccio il nervo estrudendo lo spasmo nemmeno un chiasmo sopravvive al dato di fatto che si rigenera d’intorno solo un fenomeno almeno uno caso mai reiterato se mai conclamato dall’alcuno-nessuno che non chiede altro se non l’incontro lo scontro con quel limite a cui manca la marca per potersi sottoscrivere nella firma

 

tal volta vedo il loco avviluppato dal singulto della vampa tal altra rivedo il loculo reso vivo dal residuo di ciò che un giorno fu e adesso non è più se non deietto per l’appunto gettato nel letto di cenere tal altra ancora soffio dal palmo proteso i pulviscoli imaginando il rovesciamento della tesi invaginando la raffica del seme teso a spaziarsi e saziarsi sì è il limite che si vorrebbe travalicare per vanificare la norma dell’arto tarpato letteralmente castrato ancorato inscritto nella cornice senza possibilità di debordare verso il rinvio che gli spetterebbe di diritto per il solo fatto che si è fatto da solo e solo si getta verso l’immane abiurando l’inane e allora mi ergo nell’ego me ausculto e al bisogno mi perdo svengo nel furore del cuore che dissemina l’inaudito rumore nell’intero intorno privato dell’aria in cui dissolversi

 

tal volta sento il colpo tal altra risento l’eco che ritorna e rientra nell’ombelico per ritrovare il suo limbo e farsi imago di sé in sé come fiamma alla ricerca del suo guizzo tal altra ancora mi sfinisco nel corpo a corpo con i simulacri che lo specchio differisce a destra e a manca e il colpo lo sa per ciò si manca mancando il bersaglio e rinnova la colpa sorgiva  inconclusa in cui farsi reticente senza pena né penna che possano cantarne l’inesausta saga che mai s’appaga se non nel rifluire e rinascere sotto forma di traccia e allora mi svango rimovendo l’humus miasmatico e in vece del canto scandisco l’incanto rischiando lesto l’innesto del pavido stelo nell’ignavo bocciolo imaginando l’assenza di dolo e invaginando il dono in cui cedersi all’antro vellicando appena il labbro che continua a vociare la sua lingua

 

Enzo Campi

 








giovedì, 15 ottobre 2009
Enzo Campi: il corpo della voce – di natàlia castaldi
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Partiamo con un racconto:

La torta e il piede grosso di Enzo Campi
 
 
 
Enzo Campi da Gesti d
 
Stavo rientrando a casa. Era molto tardi. Avevo appena superato la Rue Cardinale quando incontrai quella che a prima vista sembrava una prostituta. Non so perché ma cominciai a seguirla sistemandomi appena dietro di lei.
 
La donna parlava a voce alta come se volesse farsi sentire:
 
“Il mercato centrale alle cinque del mattino pullula di giovani scaricatori che esibiscono i loro corpi villosi. Una puttana come me sa che questa è l’ora più adatta per racimolare qualche franco con prestazioni veloci. Tra le casse di pesce fresco appena arrivato dall’Atlantico e i cesti di frutta delle campagne della Charente è tutto un susseguirsi di ansimi, grida e risate. Con quello che guadagno tra le cinque e le sette del mattino potrei anche smettere di battere la sera sotto i lampioni del Boulevard du Palais nell’Île de la cité, ma Mignon se ne avrebbe a male. Sarebbe capace di picchiarmi e, ancor peggio, non verrebbe più a letto con me”.
 
Si infilò le mani in tasca e tirò fuori del denaro. Poi cominciò a contarlo separando le banconote dalle monete e riprese a parlare:
“Dunque, vediamo un po’, stamane ho incassato otto franchi in più di ieri. Voglio proprio vedere se Mimosa e Castagnette hanno incassato più di me. Mignon sarà contento”.
 
 
Si fermò improvvisamente e si girò di scatto. Il movimento fu così inaspettato che finii per investirla. Cercai di chiederle scusa per la mia goffaggine ma lei mi zittì dicendo:
“Ma tu bel signore, che mi guardi con quegli occhi da gitano, cosa vuoi da me? Un servizio veloce così tanto per iniziare la giornata nel miglior dei modi e senza impegno, o forse mi vuoi portare a casa tua?”.
 
La donna aspettava una mia risposta, ma io non dissi una parola. Così continuò:
“Io non vado mai a letto prima di mezzogiorno. Sono le sette e mezza, quindi abbiamo più di quattro ore tutte per noi. In quattro ore posso resuscitare un morto o ammazzare un vivo. Tu sei vivo o morto?”.
 
Fu a quel punto che mi decisi a parlare: “Hai sorelle?”.
 
Lei mi guardò stupita e continuò: “Non vedo che importanza abbia. No, non ho sorelle. Beh, a dire il vero, io sono sorella di me stesso. A buon intenditore poche parole”. La cosa non mi era molto chiara. Feci per dire qualcosa ma la sua mano sinistra mi tappò la bocca. Aveva delle mani enormi, quasi maschili.

Si avvicinò sfiorando con le labbra la guancia e, modulando la voce, cominciò a sussurrare alcune parole al mio orecchio:
 
“Permettimi di presentarmi, io sono Louis, ma preferisco farmi chiamare Divine. Qui al mercato però tutti mi conoscono come La torta, questo perché sono golosa e fin dal primo giorno che ho cominciato a bazzicare in questi luoghi tutti mi offrono pezzi di torta. Ti devo fare una confessione: a me piacciono gli uomini con dei grossi piedi. C’è una donna che si fa chiamare Françoise e che talvolta, spacciandosi per mia cugina, mi ruba i clienti più giovani, nonostante il suo alito puzzi sempre di cipolla. Vuoi mettere la differenza tra un alito che profuma di crema e cioccolato e un alito che puzza di cipolla? Io ancora non capisco come gli uomini possano preferirla a me. Comunque, Françoise prima di andare a letto con un uomo gli misura i piedi. Se il piede è troppo grosso manda via il cliente. Ecco perché ho imparato ad amare gli uomini coi piedi grossi: una volta che Françoise li rifiuta loro vengono da me. Tu che piedi hai? Sono sufficientemente grossi?”.
 
Chinai il capo come per invitarla a guardare i miei piedi ed esclamai:
“Questo è quello che ho, ma il problema non va posto in questi termini. I miei piedi non contano, a meno che tu non riesca a mangiarli”.
 
La torta, senza scomporsi più di tanto, replicò:
 
“Beh, bisogna prima tagliarli a pezzetti e poi passarli in padella con aglio e lardo. Infine si devono condire con latte d’asina e un trito di erbe aromatiche. È così che vuole la tradizione, e io non sono una rivoluzionaria, né tanto meno un rivoluzionario. Ci tengo che le cose vengano fatte nel migliore dei modi”.
 
Feci appena in tempo a notare che la donna faceva un po’ di confusione nell’apostrofarsi talvolta al maschile e talvolta al femminile, quando la mia attenzione si concentrò su un fischiettio che proveniva dalla mia sinistra.
La torta sorrise e mi disse:
 
“Lo senti anche tu? È Lucien, un macellaio che lavora qui dietro l’angolo. Gli ho appena fatto uno dei miei lavoretti di bocca. Se vuoi possiamo chiedergli di tagliarti i piedi. Poi appena più avanti c’è la locanda di Marion che è ancora aperta. Vedrai che non avrà difficoltà a prestarci la cucina. Anche lei è una mia cliente. Sai, il fatto di essere sorella di me stesso mi permette di poter soddisfare sia gli uomini che le donne”.
 
Cominciai a capire che La torta non era una donna ma uno di quelli che qui, nell’argot metropolitano, chiamano mâle, ovvero un travestito. Ed anche lei comprese che avevo messo a fuoco la situazione perché, con uno sguardo di sfida, prese la mia mano e se la portò tra le gambe. Così ebbi la conferma. La torta mi fissò lungamente senza proferire parola. Mi sentivo un po’ a disagio e per mettere fine a quella situazione apostrofai:
 
“Io non andrei da Marion né dal macellaio. I miei piedi devono essere mangiati crudi. Se tu non sei in grado di farlo non sei la donna o l’uomo che fa al caso mio”.
 
La torta rimase interdetta per un attimo e poi replicò:
“Guarda che sono disposta a pagarti. Magari ne tagliamo uno solo. Che ne dici del piede sinistro?”.
 
Feci un cenno di dissenso col capo e lei visibilmente indispettita cominciò a strapparsi i vestiti da dosso. Poi urlò a gran voce il nome di Lucien che sopraggiunse in pochi secondi con in mano un grosso coltello ancora sporco del sangue del vitello che stava disossando. Lucien chiese cosa stesse accadendo e La torta rispose che io avevo tentato di violentarla. Poi chiese al macellaio di darmi una lezione e di tagliarmi il piede sinistro.
 
Vidi il coltello levarsi nell’aria e mi svegliai di soprassalto sbarrando gli occhi.
Mi trovavo in terra in un vicolo adiacente a Rue de la Boétie con la camicia macchiata di verde e letteralmente intontito. Pensai che prima o poi avrei dovuto smetterla con l’assenzio.
 
Mi alzai e mi incamminai verso casa che distanziava poco più di un centinaio di metri. Una volta arrivato vidi che sull’uscio c’era già il giornale del mattino. In prima pagina svettava, a caratteri cubitali, la notizia della morte di Harry Crosby.
 
Harry era stato trovato morto a letto insieme a Josephine Bigelow in una camera dell’Hotel des Artistes. Entrambi avevano i piedi nudi mentre il resto del corpo era completamente vestito. Harry aveva sparato un colpo di pistola alla tempia di Josephine e solo dopo diverse ore si decise a farla finita sparandosi un colpo in testa. Sul letto furono trovati tutti i libri di Baudelaire, dei fiori neri, un paio di bottiglie d’assenzio vuote e una torta intatta sulla quale spiccavano i resti di una grossa candela consumata. In terra un manoscritto con un’illustrazione di Alastair e la trascrizione della poesia La mort des amants. La cosa che aveva più colpito il giornalista che firmava l’articolo consisteva nel fatto che la stanza fosse pregna di un profumo mai sentito prima, quasi soprannaturale.
 
Ezra Pound spese parole di elogio difendendo questa morte e rivestendola come di un’aura salvifica. Scrisse che si trattava di una necessità e che bisognava che tutti gli artisti compiessero atti portatori di messaggi. Solo così, anche attraverso eventi sacrificali, si poteva avere fiducia per un avvenire migliore e sperare in una sorta di giustizia divina.
 
Comunque, a parte le estremizzazioni di Pound e la morte che io, per principio, cercavo sempre di esorcizzare, ciò che mi procurava disagio e preoccupazione era la presenza di una torta e il fatto che i loro piedi fossero nudi ed esposti, come se fossero davvero portatori di un messaggio.
 
Forse Pound aveva ragione, del resto ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la propria sensibilità. Crosby attraverso il suo suicidio mi aveva mandato un messaggio figurato: i piedi nudi.
 
Voi credete ai segni del destino?
 
Anche se era stato solo un sogno fui contento che il macellaio non fosse riuscito a tagliarmi i piedi.
 
Vidi che il forno di André era già aperto. Comprai una torta e mi tolsi le scarpe. Poi aprii completamente il giornale, vi poggiai con cura la torta e le scarpe facendo in modo che chiunque passasse potesse vedere quella sorta di improvvisata natura morta.