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AnarchicA

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Numero Zero - Poetarum Silva



lunedì, 30 novembre 2009
C'è una bellezza tutta da soffrire - Raccolta inedita di Silvia Rosa
nataliacastaldi; inediti, Remo Anzovino/Deriva, Milena Galeoto, Silvia Rosa, milena galeoto, remo anzovino/deriva, silvia rosa; commenti (7)?

Jerry Uelsmann
 

COME UN SEGNO NERO A MARGINE

 

Ha una forma irregolare
il dire
quando gli spigoli improvvisi
del Tempo
scontornano parole
e tace lo schioccare vorticoso
della lingua sul palato
come un frullare d'ali
a misurare -stanco-
il perimetro del Vuoto.

Ha un movimento in girotondo
ogni lemma, prima dello schianto,
prima di precipitare
in coincidenza del Silenzio
incrinandosi nel centro
e più dentro, nel profondo,
fino all'origine di Senso.

Il mio Corpo cede peso all'Anima
e cambia di significato e di sostanza
nello spazio del discorso
si appunta come un segno nero
a margine,
nel bianco di una pausa

muto, fugge la distanza
-annullandosi-
si fa Eterno, senza Verbo, sconfinato.

 


 

 

SBAVATURA

 

con mani ariose che penetrano
la fessura del Tempo
e squamano ad una ad una le ore
- una sbavatura d'Eterno
che in silenzio asciugo e correggo -
disegno sul mio corpo una costellazione
una mappa per l'Infinito
la geometria imperfetta di ogni dolore

in un residuo di Cielo
incido per gioco il mio nome

 

 

 

 

(ANATOMIA DI) UN ASSOLO

 

Per sentire vivo
questo corpo
in superficie ricompongo (di te)
il muscolo contratto del pensiero
lacero l'imene del ricordo dal profondo
per il peduncolo avvizzito del tuo nome
risalgo l'occhio muto di carezze e d'ombre
impastando il desiderio fino all'argine
del fianco, che si sloga -smagrito-
in frustoli di ruggine e vocali di respiro

ma non volo
mi sciolgo asciutta
un coagulo abortito di piacere
esangue al suolo.

(Sono stanca)

La metrica severa del tuo
andare e tornare e andare
mi puntella nelle tempie
un contrappunto quest'indecisione
un tarlo fra le cosce un'effrazione
che non raggiunge l'osso molle del godere
che non mi fa venire (a te)
per quanto ripercorra con le mani pube ventre seni
al ritmo che impone la tua assenza
fino al nucleo alla molecola della Parola (quel tuo niente)
un esercizio fonetico -sì no forse- che mi arrende
e mi squaglio tra le costole
nell'inguine nell'immaginazione

ma non muoio
mi addormento fredda
vuota schiusa
in un assolo.


 

UN FIORE


Vorrei morire come un fiore
seccando petali di carne
chinando lieve lo stelo di vertebre
bianco-candide

c'è una bellezza tutta da soffrire
in questo corpo
che germoglia incubi e passione
che nell'odore ferino di sangue
si decompone
senza alcuna grazia
muore

sarà per rimediare a questo orrore
per nasconderne alla vista lo spavento
la cancrena di dolore
sarà per questo, forse,
che si ricoprono le tombe
con un fiore.

 

 

 

 

ISTRUZIONI PER L'USO

Spogliami lentamente
sfilami prima il nome
poi il cuore
in ultimo strappami via la mente.
Ricorda di starmi sulla pelle
in verticale
premendo come peso a piombo
tra le cosce sullo sterno
aderendo bene al solco vivo
del volto.
Ondeggia sempre dalla parte
opposta alla mia direzione,
non cedere alla tentazione
di un rotondo abbraccio
mantieni la tua forma
la linea nera di demarcazione.
Chiudi sempre ogni porta:
si capisce che se scappo
tu non puoi restare

del resto non si è mai vista
un'Ombra
senza nulla da macchiare.

 

 

EPPURE (R)ESISTO

 

Ho arterie che mi scavano
una tana d'Azzurro
un invisibile crepaccio
sul meridiano del sole
dove indugio parole
mentre scorro, increspando
linfa di cuore.

Ho carne che mi cede
sprofonda adagio galleggiando
nel fango liquido del Qui ed Ora
ottusa si protende
al fitto brulicare
di terrestri radici di senso,
incerta nostalgia di un Altrove.

Eppure (r)esisto

nel folto denso di Corpo
che ramifica in voglie
e cresce in languore e tristezza,
sulla soglia del Cielo mi innesto
né dentro né fuori
mi recido
da me e da me stessa.

 

 

 

DI CARTA E D'INCHIOSTRO

Perché il nome
il volto
la mano
quand'io sono
di carta e d'inchiostro
e ti muoio
non vedi?
ti muoio
come morivo al tuo corpo
che frugava la soglia del mio
ti muoio muta
la lingua seccata dal per sempre della mia bocca
rovesciata nel forse della tua
ti muoio
odiandoti di vero amore
cercandoti mai e ancora
ti muoio in ogni pagina bianca
che sono stata prima di essere una tua fantasia

perché mi hai abbandonata?

 

ASTRATTA CARNE

 

Astratta carne
ti vivo di parole
e non di sangue
prigione di respiri
e braccia e occhi e gambe
condanna, che ti sconto
giorno dopo giorno dopo notte
dopo morte via
raschiandoti
dall'ombra del mio corpo

liberandomi...

 

 

 

 

LABIRINTO

 

 

E non ne esco
da questo labirinto
fosco di pensieri

mi si dissolve il corpo
in sguardi tremuli
che ricadono nell'occhio

e non vedono
che il riverbero convulso della pelle
quando si snuda

lentamente
da ogni buio sgraffio
e veste inerme

il velo lucido fecondo
dell'essere
-me stessa-

fino all'(e)stremo
sul precipizio del Mondo
-oscena- tesa

una vertigine di Luce
accesa
nella carne.

 

 

 

 

IN ATTESA DEL TUO RITORNO

 

Conservo dentro al grembiule,
in un vuoto groviglio di briciole e fili,
un piccolo gelido inverno
-come quello in cui m'hai amata-
e lo accarezzo, di tanto in tanto,
lo sfioro nel punto più freddo

in attesa del tuo ritorno.


Sgrano le ore, una dopo l'altra,
dal lungo baccello del giorno,
ma non mi riesce di schiuderlo tutto
e mi ci accuccio nel mezzo,
tra secondo e secondo,
come un semino rimasto minuscolo, e morto

in attesa del tuo ritorno.


Cammino le stanze senza meta, senza scarpe,
e mi addormento dovunque, specialmente in quell'angolo,
sulla poltrona che del tuo corpo mi offre la forma,
e che faccio (la) mia, tra costola seno e collo,
nella pelle nel buio del volto, ti possiedo
di ricordo in ricordo, ancora,

in attesa del tuo ritorno.

 


 

SI’, CERTO, E’ COLPA MIA

 

Sì, certo, è colpa mia
dovevo andarmene
quella prima volta, via.
E' che credevo che l'Amore
fosse un (non) luogo -sacro-
un Altrove a cui dovunque
non si può (s)fuggire

-d'accordo, la verità è che
non sapevo (dove) andare lontano
dal tuo gomito, che mi ricordo un tempo
mi fendeva dolce per ricompormi
nell'angolo smussato di un abbraccio-.

Mi sono messa a recitare questo noi
come un rosario, e mi è spuntata in grembo
l'architettura metafisica imponente
di una cattedrale come un nervo
infiammato fino al Cielo

su quante guglie mi sono arrampicata
per scorgere una scorza di sereno
domani cambierà, sarà diverso
quante schegge di preghiere sottopelle
amami, ti prego, amami.

Ho cucito l'iride slabbrata di illusioni
per non vedere, non vedermi
nell'orlo chiaroscuro dello specchio
un'altra faccia, per certi versi più infantile
come screziata di polvere
di scorribande e cioccolata
-il segno calcato del tuo desiderarmi
in nero-

(e pensare che sono stata bella,
ma non saprei più dire quando).

Sì, certo, è colpa mia
che ti perdono sempre
come si perdona a un figlio
questo razziarmi l'allegria e la giovinezza

io, il carnefice innocente -perverso-
che ti sacrifico me stessa,
e spero fino all'ultimo che ti fermi,
che non mi affondi nella carne a tradimento
il colpo gelido mortale dell'ingiuria
e della tua indifferenza.





SULLA CRINA

 

L'incavo del derma
che si irrora di piacere
sulla crina
ti offro, amore, alla tua mano

che mi monta marea di cellule e tracima
lievitando sulle labbra un crampo
un fremere rappreso in uno squillo
-sì- ancora fino allo spigolo umido (del cuore)

e non ti guardo fisso il Cielo giuro
quando mi oscilli
in un brusio di stelle dentro
imbastendo di sussurri e di respiro
la ferita che mi segna d'Infinito al centro

e si dilata la matrice del mio Essere
in un'emorragia di Senso l e n t a
che muoio sola godendo(ti)
nei singhiozzi della lingua tua
in punta di preghiera

benedetta.

 

 

***

Silvia Rosa è nata a Torino nel 1976, laureata in Scienze dell'Educazione, scrive poesie e racconti.

Attualmente lavora al progetto "Scatti per voci sole", pubblicato da Alessandra Pigliaru nel litblog Viadellebelledonne, al seguente link:
VDBD

 

 








martedì, 17 novembre 2009
Tavolozze di parole – La poesia di Ivan Crico
nataliacastaldi; inediti, poesia contemporanea, ivan crico; commenti (5)?

 DSCN5762

Opera grafica di Ivan Crico, appartenente al ciclo di opere denominate "Segni della metamorfosi" in occasione della mostra curata dal critico Giancarlo Pauletto, esposte nell’ambito della manifestazione "Pordenonelegge 2007", patrocinata dalla Biblioteca Civica di Pordenone.

 

 

Ivan Crico – cinque poesie inedite

 

 

 


Oltre il cielo

Mattini in cui risvegliarsi nel grido
ripetuto dei verdoni sulle antenne inclinate
dalla bora, il chiarore che allontanava oltre
gli argini la notte fredda d’aprile, le immagini

suscitate dal buio. Adesso non so cosa sei
oltre la luce riflessa sul lago, queste distese
d’acqua immaginata. Da dove prende la forza
il vento per risalire, incanalarsi fra le case

in mezzo alle doline di pietre ruggini, raccontarne
la memoria. Confusa alle traiettorie delle rondini
in alto. In un cerchio di vento ti inscrivi, di linee
che sembrano finire per continuare oltre
il cielo ultimo del pensarti.

*

Nella luce

Sei come ieri la terra bruciata che si fonde
nel verde, dove il verde del prato dietro la casa
si incammina fino ai recinti che appena
vediamo, lontani con il mondo che rimane
di fuori. Verranno pensieri pieni del cielo

strappato, arsi dal vento come radici
nel chiarore nudo del giorno. Dove
vedi qualcosa che non c’è più, i sassi
del fiume, bianchi nella luce
ferma che pensavo. Il vaso

dei tulipani che cadendo si è fermato nell’aria.

*

D’estate

Come il mare che accoglie
tra le sabbie nere, fangose i resti
degli alberi strappati nell’ora
senza vita racconti, nella lama
immobile del sole tra le gradinate
polverose e i condomini di chi eri
quando passavi qui gli ultimi
giorni delle tue vacanze, fili

intrecciati in un tempo senza
fine. Rami di pioppo che lentamente
sparivano sul fondo, tra i granchi
morti, bianche dighe d'alghe
filamentose mosse dalla corrente.
Nella sabbia premuta il respiro

di un sogno si alzava
contro il blu sbiancato del mare:
passavo senza vederti se la polvere
che velava i passi era il tempo
che ti divide da chi eri allora
per essere la pioggia che piega
le ortiche, il dolore chiaro
delle montagne nel mattino.

*

Dopo i fiori

Dopo i fiori
falciati del tarassaco
tornavi con l’acqua alzata
dalla luna, la fatica nelle mani

che riempiva
di giallo acceso
il polline, quella polvere
amara di primavere
nell’aria che ha preso il tuo posto.

L’ombra della sera
dilatata, dei morti, nelle tue parole.

*

Rami

Rami di memoria. Un cimitero, l’erba
infangata del giardino, dopo il lungo
temporale. La ruggine chiara delle foglie
cadute. Rimangono adesso profili
in fondo, nella nebbia, di chi conosco.
A dividerli dai tralci del vigneto ormai

spoglio i colori vivaci delle giacche
a vento, dei guanti. Da tanto tempo
insieme da credere un sogno il soffio
improvviso che ci porta via da noi.
Soli. Nell’aria d'inverno, che mi cerca
come uno sguardo occhi di chi non è qui.


*


Breve nota biografica

 

Ivan Crico nasce a Gorizia nel 1968, attualmente risiede a Tapogliano, Friuli. Diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, è pittore, poeta e saggista, fa parte dell'Istituto di Cultura Veneta del FVG e comincia ad esporre a partire dal 1983.

Suoi testi poetici e saggi critici sono invece apparsi a partire dal 1992, su riviste italiane quali “Poesia”,Lengua”, “Diverse Lingue”, “Tratti”, “Frontiera”. Tra le sue pubblicazioni: Piture, (Boetti, 2003); Maitàni (Circolo Culturale di Meduno, 2003), con prefazione di Antonella Anedda; De arzent zu, (Istituto Giuliano di Storia e Documentazione di Trieste, 2008). Di recente è stato invitato dal poeta e critico Achille Serrao a comparire all’interno dell’antologia, di prossima pubblicazione, che comprenderà i maggiori poeti della poesia neodialettale italiana, e sempre per la poesia dialettale ha di recente vinto il Premio Biagio Marin 2009.

*

Riferimenti in rete:

http://rebstein.wordpress.com/2009/09/19/una-rapida-luce-segreta-di-ivan-crico/
 


http://ivancrico.blogspot.com/

 


http://istitutoculturavenetafvg.blogspot.com/


 

***

Ivan, nella sua poesia, fonde i colori dell’esperienza pittorica ai toni della lingua, in sfumature pennellate ad arte, che in sé racchiudono il senso più alto e ricco della tradizione linguistica tanto italiana quanto della sua terra natìa, che vanno a fondersi alla ricca esperienza e conoscenza letteraria di sincero e genuino cultore della più alta poesia.

n.c.








giovedì, 29 ottobre 2009
Elina Miticocchio: Spesso Una luna Come in punta di penna ...
PoetarumSilva; inediti, Poetarum Silva, Elina Miticocchio, elina miticocchio, poetarum silva; commenti (9)?

 
La suggestione in lettura ha inizio dal titolo, da lì il lettore si inoltra nel viaggio attraverso la rotondità della parola nelle sue molteplici vie di senso.
Giocando con i titoli di Elina, abbiamo scoperto in essi la compiutezza della semplicità che osserva e cerca se stessa nelle cose e nei gesti quotidiani, senza nascondersi ad un senso di velata amarezza, delicatamente mitigata dalla capacità femminile e morbida di sorridersi in un guizzo di spontanea ironia in punta di penna.

Ed ecco i titoli di Elina Miticocchio, da noi ri-composti per introdurne i versi:

Spesso
Una luna
Come in punta di penna
D'autunno
(si fa) Lume
(o) Una (semplice) scritta
In ombra. Un abbozzo appena
(un baffo di) Cioccolato fondente
(s'una bocca) Sine nomine


Buona lettura.

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*

Una luna
*

Tace il rumore dei piatti da lavare
i mesi passati scrutano
lo zucchero ingoiato dalle tazze
rispolvero l’aria di una finestra
resta aperta nonostante
il freddo
fino a sera
passa sulla soglia una luna appannata
chissà che non trovi
le chiavi di casa.

(*già pubblicata da Fernanda Ferraresso sul blog: http://fernirosso.wordpress.com )

*
Spesso

ho camminato braci
il rovescio de(l) canto
.
silenzio parola di tra verso
e fuoco improvviso in cieli stretti frugati
.
frugali alloggi
nel luccicare disadorno delle stelle
.
ho raccolto
una voce
.
una distesa di vento
e sale
.
di mare l’adagio di un palco
fino a un trono di neve
.
dove dormire la quiete
finalmente le mie vene.

*

Come punta di penna

Hai soffiato sul lume
il respiro si è fatto lento
il passo incerto come punta di penna
ora scricchiola sulla carta
Traccio un cerchio sulla scena
piombata nell’ombra
attorno emergono figure, campi, alberi e
in uno spicchio tra le case mia madre al pozzo.
Un attimo, non posso usare la voce.
E l’ombra avanza liquida e gli oggetti fanno rumore.
Ancora disegno contorni di fumo
basta il tuo respiro ad accendere il lume.

*

D’Autunno

Inizio d’autunno senza pioggia
non hai vestito il nero del distacco
mi tieni compagnia coi ricordi sfitti
le rughe a solcare il viso.
La marea del tempo li copre
e versi es –temporanei
lievitano senza peso né sintassi
entrano escono dalle pupille
voli e chiacchiere
fino all’ultima nuvola di stagione.

*

“Non possiamo vivere che nel frammezzo, esattamente
sulla linea ermetica di condivisione dell’ombra e della luce.
Ma siamo irresistibilmente gettati in avanti.”
- René Char

Il lume

C’erano ombre in quella stanza disadorna
e un vecchio lume abbandonato
A un passo dal sogno l’avevo scelto
fantasticavo sul tempo trascorso
Vestito di attese
subito consegnato ad un mago d’effetti speciali
ora mi fa compagnia regalandomi cento
soste alla mia attenzione.
*
Una scritta

Dovrei scriverla sui muri
la pena diffusa
ammutolita preghiera che non scalda.
Avanzo in pensieri senza vele
parole sfiorite appese a questo lunedì
una trappola il tempo che passa
Mi basta un segno
che si opponga a muto silenzio
prima che arrivi il buio.

*

In ombra. Un abbozzo appena.

In ombra, un abbozzo a(p)pen(n)a
scrivere parole friabili
pane
senza burro né marmellata.
Gettare le alt(r)e luci
in raccolte notti senza stelle
giorni d’abbandono.
Praticare la distanza
un libro che scrivo ogni giorno
afferrando l’ultimo sospiro.

*

Cioccolato fondente

Mia madre ha fuso cioccolato dentro i miei occhi
rimestato a fuoco lento mentre bruciava parole e rime
l’acqua che scorre intorno alla mia pietra
riporta ancorati i suoi rami.
Lei di legno
è un albero fatto di radici tese
versa la profondità dall’alt(r)o.
Mille promesse alla vita invento
ho ancora rose tra i capelli
Ogni sera lei me le scioglieva
per metterle al balcone sotto le stelle
accendeva il suo mare.
Separazione attesa e ritorno
morbida distanza tra le coperte fiorite di limoni
Una lettera insperata mi ribalta
il presente è passo del passato
-Scegli
tu figlia mia -
Una fascia d’acqua cristallina ieri
arcobaleno il mio oggi incompleto dentro quel mare intatto
Vorrei chiudere il cerchio
aprirmi la f(r)onte
farmi adesso acqua e marina

*

Sine nomine

In stretto cerchio
stanno radici
voli introvabili tra i capelli
tenere funi
non si spezzano
st(r)ingimi vento.
Candidi desideri
appena fiori
invisibili ai più
passanti sogni senza affanno
bandiere e poco fiato
giochi d’equilibrista
libri amati posseduti
alt(r)e pagine di vita.
Grembo che non ha dato luce
il sole guarda dall’alto
raggiunge il mare
aspetta la purezza.
Polvere di stelle
ri-vesti-te di timidezza
e urla là a manichini
col capo chinato.

*

Elina Miticocchio

***

Breve nota biografica:

Elina Miticocchio nasce a Foggia il 11 maggio 1967, dopo gli studi classici si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Bari.
Terminati gli studi giuridici diventa “girovaga di mestieri”:studia per il concorso da avvocato, fa l’assistente presso la facoltà di Giurisprudenza a Foggia, insegna materie giuridiche ed economiche nelle scuole di montagna.
Vince diversi concorsi nelle P.A e, infine, si trasferisce a Milano accettando un contratto a tempo indeterminato.
Dopo dieci anni rientra nella propria città natale dove attualmente vive e lavora.

Lettura e teatro sono i suoi maggiori interessi, che ama condividere con la madre.