Litblog di Poesia contemporanea, Autori Inediti, Poeti senza tempo, Musica, Pittura, Fotografia e Arte in tutte le sue forme.
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La Redazione.
Sting - Lullaby To An Anxious Child

Innesto
Questo inabissarsi delle cose
- improvviso ai nostri occhi -
vedi come ha nuove forme
nella curva lucida dell’acqua
sfianca corridoi di buio
si riprende millimetri di luce
e non ricorda i passi frettolosi
sui tombini, il vuoto delle scale.
L’assedio della città si sgonfia
dell’afa accelerata che la abita
l’urto della fretta è ora un cerchio
di fuoco immobile e profondo
lacera il buco del respiro
mentre leggiamo nei nostri sguardi
la nervatura pronta per l’innesto.
Precisazioni
Cauterizza, la memoria
il ricordo di certi segni esposti
dalla carne
- promesse strappate nella notte -
sassi
da lanciare contro il vento delle colpe
precisa e chiara come un lampo
una cascata
come quando pensavo a noi come
ad un bosco e non sapevo
che un albero può ammalarsi di debolezza
o di spergiuro, decidere di deviare dietro il sole
però – mio padre -
mi ha insegnato ad accostare
l’orecchio al tronco e raccogliere
le ramaglie del crescere selvatico
mia madre, invece,
ha il richiamo della terra
la turbolenza antica del Po e del Ticino
attenta alla pianura che si cela nella nebbia
insieme
guardano al groviglio dei rami
e le tensioni di alcune foglie
nella luce
hanno la tenacia della pioggia
e il pudore di un orizzonte
che consola.
Veleno
Il freddo spia
l’eco di una foglia accartocciata
il peso del focolaio
che generò l’arsura
della mente
se fosse neve a ricoprire
la desolazione dell’assenza
la fragilità
di un tassello fuori posto
basterebbero due occhi
a dimenticare l’evasione
il pianto nudo
- silenzioso –
del veleno
che ci dissangua.
Orazioni
Ora che la neve marcisce
agli angoli e la voce s’è persa
dentro un’orazione, sono
allo stremo delle forze
con un corpo fuori da ogni mietitura.
Non confesso le mie colpe all’infedeltà
degli occhi ma perpetuo nell’alleanza
tra il letame e la terra, la vita
genuflessa a scorticare il buio
umido dei minuti. E prego, prego
l’umiltà di una solitudine rimasta
come una piccola gloria crudele
sotto le unghie.
Incrinature
Portano notizie le incrinature
solitarie della tazza. Se le seguo
mi perdo tra le linee
ne costruisco nidi a tradimento.
Ogni pensiero è un corpo a parte
una solitudine da rispettare.
Il ragno insiste nel suo bizzarro
colloquio, confonde il vischioso
sussurro, l’andare preciso
della saliva,
avvolgente bozzolo
dove nascondere bufere.
(i giochi della mente
la voce dalla radio, un treno
e il cane abbaia ai suoi fantasmi:
penso ai “miei” come orti da curare,
erbe aromatiche in bilico sui davanzali
sulle piccole finestre dei miei deliri)
Salvare la memoria
nella lotta, resistere nel corpo
a corpo a testa in giù, nel vuoto
spingere ogni fibra nello spasmo
essere la corda tesa dell’arco
prima dello slancio.
Galline
…una giusta esitazione prima dello
slancio, compromette la potenza?
il volo non permette indecisioni
chiede una preparazione
al corpo e l’occhio attento
alle dinamiche del cielo
io pensavo bastasse un colpo
d’ala, entrare nella scia del vento
invece la grazia
si è persa nella polvere
la rincorsa – una farsa
di cortile
il mio sbattere le piume
un salto di gallina
Due corpi
Adesso,
lasciami percorrere quella spina
che regge il corpo
fammi leggere le mani, la linea della vita
seguire la scia della farina e poi
dell’acqua; se puoi siediti, sei stanca,
e con la testa scendi piano,
sulle spalle
che posso ancora reggerti
mentre lasci precipitare la tua fretta
e le parole e racconti del movimento,
delle crepe,
il taglio ombelicale,
di quanto abbiamo costruito con il fegato,
i polmoni e il cuore, tutto.
…
Di me, delle poesie che non conosci
e della falda che ci tiene unite
non ti ho mai parlato
e del mio corpo nudo sul fondale, le pietre
minacciose
ti ho negato il tonfo non il riflesso
delle braccia tese come pioppi.
(ho taciuto per un senso di pudore
e sottrazione)
Inclinazione naturale
Lo vedi questo muscolo come si attacca
alle fondamenta dei tuoi passi
tocca, tocca ogni muro, pavimento, resta
appeso alle pareti, poi
sopra il divano, sulla sedia,
le mensole
aggrappato al lampadario
talvolta accoccolato al tavolo
è il piatto che usi
il bicchiere appena sfiorato, il pane
del giorno che tieni da parte.
Tum, tum, tum, tutum…
lo senti come batte: tum, tutum…
diventa pioggia, battiti ad incastro
tra le tegole del tetto, parabola
e camino, nido atteso dalle rondini
scale, ringhiera, l’unione del porfido
con la sabbia.
Ogni fibra si attacca e il movimento,
inclinazione naturale alla consistenza,
abbraccia tutta la dimora;
come una difesa o una sfida
l’incertezza poggia sulla schiena
ma il fianco che t’accoglie
concilia il passo nelle stanze.
Implosione
(saremo sopravvissuti alle stoppie,
all’estasi del bianco)
Passa anche la staticità dei campi
il destino dei guard-rail nel sole.
Cartelloni pubblicitari rallentano
pensieri e camion negli spiazzi
dai cavalcavia “Giorgia e Marco”
– intanto – sognano a buon mercato
(rinasce il respiro sulla carta degli esami:
“esito negativo”)
tremano i pioppi sfidando le colline
nel pallido raggio che oggi chiude
la periferia del dolore e il pomeriggio
abbandonato ai numeri
alle somme, alle responsabilità
(mi comprerò bicchieri “balloons”
per respirare vino rosso e restringere
un poco la fatica)
e penso che la vita sia davvero
un regalo che ci attraversa
dal volo dell’insetto al piccolo dito
che ci perfora il cuore.
(marzo imploderà la paura, il gelo
i gradi sottozero)
Non è tempo
Questa volta faccio piano, lascio
un po’ d’acqua nel sottovaso e un bacio
appeso alla maniglia. Che non è tempo
di dire le parole, le cifre delle ricorrenze.
Sono molti i punti da toccare, unire forse
come quel gioco dei puntini. Ma quello che vorrei
adesso, è stare. Stare come l’ultimo dei libri
come tarlo nel legno, ragno sospeso
all’angolo. Stare.
Seduta a un tavolo con un bicchiere,
meglio due se tu porti del vino.
comPosizioni
Supìna. I piedi indicano
il mare, la testa punta il monte.
Le mani aperte, al cielo.
Dalla pancia filtrano ragionamenti
e come fontane
zampillano desideri ombelicali.
*************************
Schienacontroschiena
è il nostro modo per dire
ci sono, ci sei.
Lo sguardo ha visuali diverse
ma misurati i pesi, il punto
d’appoggio è un attimo
d’equilibrio.
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Sul fianco riverso la stanchezza
le ginocchia piegate, i pugni
chiusi sulla faccia.
Ho una fatica composta
da ridistribuire sulle spalle
un bacio sempre in attesa
del sonno.
Materia seconda
dalla foglia nera mimetizzata
con la terra, all’osso
consumato con audacia
per non abbreviare il viaggio
passare tra gli sterpi
giocarsi la camicia, i tacchi
nel limo d’uno sguardo
la pe(n)na morsicata nelle notti
per una parola che tarda
ad arrivare, resti d’un bivacco
che ancora brucia e tenta
l’ascesa ad ogni soffio minimo
di vento
un suono secco, una scheggia
sfuggita alla corrente
insiste, insiste, insiste
a tener viva ogni rovina
che rimandi ad una forma
Pesci azzurri a dicembre
In una macchia di lentisco, sull’isola
richiama la mia essenza la geometria
dei voli, un vago moto, il mare
il mare dicevi
e quei pensieri solo nostri, lasciati
al soffio del maestrale per non dire
dell’impaccio, del fiore che mi ha punto.
E’ questo esistere tra i fuochi
che aiuta a riconoscersi
il mutare dell’osso a cartilagine
fragilità che nutre e convoca
le dita, i centesimi dei baci, il poco
che è – da sempre – riconciliazione.
Saranno pesci azzurri, quelli che ho sognato,
a ripulire la corteccia e l’abbandono
la medusa delle nostre lingue
a farsi ruga nel volto adunco
di dicembre.
Agguati
è questo dilatarsi del cuore
gli insetti sottopelle a dire
dell’agguato
polmoni in apnea al passaggio
della voce
le labbra che m’invento
il tocco
ingegnare una difesa
- stare all’erta -
non propone vie di scampo
indovinare le mosse
dell’avversario
non sempre ci ripara
S.S. 494
La Vigevanese è un bacio, perso
nelle pause dei semafori e il verde
di un sorriso, una voce che arriva
tra la confusione della folla
o mentre aspetto l’autobus, una voce
con l’odore del mare e la risata
di chi sa confondere le labbra
un desiderio sottocosta, una luce rara
che vorrei far riposare nel golfo
di un abbraccio, nella riga sottile
del sale del tuo battito
a strapiombo.
Questione di vita
Stabilire la dinamica dell’esserci
come sostare in curva
al prossimo temporale
la forza d’urto alla reazione
della vita, il cedimento sulla porta
tutta la grazia elastica del sangue
(attimo in cui l’avvenire vince l’attrito)
La meccanica del sorriso
non è un dejà-vu
regola, applicazione
è pura eccezione ad ogni accenno
di bonaccia
un vetro spiaggiato, qualcosa
che nell’andare resta.

Una disincantata e matura ironia, che stimmatizza la crudezza del quotidiano, si fa in questi versi chiave di lettura e cristallo ottico da avvicinare o allontanare allo sguardo per annotare gli eventi odorandone gli umori, la puzza, gli odori, fissandone i rifiuti nella memoria e, dunque, per sopravviversi, rilevando con disillusa e pacata resistenza, quel malato senso di inadeguatezza proprio dello stritolante conformismo metropolitano.
Dalla lettura dei versi di Gianni Montieri emerge un connaturato spirito d’osservazione che restituisce senso ad ogni piccolo gesto del suo narrarsi in una Milano grigia eppure morbida, malinconica, quasi fosse una decadente signora sola ad osservare, appollaiata tra i piccioni, il convulso scorrere e fuggire di incompiute esistenze dalle sue stesse tasche.
Le poesie di Montieri si possono leggere come schegge di un’unica narrazione – descrittive eppure ricche di pennellate liriche e musicali che ne smussano gli angoli in un procedere “minimalista” ed essenziale nel linguaggio – esse mostrano una consapevolezza di senso che non addita, non giudica, non infierisce ma, appunto, si racconta narrando.
n.c.
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