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La Redazione.
Sting - Lullaby To An Anxious Child
– dedicata all’amico e scrittore Giovanni Cossu, dopo la lettura della sua “Una preziosissima raccolta”

- Ecce Homo – ma non lo vedi
tra brandelli d’oscura finzione
nemmeno l’ombra riflessa
della complessa imperfezione.
- Ecce Homo - nel languido intermezzo,
notturno navigante tra le sponde dello stupore assorto
in parole sparse
sferiche concentriche particelle,
vene dei versi, atomi delle cellule
aperte, chiuse, labiali, gutturali:
microcosmi di quel costato
[senza logos]
ricomposto nel notturno deambulare
di ombre cinesi in potenza d’arte.
n.c.
****
Giovanni Cossu – Una raccolta Preziosissima
E che io dica di lui come se fosse corpo, ancora sì come se fosse uomo, appare per tre cose che dico di lui.
DANTE, Vita Nuova, XXV.
Diogene Reiteri sembrava un avvoltoio, appollaiato a due metri da terra, su quello scranno dalle cui altezze doveva controllare le scolaresche in visita alla sezione del museo, dove si trovavano esposte le mirabili serie di preparati anatomici in cera: una raccolta preziosissima, come diceva la guida del T.C.I. del ′74.
Né questo era l’unico compito a lui affidato.
Perché con una lunga pertica, imbracciata quasi asta di battaglia come un santogiorgio nel pieno delle sue facoltà, doveva, oltre che colpire con decisione i più ribelli all’ordine e al silenzio – di solito annidati nei punti più lontani delle interminabili file – anche illustrare le caratteristiche salienti, sia dal punto vista funzionale che del metodo costruttivo, di quei preziosi manufatti.
Naturalmente indicandoli, perché qualcuno non scambiasse l’una cosa con l’altra.
Servendosi di un linguaggio che nulla concedeva alla prolissità, rifiutando qualunque vaghezza di tipo intellettuale, sino a negarsi ogni accenno che potesse portarlo, poi, a digredire sui presunti valori artistici di quello che opera d’Arte non era.
Linguaggio, per questo, di non comune efficacia. Dovuto non solo a una pluridecennale esperienza, ma che si fondava su una sicura intuizione di quello che il pubblico andava cercando in quelle sale.
Era ormai divenuto celebre – tanti gli anni che faceva quel lavoro e tali e tanti quelli che avevano frequentato la scuole cittadine, da doverne subire l’incombente presenza almeno una volta nella vita – il modo in cui, immancabilmente, Diogene iniziava la sua lezione sul corpo umano e sulla nascita e gli sviluppi di quella branca di scienza chiamata osservazione anatomica.
Un incipit da maestro, con cui, volendo, si poteva intendere che si era detto tutto: “Questo è l’uomo!”
Detto, però, con tono sarcastico, mal dissimulando il suo profondo convincimento che quelli mai e poi mai sarebbero arrivati a scoprire la pur minima parte di verità celata in così semplici parole.
Perché non proprio di uomo si trattava.
A meno che non venisse considerato altrettanto lecito, davanti al bancone di un macellaio, invaso dalle parti sanguinolente dell’animale, esclamare con la stessa enfasi: “Questo è il bue!”
Fatto accettabile solo se, per una qualunque evenienza, gli abitanti tutti della città venissero reclusi all’interno della cerchia delle mura, senza più alcuna possibilità, o speranza, di potersi recare in campagna a vederselo, un bue vivo e vegeto.
Ma, apparentemente, Diogene di tutto ciò non si dava pena.
La preoccupazione maggiore restava quella di portare a termine il compito a lui affidato. E questo, nelle condizioni in cui era costretto ad agire – dovendo mostrare la perfezione dei frutti più maturi di un’arte ormai scomparsa da oltre un secolo – significava far finta che, in quel campo, da allora non fosse accaduto più nulla.
Scatenando vecchie
isterie misconosciute
un angelo caduto
promana verbi
a scapito di enigmi
dichiarando guerra alla menzogna
Dove le prendesse, Diogene, queste amenità, è subito detto.
Soffriva d’insonnia. Quasi calcolata.
Troppo grande l’abisso che separava la sua vita diurna, in qualche modo immersa nell’esaltante opera collettiva di scoperta della Natura, dalla banalità di vita che gli toccava fare una volta chiuse le porte del museo.
Da spingerlo a escogitare qualcosa – un qualche metodo – per avvicinare quelle due entità temporali che a lui sembravano segnate da una diversità un po’ troppo netta: il giorno e la notte.
E così, poco a poco, attraverso tentativi non sempre felici e progressivi aggiustamenti, era riuscito a creare una sua tecnica che, seppure per vie paradossali, rendeva uniformi le cose.
Sembrava infatti a Diogene di essere riuscito a far sì che, se durante il giorno era costretto a parlare di carne umana, la notte la carne umana parlasse lui.
Esattamente in questo modo.
Conciliato il sonno dalla stanchezza, lasciava che la natura seguisse il suo corso, nelle primissime ore della notte, non senza essersi assicurato, regolando la suoneria della fidatissima sveglia, che questa lo destasse nel mezzo della notte.
A questo punto, abbandonato il letto, si recava in cucina, dove trovava già pronta dalla sera prima la caffettiera, aspettando con pazienza che le forze dell’acqua e del fuoco compissero la loro opera nell’approntare l’oscuro liquido, per poi mandarlo giù tutto, addolcito con poco zucchero.
Fumata una sigaretta e visitato quasi sempre il bagno, ritornava a letto come se quella fosse stata la più semplice e spontanea delle interruzioni di sonno.
Scottati in gioventù
in interrotto rito
notiamo con stupore
noi mortali
la dichiarata assenza
delle madri
e ci mostriamo esseri perfetti
per garantirci un senso che non storpi troppo
e arresti le maree di finzioni calcolate
Questi erano i risultati di quella tecnica di cui però, ora, dovremo dire di più.
Cercando di cogliere anche l’aspetto soggettivo che a Diogene pareva di esperire.
Insomma, se anche Diogene per niente indisposto di fronte a una ripresa del sonno, qualcosa, a quel punto, sembrava incepparsi.
Fissava, allora, Diogene la parte di sé più disponibile a un condizionamento per mezzo della volontà: l’attenzione su quella moltitudine di reperti anatomici in cera che aveva avuto davanti agli occhi tutto il giorno – tutti i giorni – e che per questo rimanevano, sempre nitidi, impressi nella sua memoria.
Scegliendoli a seconda delle bizzarre ispirazioni del momento o in base a un preciso programma di indagine. Modificandoli talvolta o, più precisamente, scomponendoli in parti meno complesse, e proiettarli così nello spazio del suo corpo. Esattamente in quella porzione di corpo dove, senz’alcun dubbio, quei reperti in carne ed ossa si sarebbero dovuti trovare.
Per poi, con uno sforzo di concentrazione inimmaginabile in condizioni diverse, negare al cervello ogni diritto di proferire parola.
Mettere il dito nella piega
significa far conto
su sapide battute
vestigia un po’ ammuffite
di templi profanati
le cui vestali
graziose (regolari) ragazzine
aprono gli occhi al sole
Qualcuno potrebbe, a questo punto, confondere esposizione e realtà. Pensare che quelle insolite pratiche e i risultati ottenuti fossero legati da un legame diretto: da una cosa ne consegue un’altra.
Che gli sforzi fatti in tal senso trovassero corrispondenza nel senso manifesto degli esiti di quegli sforzi.
Così non è.
Diogene non era infatti una macchina, come verrebbe da pensare.
Prevaleva invece in lui qualcosa che lo determinava come soggetto. Che lo preservava come uomo.
La fede.
Che unita a una perfetta consapevolezza, a una paziente determinazione di non farsi scoraggiare da nessun magro o inesistente risultato, lo portava in tutte, anche le più disperate contingenze, ad attendere.
E non altro.
E allora, le meraviglie.
In una compulsione che è difficile descrivere a chi non l’abbia mai provata, le varie parti del corpo, i vari organi, i più minuti organelli, le meno appariscenti cellule dei più svariati tessuti, si appropriavano, volta a volta, della parola per comunicare. Qualcosa il cui nesso con il tutto – Diogene in quella disposizione – non era possibile individuare e la relazione con le parti che si esprimevano impossibile da definire.
Giovanni Cossu
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Giovanni Cossu nasce in Sardegna nel 1945 e dal 1966 vive e lavora a Firenze.
Ha pubblicato I tabù dell’incerto (Franco Cesati Editore, 1985) e Turritani
, Lavieri editore, 2008
