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Numero Zero - Poetarum Silva



mercoledì, 16 dicembre 2009
(.)
PoetarumSilva; gino di costanzo; commenti (9)?

Noi sappiamo dei bambini braccati che succhiano violenza dai capezzoli d’asfalto di Rio de Janeiro, delle loro cornee alloggiate in occhi altrui, dei loro reni, polmoni e di tutti gli altri pezzi di ricambio venduti nei nostri mercati dell’usato garantito.
Noi sappiamo dei piccoli boskettari che svernano accucciati tra i cartoni, nel tepore delle fogne di Bucarest.
Noi sappiamo dei fanciulli di Baktapur, crocifissi ai telai per i nostri tappeti made in.
 
Il primo freddo autunnale disturba la città che si sveglia. Proteggo le mani nelle tasche dei pantaloni mentre i miei pensieri fendono l’umidità. Come ogni mattina sto andando a guadagnarmi la sopravvivenza. Non so se questo basta a fare di me un uomo.
 
Noi sappiamo dei piccini di Sialkot che trapuntano la loro prigionia su palloni che non calceranno mai.  
Noi sappiamo del feto strappato dal ventre squarciato di sua madre, pulcino mai nato nelle nebbie della Selva Lacandona, e sappiamo delle mosche che nutrono la loro prole nella pelle rinsecchita di alcuni lattanti sudanesi.  
Noi sappiamo delle gole, degli orifizi anali, delle vagine acerbe e di tutto quanto annega nel lubrico mare di sperma occidentale.
 
Il mio respiro si condensa in vapore biancastro, nuvole grigie e sprazzi d’azzurro convengono per una modica quantità di pioggia. Mi rinchiudo nell’impermeabile, procedo a piedi  verso la stazione. Ho freddo.
 
Noi sappiamo dei ragazzini che sperimentano quanto è debole il luccichio dell’oro e dei diamanti nel buio franoso delle miniere del Katanga.
Noi sappiamo dei giovani assassini di Città del Messico, annebbiati dai miasmi di un barattolo di colla, e sappiamo dei piccoli innocenti che aprono nuove vie tra le montagne d’immondizia di Dandora.
 
Il buco nero della metropolitana inghiotte schiere di condannati al lavoro, poi li agglutina nei vagoni. Una volta a bordo nessuno spazio vuoto separa i corpi, una gelatina che vibra e ondeggia, un blocco unico di materia viva ed inerte.
 
Noi sappiamo delle gambe e delle braccia dei pastorelli afgani e iracheni recise dalla chirurgica precisione di giocattoli a frammentazione che, occasionalmente, risparmia loro la vita.
Noi sappiamo di sbarbatelli palestinesi che si procurano pietre da lancio dai detriti delle loro case abbattute, e sappiamo anche delle attività ludiche dei soldatini congolesi, protagonisti imberbi di un tragico gioco di guerra.
Noi sappiamo dei rivoli di sangue che trascinano via la felicità mutilata delle bimbe somale, infibulate dalla cruenta, millenaria cultura dei maschi dominanti.
 
E’ una tacita, mutua sopportazione, ma nessuna complicità. Manca ancora un po’ alla mia fermata, adesso ho caldo. L’aria illude le narici, poi solidifica nei polmoni. Non respiro come vorrei.
 
Noi sappiamo del cancro e delle deformità dei frugoletti italiani che nasceranno nei pressi di fabbriche a norma, discariche legali, inceneritori conformi, centrali sicure.
Noi sappiamo della sofferenza degli ometti votati all’eccellenza dalle frustrazioni dei propri genitori.
Noi sappiamo della colpevole, cristiana carità che incoraggia miseri nomadi ad esibire dolci zingarelle sozze sui nostri marciapiedi del benessere.
Noi sappiamo del ricordo opprimente dei marmocchi rapiti e mai più ritrovati.
Lo sappiamo, sono il parto rinnegato della globalizzazione, sono i figli illegittimi della dittatura mondiale chiamata liberismo, sono la discendenza sacrificata sull’altare dell’unico capitalismo possibile, quello feroce, sono i cuccioli della razza umana, sono bambini. Sono solo bambini.
La pietà, la compassione, le lacrime, non valgono il vomito di una pulce. Dolersi non serve. Serve uno specchio in cui guardarsi…
 
Toglierei l’impermeabile se potessi, ma so che non servirebbe, sono stipato sottoterra. Le mie ossa, i miei muscoli, il mio sudore mi implorano, lo schifo mi convince: spezzando legami molecolari mi faccio strada con violenza, mi avvicino all’uscita. Io non proseguo, non con voi, io scendo alla prossima, io scendo adesso







lunedì, 07 dicembre 2009
...
PoetarumSilva; gino di costanzo; commenti (6)?

hopper - excursion into philosophy

Raramente mi allontano dalla tana separato da me scollato non dissociato mai abbastanza famelico per società di disuguali né smanioso di potere mi difendo dalla seduzione incompleta di valori a me alieni parte di me inscena silenziosa protesta sabota boicotta intralcia rifiuta ed io oscillo tra sconosciuto spirito pratico e pratica dello spirito è sempre essere o non essere chissà se mio padre m’ha riconosciuto fugace visita la sera che morì solo in ospedale so ridere quasi come un tempo quando piangevo di più mai geniale media intelligenza quanto basta per soffrire mi consegnai inutilmente al vizio del fumo che non mi volle e all’alcool che ancora mi tenta delle elementari mia prima prigione ricordo una grande finestra un cielo grigio al di là ed il mio primo amore i profilattici mi uccidono il mio limbo è tascabile e gira con me non mi ricatteranno se non avrò famiglia non desidero il desiderio dei soldi che inseguo arrivo ancora a fine mese piccolo e borghese il vero fallimento voglio stirare muscoli e tendini correvo come il vento col vento sulla faccia nell’acqua sono acqua che fare se la mia presenza a volte mi disturba e dormo male c’è gente che non ha da mangiare l’integrità mi zavorra mi dovrei arrabbiare non ascolto i piagnistei se sono miei non mi lascio una carezza giocoliere monco vedetta strabica baro galantuomo viaggiatore immobile quale tormento abbraccerò alla fine mi avrai tu poesia? non ho finito adesso vado senza molta convinzione…

Gino Di Costanzo







martedì, 24 novembre 2009
METEORE
PoetarumSilva; poesia, gino di costanzo; commenti (5)?

stelle  
A volte, se la notte è di quelle fortunate, capita di vedere meteore che sembrano attraversare gran parte della volta stellata prima di spegnersi. Più spesso, invece, questi guizzi luminosi sembrano sparire nello stesso istante in cui si manifestano. Vita e morte unite nell'unico, indivisibile gesto. In entrambi i casi le chiamano stelle cadenti, perché quello è il loro destino: cadere. Singolare è l'usanza di esprimere un desiderio in presenza di questi fenomeni. Probabilmente, nella notte dei tempi, vi s'intravedeva il segno di una divinità cui affidarsi. Questo rito, l’espressione silenziosa di un desiderio ad occhi chiusi, permane diffusamente, nonostante le nostre cognizioni di scolarizzati ci suggeriscano che ciò che si disintegra e vaporizza, ciò che ai nostri occhi cessa di esistere, delle pietre morenti, non potranno mai, dico “mai”, esaudire alcun desiderio. Sono solo meteore, e non ti lasciano nemmeno il tempo di godere della loro bellezza. Come una fulminea rappresentazione teatrale, s’accendono le luci ed entrano gli attori mentre si chiude il sipario, e lo spettacolo è già finito. Eppure molti farebbero la fila al botteghino e pagherebbero per potersi sedere in prima fila ad ammirare quella fugace rappresentazione. Forse, inconsapevolmente, riconosciamo l’essenza della nostra sfuggente felicità in quell’attimo in cui un graffio di luce segna la notte, prima che questa rimargini istantaneamente la ferita. Che non lascia cicatrici.








sabato, 14 novembre 2009
ERO PICCOLO
GinoDiCostanzo; racconti/narrativa, gino di costanzo; commenti (6)?

bacio1

Ero piccolo, sapete, un bambino di quinta elementare, e amavo le sorelle Kessler. Le amavo entrambe, voglio dire, ma m’innamorai realmente per la prima volta quando ancora sopportavo l'asilo dalle suore. Avevo quattro anni, quasi cinque. No, non c’è nulla da ridere, credetemi. Spesso è da grandi che l’amore diventa piccolo, pauroso, a volte meschino. A quell’età è solo amore, senza aggettivi.
Anche lei mortificava i suoi primi anni di vita dalle suore, ma non eravamo nella stessa classe. Ricordo come fosse adesso… quando mi capitava di incontrarla, il rullante che avevo in petto ritmava le vampate di rossore che sembravano denudarmi agli occhi di mia madre - che non s'accorgeva di nulla, però. Non giocammo mai insieme, non le parlai mai. Fu così che io e il sentimento c’incrociammo, senza salutarci.
Solo molto più tardi imparai a decifrare quel subbuglio cardiaco, quella ribellione del corpo di un piccolo uomo che non aveva le parole.
Lo so che è strano, ma io… le parole, le parole adatte a dire quell’amore, le sto ancora cercando.

Gino Di Costanzo







lunedì, 09 novembre 2009
Gino Di Costanzo - biografia ed opere
nataliacastaldi; poesia contemporanea, gino di costanzo; commenti (4)?

Francesco Balsamo

Francesco Balsamo - Paesaggio con specchio



 BIOGRAFIA DI UN ARTISTA POSTUMO

Nacque su una barella prima di entrare in sala parto, raggiunta ormai a cose fatte, il 27 Gennaio del 1963. Fu così che Luigi (Gino) Di Costanzo, secondo di tre figli maschi, da quell’errore di tempistica dell’ostetrica, si rese conto di non essere nato in Svizzera ma in una clinica di Mergellina.

La cara mamma  era ed è casalinga, il papà era operaio (poi quadro) dell’Italsider, nota acciaieria del gruppo IRI che dava da vivere a circa novemila famiglie, minando nel contempo la salute degli abitanti del quartiere di Bagnoli dove la famiglia Di Costanzo risiedeva, accanto alla suddetta puzzolente fabbrica.

All’età di quattro anni sviluppò un precoce anticlericalismo, allorquando la sua mammina ebbe la brillante idea di iscriverlo all’asilo dalle suore. Dalle cape di pezza apprese i primi rudimenti dell’arte della bestemmia, cosa nella quale le pie donnine erano molto versate.

Si innamorò per la prima volta, ma non riuscì a dirlo a lei, anche perché non ci capiva nulla.

Alle elementari si distinse per il  notevole profitto negli studi, ma all’esame di quinta un suo compagnetto, da sempre surclassato, vantò voti migliori dei suoi: era il figlio di un maestro che insegnava nella stessa scuola. Conobbe così la raccomandazione.

Si innamorò un’altra volta, ma continuava a non capirci nulla.

Alle medie quel compagnetto capitò ancora in classe con lui, la carogna,  ma stavolta non ci fu storia. Il nostro divenne il primo della classe e la giustizia trionfò.

In quegli anni ebbe i primi proficui contatti con lo sport, il calcio, che praticava con piccoli delinquenti del quartiere dopo aver superato il trauma di sei mesi di nuoto in quinta elementare, interrotti da una provvidenziale otite purulenta corredata da un esaurimento nervoso, causato dai metodi nazisti del suo allenatore.

In breve divenne un ottimo difensore, prima stopper, poi terzino fluidificante, infine libero “all’olandese”.

Nella fenomenologia antropologica del “primo della classe”, Luigi “Ginetto” Di Costanzo rappresentò uno spartiacque: egli fu il primo dei primi della classe a non essere un secchione imbranato e deriso,  ma un ricercato compagno di partite con scommessa (chi perde paga il campo) e anche di qualche scazzottata, che però avrebbe volentieri evitato, essendo di indole mite.

Vinse con la mitica A.C. Bagnoli il campionato di quartiere, battendo in finale per tre a zero la altrettanto mitica Real, zeppa di mini calciatori che sarebbero poi diventati killer della camorra, tossici, rapinatori, sieropositivi, galeotti abusivi e idraulici avventizi.

Naturalmente superò l’esame di terza media col massimo dei voti, essendo bravo anche in disegno: suo padre era pittore dilettante e i misteri della genetica non li conosceva ancora nessuno.

Si innamorò un altro paio di volte, in terza media, ma con modesti risultati pratici, pur capendoci di più: quelle cagavano quelli più grandi, che ci capivano ancora meglio.

Scelse nel 1976 il liceo scientifico - il glorioso “Arturo Labriola” - lo stesso del fratello maggiore, dove se non eri più a sinistra del PCI rischiavi grosso. Partecipò sporadicamente alle prime assemblee studentesche dove decise di non parlare mai. Raramente frequentava manifestazioni di piazza e cortei vari, ma quando accadeva non si intruppava fra i militanti del suo liceo, vi partecipava da cane sciolto, pur non facendo la cacca sui marciapiedi.

Capitò in una classe piena zeppa di primi della classe, cosa alla quale si abituò subito, perché, in fondo, non gliene fregava niente di essere l’unico, e in condominio si mimetizzava meglio. Continuò a praticare tutti gli sport più diffusi tranne il “sottomuro”, arrivando ad allenarsi contemporaneamente nel karate, pallavolo, tennis e calcio.

All’età di 17 anni, era Agosto, un grave infortunio pregiudicò per sempre la sua carriera di calciatore mai cominciata, proprio alla vigilia di un provino settembrino con la squadra “primavera” del Napoli. Per la disperazione si diede alla lotta libera che praticò presso il circolo sportivo aziendale Italsider.

Vinse però un torneo di tennis in Sicilia, specialità del doppio, in una località balneare nei pressi di Taormina, sconosciuta ai più.

Si innamorò per ben quattro volte durante gli anni liceali, riportando una vittoria, un pareggio e due sconfitte, ma evitò la serie B.

Di lui si ricordano la prima vera trombata, all’età di 16 anni, con una ragazzona olandese coetanea, che negli anni successivi pare sarebbe ingrassata come una lanciatrice del peso bulgara.

Nell’1981 si iscrisse alla facoltà di architettura dove avrebbe sofferto per dieci lunghi anni per una vilipesa laurea, la cui pergamena ritirò dopo 16 anni dalla discussione della tesi. In quegli anni studiò molto, lavorò – perché la famiglia era umile ma onesta – e continuò ad allenarsi, ma anche ad allenare giovani virgulti di una squadra juniores di handball, che è meglio che dire pallamano, ché non suona bene e potrebbe essere male interpretato.

Lavorò inoltre come cameriere, uomo di fatica (scaricatore di mobilia), commesso, secondo-vice-aiuto-apprendista architetto e consimili.

Odiò con rara intensità i colleghi di università, i professori, i loro assistenti, gli addetti di segreteria e quelli dei dipartimenti, auspicando un olocausto di uomini e cose all’interno dell’edificio universitario.

Si laureò con lode (e che te lo dico affà?) nel 1992, prendendo a male parole un professore della commissione - che fortunatamente non udì - durante la seduta di laurea, ricevendo per questo una dolorosa gomitata nel fianco da una sua collega che conferiva accanto a lui – la tesi era di gruppo.

Nei primi anni universitari si convinse di aver compreso appieno le donne, per questo, in seguito, le evitò per anni.

Dopo la laurea e fino ai giorni nostri, una volta inteso che gli architetti non li cagava quasi più nessuno, e che seppur cagati poi dopo non li pagavano, cominciò a sbarcare il lunario in tutti i modi, lavorando nell’ordine come: architetto progettista a Napoli, operaio elettricista alla Fincantieri di Ancona; cameriere, uomo di fatica, barman, wine-waiter, architetto “caddista” a Londra; architetto progettista, operaio giardiniere a Napoli; capocantiere a Ferrara; capocantiere a Napoli, direttore tecnico a Napoli in una società di costruzioni, ruolo che riveste tutt’oggi.

Dipinge e scrive ma non ha mai tentato di pubblicare nulla, cosa di cui tutti gli editori italiani e stranieri ancora lo ringraziano. Si rimarca inoltre che i migliori pezzi della sua produzione pittorica risultano tutti venduti – incredibile! – mentre le tele invendute, delle croste immonde, sono ancora accatastate in casa del poeta, poiché nessuno è in grado di definire la categoria di rifiuto nella quale vadano smaltite.

Da un anno e mezzo circa cura la redazione di un blog individuale, dove culla il suo ego beandosi dei numerosi complimenti che riceve.

Nuota attivamente da quattro anni - anche a delfino, eh - causa infortunio all’anca che gli impedisce di correre.

Non è sposato e nemmeno ci ha mai provato, ma ama le donne e ne è a volte riamato, anche se, si sa, non è sempre natale. Risulta tutt’ora di nuovo sul mercato.

Mente razionale e scientifica ma anche dotato di rara sensibilità, il Di Costanzo ha sempre coltivato la passione per le umane lettere, che tutt’ora maltratta con profitto. 

*Il sottoscritto Luigi Di Costanzo, nel pieno possesso delle sue opinabili facoltà mentali, autocertifica la veridicità della biografia in oggetto: diploma, laurea, attività lavorativa, attività sportiva e approcci amorosi corrispondono a totale verità; anzi, causa precoce Alzheimer, molte delle cose che hanno caratterizzato la sua singolare esistenza non sono state inserite fra le note essenziali.

Sarà per un'altra volta.   :-)))

 

Gino Di Costanzo

 

***

 

L'ALBA

 

Uno spiffero di luce

intruso

la polvere della notte

sorprende a mezz’aria. 

Occhi di preda

nel buio agonizzante

di sogni mutilati

suppongono il finale.

 *

NOTTE VENEZIANA

 

Liquidi fiori di pietra

vagano insonni

per ponti e canali

chiedendo tempo e senso per sé.

Mi rifugio nella notte stinta

ebbro del dolore

che non s’avverte

poiché la nebbia complice

non dissemina che sogni

e rumore di passi.

 *

IN METROPOLITANA

Il fragore corre nel buio
dove uno sguardo
sordo a quel ritmo
come ad altri richiami
(è il silenzio la grammatica)
lambisce un ricordo
in nero di seppia
scia di natante
che schiuma e dissolverà
alla prossima fermata.

 

 *

NON

 

Non disegnano spazio

le nostre forme non lo fanno.

I nostri corpi (singolari)

non avverano tempo

la tua essenza non libera profumo.

Il tuo respiro – impassibile –

non vedrà la mia primavera.

 * 

 

SENSO (senza?)

 

Senso virgola

significato punto

concetto due punti

oggetto virgola

oggetto virgola

oggetto punto

Sì virgola occorre il punto     punto

 * 

 

Questa è senza titolo

 

Stamani circospetto

raggiungo la mia madia

deposito illegale

che può ben acquietare

un trafficante di cacao.

 

Gino Di Costanzo